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#filamenti: oltre i numeri di Bergamo Brescia Capitale della Cultura

Articolo. L’anno della Capitale Italiana della Cultura è stato un successo a livello di numeri. A questi numeri andrebbero affiancate però anche delle indagini di tipo qualitativo per capire cosa resterà alla città, oltre il grande evento. Qual è stata l’idea di cultura promossa? E quali i suoi aspetti positivi e le sue criticità? L’articolo presenta un piccolo bilancio qualitativo, attraverso le voci di quattro operatori e operatrici culturali della città

Lettura 7 min.

La nomina di Bergamo e Brescia a Capitale Italiana della Cultura 2023 è nata dal desiderio di dare una risposta allo sconvolgimento dovuto alla pandemia di Covid-19. La volontà è stata quella di restituire senso a quella tragica esperienza e concentrare le energie del territorio per orientarlo verso un possibile rilancio. A livello di numeri, i dati confermano l’assoluto successo dell’operazione.

Bergamo e Brescia hanno avuto 11,6 milioni di visitatori, un aumento di circa il 40% rispetto allo stesso periodo del 2022. L’offerta culturale, museale e artistica ha registrato un incremento del 92% rispetto allo stesso periodo del 2019. In totale ci sono stati 2500 eventi, 238 rassegne e duemila volontari impegnati nell’organizzazione. Insomma, i numeri sono più che positivi.

Eppure, le restituzioni basate sui numeri non bastano a raccontare un evento complesso e partecipato com’è stato BGBS 2023. I numeri devono essere letti, interpretati, inseriti in un contesto per essere significativi. Inoltre, questi dati andrebbero affiancati ad altri indicatori di tipo qualitativo: interviste, focus group, sondaggi. Per esempio, bisognerebbe verificare come le iniziative culturali promosse siano state effettivamente recepite dai pubblici e dal territorio. Potrebbe essere interessante descrivere com’è stata l’esperienza delle numerose volontarie e volontari che hanno partecipato alla creazione degli eventi. E ancora sarebbe utile raccontare che cosa ha significato questa mobilitazione culturale per chi di cultura professionalmente vive sui territori.

Una ricerca di questo tipo richiede molto tempo: quello che però è possibile fare già oggi, a grandi linee, è capire che tipo di cultura è stata quella promossa nel 2023, al di là dei numeri. Parlo qui supportata da conoscenze in sociologia della cultura e sottolineo che quello che esprimo è un parere personale a fronte di una mappa di informazioni e di dati frammentarie. Anche io, infatti, ho fatto parte di BGBS 2023, in veste di drammaturga per uno spettacolo importante della città di Bergamo (sono quindi un po’ di parte).

Le due facce della cultura

Penso che in questa grande operazione siano emerse due idee di cultura. La prima è quella dei grandi eventi. Questo è un tipo di cultura che attrae i grandi numeri, che opta per la creazione di grossi spettacoli con nomi importanti. È una cultura che raramente si pone in dimensione critica e più spesso si propone in una dimensione celebrativa. È la cultura che contribuisce a rendere la città un brand spendibile anche internazionalmente. Sul fenomeno della brandizzazione delle città consiglio il bel documentario della studiosa di politiche urbane e giornalista Lucia Tozzi , che si è interrogata sul senso della crescita senza sosta di metropoli come Milano, sulle sue forme culturali e sui possibili modelli alternativi di sviluppo.

Poi c’è la cultura dei territori, una cultura con meno lustrini, capace però di incidere sulla vita delle persone con costanza nel tempo, e di migliorandone la qualità. È la cultura espressione delle personalità, dei gruppi, delle comunità dei territori. Una cultura partecipata, di molteplice orientamento, che si costruisce dal basso, che dialoga con le istituzioni, ma che mantiene anche una sua autonomia critica. Un esempio di questo tipo di cultura è lo splendido documentario di Alberto Valtellina «La strada infinita», già recensito da Eppen. Questa è una cultura che crea comunità su tempi lunghi, che si esprime attraverso la costellazione di realtà differenti. Da quegli esseri operosi che siamo noi bergamaschi autoctoni o adottati, le costellazioni culturali della nostra città sono particolarmente ricche e a volte anche scintillanti, pensiamo a «Bergamo Film Meeting», «BergamoScienza», «Orlando», «Festival Danza Estate», «deSidera» per dirne alcuni.

Dentro al grande evento di BGBS 2023, io credo che, con un lavoro immane, si sia tentato di conciliare queste due differenti idee di cultura. L’ operazione è parzialmente riuscita, anche per la tempistica ristretta, dato che la progettazione è, in questo caso, cominciata dopo e non prima dell’assegnazione. È stata una progettazione fatta in tempi record. Una progettazione condotta in modo partecipato – moltissime delle realtà culturali locali hanno avuto l’opportunità di esprimersi dentro questo contenitore – che ha comportato per certi versi delle fatiche. Per alcuni degli enti, inoltre, lo spostamento delle energie e dei fondi sugli eventi straordinari di BGBS 2023 è entrato in conflitto con lo sviluppo progettuale culturale ordinario, frenandolo invece che dando lo slancio auspicato.

La parola agli operatori

Ho cercato di capire cosa l’evento abbia significato per chi a Bergamo lavora nell’ambito della cultura. Per questo ho chiesto a quattro operatori culturali della città e del territorio, di settori diversi, di darmi un parere a caldo rispetto ad aspetti positivi e criticità dell’iniziativa. Ho fatto questa domanda a Mauro Danesi, fondatore e curatore del Festival multidisciplinare internazionale «Orlando» (che da quest’anno verrà diretto da Elisabetta Consonni). Secondo Danesi, la possibilità di costruire azioni trasversali, condivise e praticare alleanze concrete che diventano nuovo bagaglio e sapere, sono tra gli aspetti positivi evidenziati da BGBS 2023. Le criticità e le sfide invece consistono nello sforzo di mantenere la sostenibilità degli eventi culturali a lungo termine.

«Questo progetto è stato sfidante, per noi progettisti e progettiste culturali, come immagino lo sia stato anche per le istituzioni stesse. È stata una nuova esperienza di complessità, tanto per i Comuni che per gli enti culturali, che ha richiesto un’energia progettuale e gestionale aggiuntiva ed eccezionale rispetto a quella già impiegata nel costruire i nostri festival, stagioni teatrali, progetti continuativi. La parte avvincente è che l’evento ci ha spinti e spinte a costruire, sperimentare azioni trasversali e condivise tra enti e territori, ad allargare i progetti e a provare metterli in relazione in modo nuovo. Un bagaglio che rimane anche dopo la Capitale e che ha già iniziato a creare ulteriori gemmazioni e ramificazioni, e continuerà a svilupparsi. Dal 2020 ad oggi mi sembra di aver vissuto sempre in tempi di richieste “extra-ordinarie”: dopo gli anni di emergenza e reazione al Covid e quelli legati alla speciale avventura della Capitale, la sfida più grande ora è trovare la sostenibilità e costanza dei progetti culturali».

Positivo è anche il bilancio per Enzo Mologni, scenografo, regista, direttore artistico di Albanoarte Teatro e ideatore del progetto Saltamuretto, docente all’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia e Albertina di Torino. Mologni sottolinea la necessità di investire costantemente e di più nel settore della cultura, visti i risultati ottenuti da lavoratrici e lavoratori dello spettacolo e la capacità delle proposte di essere efficaci e capillari.

«È stato un grande vortice d’eventi di cui il pubblico ha fatto scorpacciata, spesso famelica, godendo di proposte di ogni tipo a volte addirittura ibride al suo interno. Penso si possa prendere il dato “quantità” come aspetto positivo di un territorio vitale che vuole produrre cultura. Mi azzardo ad affermare che vi sia stato almeno uno spettacolo in tutti i comuni delle due province, anche in quelli più piccoli che sono entrati in reti d’eventi con la volontà di essere parte di una grande festa. Se c’è stata quindi una criticità non è certamente emersa in questo fantastico e più che positivo 2023 che è servito a riaffermare, nelle capaci parole della politica, che la cultura porti beneficio, sviluppo territoriale e ricchezza in tutti gli ambiti. Ecco perché ora e davvero c’è bisogno di un nuovo orizzonte, di una rivoluzione che parta da investimenti economici opportuni, che superi confini routinari, alimentando una brillante produzione d’arte scenica in cui esista realmente il tempo necessario alla cura, per far poesia nel quotidiano rendendolo quindi sempre sorprendentemente straordinario».

Barbara Boiocchi, progettista grafica e consulente della comunicazione integrata, che insegna all’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova e all’Accademia di Belle Arti G. Carrara di Bergamo, sottolinea la positività del coinvolgimento dei volontari. Boiocchi allo stesso tempo si interroga su cosa rimarrà sul territorio dopo una grande frenesia di eventi, sottolineando, come Mologni e Danesi, l’importanza di valorizzare le competenze e la capacità di fare economia delle e dei professionisti dello spettacolo sul lungo termine.

«Uno dei lati positivi di questa iniziativa è stata sicuramente la capacità di coinvolgere numerosi volontari e volontarie, sebbene il loro contributo non abbia sempre garantito la migliore organizzazione degli eventi, questo conferma la generosità del territorio bergamasco. Indubbiamente i contributi ricevuti hanno consentito la realizzazione di progetti di coinvolgimento del pubblico e riconosco che senza tali risorse molte persone non avrebbero potuto partecipare a queste iniziative. Tuttavia, mi chiedo cosa rimanga dopo questa frenesia di eventi, spesso gratuiti. Il terzo settore non può sopravvivere se non si inizia a pensare che gli artisti e le artiste sono dei professionisti e che di conseguenza devono essere riconosciuti anche come motore economico di una società. Penso che queste iniziative dovrebbero essere spalmate su un periodo più ampio se vogliono essere delle reali promotrici culturali o degli attivatori di cambiamento civico, in modo tale da dare il tempo alle iniziative di posarsi, di essere incorporate e “comprese” dalle comunità».

Infine, Giulia Spallino, musicista, cantante, vocal coach e manager di Ink Club a Bergamo, sottolinea che una maggiore offerta dal punto di vista musicale avrebbe giovato all’evento.

«La mia sensazione per quanto riguarda il settore musica dal vivo è che la musica sia stata un po’ sacrificata. Penso che questo si basi un po’ sul pregiudizio che la musica, o forse un certo tipo di musica non sia effettivamente cultura. Credo invece che la musica di ogni tipo sia cultura e che abbia le capacità di esprimersi in molte forme. Bergamo è piena di gruppi locali, di contest, di iniziative sui territori, mentre quello che è stato fatto in BGBS 2023 per la musica dal vivo avrebbe potuto forse essere di più. Non ho la pretesa di fare un bilancio esaustivo, ma credo che ci sia stata una proposta ricca di tipo-medio alto, mentre altre esperienze musicali più pop, per i giovani e autenticamente partecipative abbiano invece avuto meno spazio».

Le risposte alla piccola domanda su BGBS 2023 aperta ai professionisti della cultura, hanno messo in luce molti aspetti positivi tra i quali: il fatto che ci sia stato un riconoscimento collettivo che la cultura sia anche economia, la buona qualità degli eventi, la capacità degli stessi di essere capillari e di coinvolgere pubblici, lo stimolo che l’iniziativa ha avuto per il miglioramento su aspetti che riguardano l’inclusività dell’offerta culturale, l’importanza del coinvolgimento dei volontari. Di contro, le criticità sono state individuate nei tempi ridotti di progettazione, nel principio di gratuità degli eventi quando invece erano difficilmente sostenibili, nella necessità di concentrarsi sulla sostenibilità delle imprese culturali anche nell’ordinario, nell’urgenza di riconoscere la professionalità degli artisti e nel bisogno di includere dentro i grandi eventi anche proposte più pop e in relazione più stretta con le culture giovanili dei territori.

Inoltre, una criticità più ampia la vorrei sollevare anche io. Mi preme infatti evidenziare che le due concezioni di cultura sopra citate si basano su due idee di sviluppo differenti, uno molto meno sostenibile dell’altro, soprattutto sul lungo termine. È bellissimo vedere la città piena di gente, vederla viva e internazionalizzata. È fantastico che le nostre imprese traggano profitto e diano lavoro attraverso questo perpetuo movimento, di cui finalmente anche la cultura è diventata elemento importante. È comodissimo anche andare a Orio e prendere un aereo per l’Europa, soprattutto per me che vivo tra Bergamo e Copenaghen. Ma tutto questo ottimismo capitalistico siamo sicuri di potercelo permettere in termini ambientali, di sostenibilità e di salute pubblica? Qual è il modello di sviluppo che scegliamo di adottare dentro le dinamiche di globalizzazione? Dove spingere e dove invece fare passi indietro e contenere, come molte delle maggiori capitali europee stanno già facendo?

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