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#psicogeografie: accogliere l’Altro e ospitarlo

Articolo. Il mito e il rito antichi dell’ospitalità appartengono alla nostra cultura da sempre, possiamo adottarli anche nella nostra vita relazionale e psichica diventando “buoni osti” di parti di noi

Lettura 4 min.
Johann Carl Loth, Giove e Mercurio da Filemone e Bauci, olio su tela (1659-1662)

In un villaggio dell’antica Grecia, vivevano Filemone e Bauci, una coppia di poveri contadini, ormai anziani. Zeus e Ermes si trovarono a passare per quel villaggio, travestiti da mendicanti e chiedendo ospitalità. Venivano respinti da tutti e trovarono ospitalità solo presso Filemone e Bauci, che offrirono loro il poco che potevano. I proprietari di casa si accorsero presto che stava succedendo qualcosa di strano: lo scarso vino che avevano continuava a sgorgare dalla brocca, sempre piena. Gli dei svelarono quindi la loro identità e garantirono alla coppia di realizzare un loro desiderio. I due chiesero di morire insieme, e gli dei li resero nuovamente giovani. Trasformarono la loro capanna in un tempio di cui Filemone e Bauci furono sacerdoti fino alla loro morte, dopo la quale furono trasformati in due alberi, una quercia e un tiglio, che crebbero intrecciati e vennero adorati negli anni a venire.

Questo mito è stato raccontato nel cimitero di Zurigo a me e a alcuni compagni di viaggio, di fronte alla tomba di Carl Gustav Jung: il mito era stato scelto da un’altra coppia di psicologi per decorare la loro tomba.

Al di là della bellezza e della profondità della relazione amorosa di Filemone e Bauci che leggiamo in questa storia (narrata anche nelle «Metamorfosi» di Ovidio), il tema di fondo è l’importanza dell’ospitalità. Secondo alcune ricerche linguistiche sulla cultura indoeuropea (ne potete ascoltare e leggere qui), è possibile rintracciare in culture anche molto lontane una comune discendenza linguistica e culturale, deducendola da alcune parole che sono molto simili in luoghi anche distanti geograficamente e cronologicamente.

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Una di queste parole è quella che in italiano diventa «ospite», molto simile a host e guest in inglese, per esempio. Questo evidenzia, secondo tale branca della ricerca, come l’ospitalità sia stata molto importante per i popoli antenati di quelli che ora parlano le lingue che definiamo indoeuropee. L’importanza dell’ospitalità si può rintracciare in miti e fiabe di culture che stanno in quasi ogni luogo fra Asia e Europa. Addirittura il concetto di «simbolo», tanto importante in psicologia analitica – in quanto rappresenta la possibilità di tenere assieme gli opposti – deriva da un rito di ospitalità: in greco antico definiva una tessera o un anello che veniva spezzato in due parti che, una volta ricongiunte, testimoniavano un patto o un rapporto di ospitalità.

Il mito, il simbolo e la nostra stessa storia antica dovrebbero insegnarci qualcosa sull’ospitalità e l’accoglienza (ma anche la nostra storia più recente di popolo migrante in gran parte del secolo scorso). Tuttavia, nella narrazione mediatica e politica spesso accogliere e ospitare chi arriva da lontano sembra sempre sbagliato, difficile, troppo oneroso o addirittura illegale. Un atteggiamento cieco non solo nei confronti del presente globale, ma anche del nostro passato culturale, storico e, analiticamente, archetipico nonché, probabilmente, anche poco lungimirante per il futuro.

Ci sono ragioni politiche di sfruttamento nell’identificare la causa dei problemi che non si è in grado di risolvere con un Altro che è sempre fuori da noi, e a volte si sposta (in alcuni discorsi politici sempre più a sud: dal nostro meridione al sud del Mediterraneo, in altri casi sui giovani). Tutte ragioni che possono avere a che fare con una difficoltà ad assumersi responsabilità (in qualche modo, di proiezioni e responsabilità ho scritto qui).

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Capita spesso di vedere la stessa modalità di funzionamento anche nelle relazioni: non sempre è facile accettare parti di noi, e quindi le proiettiamo su qualcuno o qualcosa di esterno, cui attribuiamo un qualche potere su di noi, nel bene (solo lui mi può far stare così bene) o nel male (tutti i miei problemi sono colpa sua). Una manovra pericolosa, perché rischia di portarci verso la dipendenza affettiva nei confronti della persona verso cui proiettiamo il “potere benefico” (ma la stessa cosa può valere per una sostanza o altro, come le slot machine per esempio), o di restare in qualche modo fissati in una situazione se attribuiamo in negativo il potere del nostro malessere a qualcosa di esterno: in qualche modo ci adagiamo in un alibi per non agire.

La settimana scorsa ero al congresso nazionale della Società Italiana di Analisi Bioenergetica a Ischia e ho colto l’occasione per visitare un po’ l’isola, arrivandoci due giorni prima. Viaggiavo da solo e, per una serie di questioni personali, in questo viaggio ero più in contatto con questo senso di solitudine che in altri momenti della mia vita. Avevo dormito poco essendomi svegliato presto per la partenza, la mattina c’era stato un potente scroscio di pioggia, tutto sembrava complottare per mettermi in uno stato d’animo malinconico. Nel pomeriggio stavo camminando per raggiungere la cima dell’Epomeo, il vulcano spento che è la cima più alta dell’isola, ma ero altrove, una parte di me stava con una mancanza. Allora ho pensato a una cosa che mi capita di dire spesso in terapia, la raccomandazione a «stare con quello che c’è», e l’ho compresa e sentita dentro in un modo ancora più profondo di quanto avessi già fatto in passato.

Questa è la potenza e la bellezza del continuo e infinito lavoro su di sé: ogni passo ci porta un po’ più vicini a noi stessi, a ciò che siamo veramente, a una comprensione – intesa anche etimologicamente come “prendere dentro” – di ciò che succede dentro e fuori di noi. La con-prensione diventa quindi un’altra forma di accoglienza, un dare il benvenuto a ciò che arriva, a ciò che è presente con noi in ogni momento. Se prestiamo attenzione solo a ciò che manca – sole, compagnia, soldi, eccetera – ci identificheremo sempre con un personaggio “un po’ sfigato” e zoppo che magari ci somiglia. Ci sarà sempre qualcosa o qualcuno che manca, e staremo sempre a identificarci con la mancanza, con il buco. Ma noi siamo tutta la ciambella, buco compreso. Quindi «stare con quello che c’è» significa accettare ciò che è presente, anche se può non piacerci.

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Spesso non ci va così male: oltre alla pioggia e a un velo di malinconia, la mia salita all’Epomeo è stata accompagnata da una natura rigogliosa, ondate di profumi di glicine e zagare, una vista su tutta l’isola e sul golfo di Napoli, l’incontro con altri turisti e viaggiatori. Certo, è più facile in vacanza, ma credo che se osserviamo e sentiamo bene cosa è presente, possiamo quantomeno entrarci in relazione. Se stiamo con la mancanza, resta solo il vuoto. Se siamo in relazione, anche se con ospiti non invitati, non siamo più soli, ma forse, con un gioco di parole, siamo Soli, stelle al centro della nostra galassia, intorno a cui ruotano eventi, persone e stati d’animo e che possiamo osservare e accettare, con benevolenza.

Lo stesso discorso può valere anche per le parti di noi che non ci piacciono e che ci sembrano estranee e giudichiamo inaccettabili. Dobbiamo convivere con noi tutta la vita, perché farci la guerra? Perché non accettare e provare a entrare in relazione con queste parti che ci sembrano inaccettabili? Possiamo cambiare quei giudici spietati e mai soddisfatti che ci portiamo dentro e che ci urlano continuamente in cosa non andiamo bene, in cosa manchiamo, togliendoci energia. Possiamo trasformarli in figure di sostegno e supporto, che invece ci indicano come possiamo fare (ed essere) meglio, solo entrandoci in relazione e accogliendoli.

Quando qualcuno o qualcosa che non ci piace, che ci pare brutto e spiacevole, magari pure un po’ puzzolente, si presenta alla nostra “soglia psichica”, proviamo ad aprire la porta, accogliere e offrire ospitalità. Forse sono divinità in incognito.

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