Campagna elettorale, non tutto è lecito

IL COMMENTO. «Si assiste a una intollerabile serie di manifestazioni di violenza: insulti, volgarità di linguaggio, interventi privi di contenuto ma colmi di aggressività verbale, perfino effigi bruciate o vilipese, più volte della stessa presidente del Consiglio, alla quale va espressa piena solidarietà». Ancora una volta il Capo dello Stato si mette al centro del ring della campagna elettorale per ricordare le regole del gioco.

Regole di una democrazia matura, basata sulla Costituzione, avulsa da risse e gesti indegni e incivili, oltre che incuranti dei ruoli e dei luoghi istituzionali. Se si ricorre alla barbarie politica «il confronto politico, la contrapposizione delle idee e delle proposte, la competizione, anche elettorale, ne risultano mortificate e distorte». Mattarella è netto nei giudizi, espressi di fronte a un gruppo di studenti. Se la campagna elettorale non si basa sul rispetto dell’avversario, osserva, «ne viene travolta la dignità della politica che scompare, soppiantata da manifestazioni che ne rappresentano la negazione. Mi auguro che la politica riaffermi sempre e al più presto la sua autenticità, nelle sue forme migliori».

C’è un episodio ben preciso che ha spinto il presidente della Repubblica a pronunciare parole così nette. Il riferimento quasi esplicito è a un manichino con le sembianze di Giorgia Meloni bruciato nel corso della manifestazione del 21 febbraio nel quartiere Montesacro a Roma, in occasione della commemorazione per la morte di Valerio Verbano, militante della sinistra extraparlamentare ucciso nel 1980. Un episodio che ne ricorda un altro, il rogo a Busto Arsizio di un manichino dell’allora presidente della Camera Laura Boldrini, il 26 gennaio 2018 (allora si disse ipocritamente che tutto era avvenuto per «goliardia»). Due persone su sponde opposte della politica, due donne, prese di mira e simbolicamente esposte al fuoco. Bruciate vive. E ancora una volta dovremmo riflettere su questa faccenda inquietante e inconscia del rogo riservato - nelle metafore e nella realtà - al sesso femminile: come le streghe del Seicento, come i femminicidi dei nostri giorni, come se l’umanità fosse incapace di progredire e il maschio riservasse la punizione del fuoco per vendicarsi brutalmente della sua debolezza, per invidia, per gelosia o per la padronanza che gli sfugge di mano.

Nessuno chiede di tornare al fioretto delle «Tribune politiche» orchestrate negi anni ’70 da Mario Pastore o Jader Jacobelli. Ma ricorrere a insulti della peggior specie in nome della propaganda politica fa schifo, se poi il bersaglio è una donna, fa ancora più schifo. E invece oggi un sindaco fa notizia, come quello di Terni, per un eloquio a base di volgarità a sfondo sessuale esibito nell’aula consiliare.

E che dire delle «gentilezze» tra Giorgia Meloni, che aveva accusato pubblicamente il presidente della Campania Vincenzo De Luca di spendere i soldi pubblici della Regione in sagre di paese e di non essere «collaborativo», aggiungendo: «Se invece di fare le manifestazioni ci si mettesse a lavorare forse si potrebbe ottenere qualche risultato in più». Sortita che ha avuto in risposta un «fuori onda» - carpito forse da un cellulare - a base di: «Lavora tu», seguito da un insulto da strada. Ma come, un governatore regionale, un «hombre», un figlio del Sud che ha sempre fatto della galanteria una delle sue migliori doti si mette a insultare una donna? Per fortuna c’è un altro uomo del Sud che dal Colle riscatta queste figuracce, questa totale mancanza di stile. A proposito, c’è ancora uno stile in politica?

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