Concorrenza, le critiche sgradevoli a Mattarella

IL CAPO DELLO STATO. Dopo il discorso di fine anno del presidente della Repubblica non sono mancate voci discordi da parte delle forze politiche di Governo. Le critiche si sono appuntate sul decreto sulla concorrenza.

È spiacevole, oltre che sgradevole, assistere a forme di comunicazione politica tese a incrinare l’ampia popolarità che Sergio Mattarella ha saputo conquistare nell’esercizio del suo delicato mandato. Sono segnali preoccupanti di un tendenziale slabbramento dei criteri e dei fondamenti delle moderne democrazie. Il bersaglio, non detto ma ben chiaro, è la figura del Capo dello Stato, ritenuta obsoleta dal Governo in carica, perché non eletta direttamente dal «popolo sovrano». Dal 1948 ad oggi, i dodici presidenti hanno avuto un ruolo fondamentale di tenere in equilibrio il sistema politico-sociale del Paese. Ciò è accaduto, ancor più, nei momenti di crisi politica. Già nel 1960 un eminente giurista, Giuseppe Cuomo, scriveva che il Capo dello Stato ha il compito di assicurare l’adesione del Governo e del Parlamento ai principi e alle norme della Costituzione. La buona politica è azione (anche di parte) ma tesa a perseguire l’interesse generale. Non a caso, Mattarella ha impostato il suo discorso al Paese sui problemi concreti da affrontare ed ha tracciato, in modo esemplare, quali sono gli obiettivi di Governo e Parlamento.

L’equilibrio dei poteri costituzionali è un aspetto cruciale delle democrazie contemporanee. Questione sempre cogente negli ordinamenti giuridici che, peraltro, ha acquistato spessore molto maggiore in una fase segnata da palpabili tendenze allo squilibrio tra i poteri fondamentali indicati - oltre due secoli addietro - da Montesquieu. Nel percorso storico che va dalla nascita degli Stati di diritto alle odierne democrazie (quali che siano gli ordinamenti di ciascuna) l’equilibrio dei poteri dello Stato è da considerarsi uno degli elementi portanti di ogni sistema costituzionale. Questione che - sotto la parvenza di discussioni di teoria giuridica - deriva dall’esigenza di cercare la sistemazione degli equilibri fra le forze politiche in campo in uno specifico periodo storico. Nello scenario della dialettica dei poteri delineato dalla Carta costituzionale occorre distinguere che cosa sia un mero ricordo del passato e cosa rimanga oggi come potere effettivo di partecipare ai processi decisionali. Unicamente in tale perimetro può essere valutato il ruolo ricoperto dai presidenti della Repubblica dal 1948 ad oggi. Oltre trent’anni fa veniva sottolineato che uno studio sull’evoluzione complessiva del ruolo del presidente della Repubblica in relazione a quella del sistema politico e costituzionale italiano è compito dei meno agevoli. Ancor più lo è oggi, poiché gli andamenti particolarmente tortuosi dell’equilibrio dei poteri nel nostro Paese rendono ardua una decifrazione che non voglia limitarsi (o, peggio ancora, legarsi) alla contingenza o alla presa di posizione di parte.

Nel quadro politico attuale è emersa con forza, da parte del Governo, la richiesta di modificare la Costituzione mediante l’elezione diretta del presidente del Consiglio. Proposta che ha incontrato il netto e deciso rifiuto da parte dell’opposizione. La questione - tenuto conto dei tempi previsti dal meccanismo di riforma costituzionale - sarà uno dei punti chiave del dibattito politico dei prossimi mesi. La proposta governativa incide direttamente sul ruolo la figura del presidente della Repubblica, la cui funzione viene ampiamente sminuita. Tale soluzione, che ad alcuni può sembrare innocua, rischia di condurre l’ordinamento verso una forma di democrazia plebiscitaria. Di fronte a tali possibili evoluzioni è importante ricordare che in sede costituente prevalse largamente la propensione alla «fluidità istituzionale», che ha caratterizzato l’azione dei presidenti della Repubblica, consentendo, a ciascuno di loro, una diversa graduazione dell’uso degli strumenti giuridici spendibili nelle diverse circostanze.

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