Difesa della vita
Oltre i diritti

Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2020 nel pianeta sono avvenuti 42 milioni e 600 mila aborti, il 49% clandestini. È come se sparisse una nazione abitata come l’Argentina. Il numero maggiore avviene nei Paesi del Sud e dell’Est e in generale nelle fasce di popolazione più povere: non è una scelta libera, ma fortemente condizionata dall’indigenza. Il 56% delle gravidanze indesiderate termina con un’interruzione volontaria (Ivg), in America del Nord il 36%, in Europa il 70%. I dati più aggiornati sulla situazione in Italia sono del 2018: il primo riguarda il numero di Ivg, 76.328, che conferma il costante calo (-5,5% rispetto al 2017) e si allontana dal picco del 1983 (234.801). L’età media è tra i 20 e i 35 anni, soprattutto casalinghe o con un titolo di studio basso. Un terzo degli aborti riguarda donne di origini straniere.

Non ci permettiamo di giudicare la decisione personale di chi rinuncia a portare a termine una gravidanza: dolorosa, lascia strascichi nell’animo e nel fisico. La legge 194 del 1978 ha un nome che inizia con «tutela sociale della maternità», a sottolineare anche lo scopo di prevenire l’aborto. Uno scopo che andrebbe implementato attraverso il potenziamento dei consultori e del volontariato, come i Centri di aiuto alla vita: quello di Bergamo solo nell’anno del Covid ha garantito sostegno a 329 donne in difficoltà, 20 mila in 40 anni di attività, numeri che meriterebbero un riconoscimento.

In Stati presi a modello di civiltà l’aborto è una deriva per obiettivi aberranti, la selezione della specie: Svezia e Danimarca hanno annunciato di voler diventare entro il 2030 «down syndrome free», privi di bambini down. Chi conosce quei piccoli sa che compensano la malattia con un carattere dolce e affettuoso. Sono persone, non materiale di scarto. Già oggi il 98% delle donne danesi incinte a cui viene diagnosticata la sindrome per il nascituro, abortisce: l’obiettivo del 2030 è vicino. La Giornata nazionale per la vita che si celebra oggi «vuol essere - scrivono in un messaggio i vescovi italiani - un’occasione preziosa per sensibilizzare tutti al valore dell’autentica libertà, nella prospettiva di un suo esercizio a servizio della vita: la libertà non è il fine, ma lo “strumento” per raggiungere il bene proprio e degli altri, un bene strettamente interconnesso.

A ben pensarci, la vera questione umana non è la libertà, ma l’uso di essa. La libertà può distruggere sé stessa: si può perdere! Una cultura pervasa di diritti individuali assolutizzati rende ciechi e deforma la percezione della realtà, genera egoismi». La vera libertà è nella relazione: la pandemia di Covid ci ha insegnato che senza responsabilità verso sé stessi e gli altri, è un pericolo. Ha proposto con prepotenza anche il tema della morte, rimosso dalla cultura post-moderna, richiamata alla realtà e ad uscire dal limbo di un progressismo tecno-scientista che censura l’ontologia umana.

Il messaggio dei vescovi ricorda poi che «dire “sì” alla vita è il compimento di una libertà che può cambiare la storia». E la storia ancora oggi in troppe parti del mondo è macchiata dal sangue innocente. Sono in corso una trentina di conflitti armati di diversa natura: tra il 2017 e il 2018 circa 193.000 persone sono morte in Africa, Asia e Medio Oriente a causa delle guerre. Nella sola Siria in 10 anni di combattimenti 384 mila vite sono state perse e 11 milioni di abitanti sono diventati profughi indesiderati. Oggi l’80% delle vittime dei conflitti sono civili (donne, bambini e anziani), un secolo fa erano militari. Nelle dittature poi l’esistenza del popolo vale solo se allineata ai despoti, altrimenti può essere spenta come una candela in qualche carcere. Né si possono dimenticare le persone che scappano dalle guerre e dalla miseria, dirette in Europa, che perdono la vita nel Mediterraneo o lungo la rotta balcanica, centinaia di corpi ignoti. Ma si muore anche di fame: nel 2019 quasi 690 milioni di abitanti della Terra hanno sofferto di malnutrizione. Ogni anno 3 milioni di bambini sotto i 5 anni muoiono per mancanza di cibo o perché non adeguato.

Nel 2020 nel mondo 600 mila persone sono decedute invece per le droghe, maledette sostanze che generano un giro d’affari planetario di 870 miliardi di dollari (710 miliardi di euro).

Fermiamoci qua. È un elenco macabro che certifica come ancora oggi la vita non sia considerata naturalmente sacra, ma merce di alcun pregio di cui disporre, quando non carne da macello. I diritti umani sono essenziali, ma il valore di ogni esistenza nella sua unicità è più grande e li comprende. È questa evidenza che dovrebbe muovere gli Stati e le organizzazioni multilaterali: la tutela di quella sacralità, principio ispiratore di leggi. Nella Bibbia e nel Talmud è scritto: chi salva una vita salva il mondo intero. Vale anche per le nazioni e i loro capi.

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