I tabù 5 stelle cadono
Le correnti restano

È improbabile che l’avviso di garanzia ricevuto dalla magistratura tolga il sonno a Giuseppe Conte e a sei ministri, indagati sulla base di denunce sulla gestione Covid che la procura di Roma ha già proposto di archiviare per manifesta infondatezza. No, non sarà questo ad impensierire Conte, Di Maio e gli altri. Quanto piuttosto le fibrillazioni tra «alleati» della maggioranza e dentro i singoli partiti. A cominciare dai tormenti del M5S che in queste ore è chiamato ad abbattere due totem della sua incerta identità.

Il primo totem da abbattere è quello che vieta di entrare nel movimento «per fare carriera politica»: sdoganare il terzo mandato dei sindaci, finora proibito, consente a Virginia Raggi di ripresentarsi alle elezioni per il Campidoglio ma significa legittimare appunto la «carriera». Si vota sulla piattaforma Rousseau e quindi l’esito sarà quello che i vertici vogliono che sia, ciò non toglie che siamo in presenza di un vero strappo. «Cresciamo e cambiamo, che male c’è?» si è chiesto con finta ingenuità Luigi Di Maio annunciando il suo sì al «lodo Raggi»: non possiamo fare a meno – ha spiegato – di una persona come Virginia. La quale, eletta consigliere comunale nel 2013 e sindaca dal 2016, comunque andranno le elezioni potrà occupare lo scranno capitolino sino al 2026: una carriera. I maldipancia dei militanti e degli elettori sono così doppi: è scontento sia chi contesta questa trasformazione del movimento in un partito come tutti gli altri, sia chi ritiene che, ricandidando la Raggi significhi votarsi al suicidio politico e aprire la strada alla destra romana: con lei ricandidata non sarà possibile un’alleanza tra Cinque Stelle e Pd, e dunque Lega e Fratelli d’Italia sin d’ora possono prenotare la poltronissima di primo cittadino della Capitale.

Secondo totem che viene abbattuto. Il primo M5S teorizzava di non volersi alleare con gli altri partiti perché, rappresentando il «nuovo» non poteva mescolarsi con il «vecchio». Ora su Rousseau si voterà per consentire le alleanze nelle amministrazioni locali: fine della diversità. Ma Beppe Grillo ha voluto il governo Conte-bis con il Pd perché pensa che l’unica salvezza sia proprio stringere un patto con i democratici sia al governo nazionale che, giù giù, nelle amministrazioni locali. Contro questa linea le resistenze finora sono state fortissime: dopo lo sfortunato precedente umbro, Pd e M5S nelle elezioni regionali non si sono più accordati, con la sola eccezione della Liguria (l’accordo è sul giornalista Ferruccio Sansa del «Fatto quotidiano», da sempre acerrimo nemico dei democratici): sono infatti falliti i tentativi in Puglia, nelle Marche, in Campania. Ma adesso si cambierà: l’esito della consultazione on line imprimerà la svolta che Grillo vuole, e le alleanze saranno possibili e sostenute.

Il problema del movimento però resta sempre quello della lotta inesauribile tra le correnti e i loro capi: Di Maio vorrebbe riprendersi la leadership perduta ma i suoi avversari, che sono l’uno contro l’altro, tutti insieme gli sbarrano la strada. Il risultato è che non si capisce chi comandi: il povero Vito Crimi, messo lì a presidiare la poltrona del capo, è obbligato ogni giorno a cercare di mettere d’accordo i capibastone, un’impresa quasi impossibile.

In ogni caso il referendum del 20 settembre regalerà il sorriso ai grillini: la riforma sul taglio dei parlamentari sarà approvata a larga maggioranza anche grazie alla provvidenziale fuga di notizie (dall’Inps presieduto dal dimaiano Pasquale Tridico) sui deputati, perlopiù leghisti, che hanno approfittato del bonus da 600 euro. Sull’onda dello scandalo, il referendum taglia-poltrone sarà una passeggiata.

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