La telefonata da Pechino e l’Ucraina da ricostruire

MONDO. È di certo un caso, ma la conferenza bilaterale di Roma sulla ricostruzione dell’Ucraina si è svolta, ieri, nel trentasettesimo anniversario del disastro di Chernobyl, dove uno dei reattori della locale centrale esplose nel più grave incidente nucleare della storia.

Quella tragedia sovietica in terra ucraina ha più di un nesso con la situazione attuale. Non solo perché la centrale è stata occupata e poi sgomberata dalle truppe russe nei primi mesi del conflitto. Ma soprattutto perché la ricostruzione dell’Ucraina dovrà per prima cosa ricucire un tessuto di infrastrutture, strade, ferrovie, ponti, fabbriche e centrali elettriche, che è stato uno degli obiettivi privilegiati dei bombardamenti russi.

La conferenza, che ha seguito quelle analoghe in Francia e Germania e preceduto quella del Regno Unito, ha visto i due Paesi rappresentati al massimo livello: da un lato la premier Giorgia Meloni, i vice premier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e quello delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, dall’altro il premier Denys Shmyhal e il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba, oltre al presidente Volodymyr Zelensky intervenuto in collegamento.

E tutti hanno convenuto che l’Italia, nei settori di cui appunto si diceva, può fare molto. Non a caso alcuni accordi sono già stati firmati per quanto riguarda i trasporti, l’energia e la siderurgia. D’altra parte proprio il ministro Giorgetti ha messo in risalto che, a causa delle enormi distruzioni subite, nei prossimi dieci anni l’Ucraina avrà bisogno di sostegno per 400 miliardi, e quindi purtroppo ci sarà ampio spazio per tutti coloro (ieri erano rappresentate più di mille imprese italiane) che avranno la volontà e le giuste conoscenze per investire nella rinascita del Paese.

Ed è stato giustamente sottolineato anche che la ricostruzione economica sarà più veloce e duratura se l’Ucraina riuscirà a entrare nella Ue in tempi stretti. Cosa che ora tutti auspicano a parole ma che nei fatti potrebbe rivelarsi più complicata.

Ieri è stata anche la giornata della tanto attesa telefonata tra il leader cinese Xi Jinping e il presidente Zelensky. Ovvio il riserbo dei protagonisti, anche se è immaginabile che si sia parlato della guerra e di una possibile soluzione negoziale, nonostante che il piano cinese abbia raccolto scarso favore. Telefonata da Pechino e conferenza di Roma sono in stretta relazione. Tutti vogliono ricostruire l’Ucraina ma nessuno sa dire, mentre si attende la cruciale e sempre rinviata controffensiva delle truppe di Zelensky, quale sarà l’Ucraina da ricostruire. Ovvio, se l’Ucraina trionferà sul campo di battaglia sarà tutto chiaro. Ma è tutt’altro che certo. E se la guerra finisse oggi, l’Ucraina si troverebbe monca delle più importanti e produttive regioni minerarie, della più grande centrale nucleare d’Europa (quella di Zaporižžja), di quasi tutti i porti e di tutti i maggiori impianti siderurgici. Proprio il settore della metallurgia, insieme con quello agricolo, è sempre stato decisivo per le esportazioni di Kiev ma nel 2022 il suo fatturato è crollato del 65%. Non poterne disporre nemmeno domani cambierebbe il senso della parola ricostruzione e le farebbe forse prendere direzioni diverse.

È l’ennesima dimostrazione che la «questione ucraina» non può più essere settorializzata, o analizzata secondo il punto di vista di questo o quel Paese coinvolto. L’invasione russa ha generato una crisi che sta scuotendo l’equilibrio globale e che solo in questa prospettiva potrà essere risolta.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA