Mille trapianti
siano uno stimolo

l millesimo trapianto eseguito con successo al «Papa Giovanni» è indubbiamente un risultato significativo non solo per la sanità bergamasca, ma anche per quella del nostro Paese, così tanto bistrattata (a torto) nei lunghi mesi della pandemia provocata dal Covid-19. Certo, oggi il trapianto di cuore è un’operazione per certi versi «banale», ma è il frutto di un continuo e costante processo di crescita, di ricerca, di miglioramento delle conoscenze, delle tecniche, della «manualità» di un intero ospedale, non semplicemente di un singolo, a cui però va doverosamente riconosciuto il merito di aver iniziato un percorso coraggioso e lungimirante insieme. Il successo di oggi nasce da molto lontano, ben prima della seconda metà degli Anni 80, quando anche in Italia, a Pavia e a Bergamo in particolare, si cominciò seriamente a pensare di dar vita all’epopea dei trapianti.

In largo Barozzi - allora sede dell’Ospedale Maggiore - la scintilla l’accende sul finire degli Anni ’60 il genio di Lucio Parenzan, «un americano a Bergamo», venuto da Trieste passando dalla Svezia prima e da Pittsburgh poi, uno dei padri della cardiochirurgia italiana (di quella pediatrica in particolare), un uomo che alla nostra città ha dato molto, ma che con la città non ha mai legato fino in fondo e che la stessa Bergamo non ha mai saputo accogliere completamente. L’altra faccia della Luna in questa lunga avventura «spaziale» è Giorgio Invernizzi, come un fratello per Parenzan, che con lui, vent’anni prima del trapianto, aveva già condiviso la fatica di strappare alla morte i «bambini blu», colpiti cioè dalla tetralogia di Fallot, contro la quale, a quei tempi, c’era davvero poco da fare.

L’intuizione di Parenzan – quella per cui il professore voleva essere ricordato – è di operarli a tre giorni di vita, contro tutto e contro tutti: vincerà la sua scommessa con una naturalezza e una semplicità che lasciò sbalorditi anche i suoi detrattori. Sono gli anni in cui Lucio Parenzan «obbliga» i big della cardiochirurgia mondiale a volgere lo sguardo verso un piccolo ospedale di una piccola città della piccola provincia italiana. Li tratta alla pari e alla pari viene trattato, perché quel mondo gli riconosce capacità, competenza, professionalità. Da lì in avanti è un’escalation continua che porterà a quel 23 novembre 1985, giorno del primo trapianto di cuore a Bergamo, il terzo in Italia.

Una data spartiacque per il nostro ospedale, che per arrivare fin lì è stato «costretto» a mettersi in gioco completamente e ad alzare il livello di preparazione di ogni singolo reparto, perché ogni singolo reparto era coinvolto nella «magia» del trapianto di cuore. E nessuno poteva permettersi di sbagliare, nemmeno nell’aprire una porta tra un reparto e l’altro. Per restare a quei livelli, l’ospedale ha dovuto continuamente mettersi in discussione, ed è stata la sua - e la nostra - fortuna. Senza che noi ce ne accorgessimo, le intuizioni di Parenzan e di Invernizzi hanno consentito a tutti noi di essere curati bene, decisamente meglio che altrove. Non solo per le malattie del cuore, ma per tutte quelle che rovinano la nostra esistenza.

Tuttavia oggi non possiamo assolutamente permettere che quell’enorme spinta propulsiva si affievolisca o, peggio, si spenga. L’ospedale – a cui i bergamaschi hanno dimostrato per l’ennesima volta tutto il loro affetto e tutta la loro riconoscenza anche al tempo del Covid, donando al «Papa Giovanni» oltre 25 milioni di euro – deve continuare ad essere un punto di riferimento indiscutibile, in Italia e in Europa. Per questo è necessario che quello spirito pionieristico che ha sempre aleggiato in largo Barozzi continui a vivere in piazza Oms (a proposito, non si potrebbe cambiare «indirizzo»?). Oggi come allora si deve poter continuare a respirare passione, coraggio, competenza, lungimiranza, voglia di osare, curiosità, spirito di ricerca, innovazione, tecnologia, con le radici ben piantate a Bergamo, ma la testa e le braccia libere di volare alto, di muoversi nel mondo, scientifico e non. L’oggi è il padre di domani ma il figlio di ieri, e non è consentito sottovalutare le conseguenze di scelte che potrebbero avere un impatto pesante sulla salute di tutti.

Da qualche settimana Bergamo discute sull’opportunità di istituire una Facoltà di Medicina, tema delicatissimo, attorno al quale si sono già formate due linee di pensiero diametralmente opposte tra loro. Se intrapreso, sarà un percorso lungo, ma di certo, prima di avviarlo, si dovrà valutarne con grande attenzione ogni singola sfaccettatura. Paradossalmente, non è l’aspetto economico che deve preoccupare (anche se particolarmente impegnativo), ma quello culturale. Il problema non è solo capire se ne abbiamo o non ne abbiamo bisogno, ma – una volta accertatane l’esigenza – di come costruire un progetto per soddisfarla, degno di questa città, della sua tradizione universitaria (significativa, anche se solo con mezzo secolo di storia alle spalle), ma anche della sua tradizione in campo medico, non certo secondaria. Scelta non facile, attuazione ancor più difficile. Ma a discuterne deve essere chiamata l’intera la città, nell’interesse di tutti e non di pochi soltanto.

Post scriptum per Regione Lombardia – Ma il «robot da Vinci» quando verrà consegnato al «Papa Giovanni»? Il tempo delle promesse è abbondantemente scaduto… Grato per una risposta, possibilmente certa.

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