Netanyahu, unica strada in attesa degli eventi

MONDO. Il piano mediato dal Qatar e dall’Egitto per arrivare a un cessate il fuoco a Gaza e alla liberazione degli ostaggi israeliani tuttora nelle mani di Hamas aveva poche speranze di realizzarsi.

E infatti è naufragato in poche ore. Da un lato le richieste di Hamas erano eccessive, comunque inaccettabili per Israele: tre fasi da 45 giorni per arrivare alla liberazione di tutti gli ostaggi in cambio della fine delle ostilità, della liberazione di 1.500 palestinesi detenuti nelle carceri israeliane (500 dei quali condannati all’ergastolo), del ritiro delle truppe di Tsahal dalla Striscia, di aiuti per la popolazione palestinese e per la ricostruzione di Gaza. Più che la mossa d’apertura di una trattativa, quello di Hamas sembrava un modo per farsi dire no. Difficilmente, però, il Governo di Israele avrebbe detto sì, anche se la proposta dell’organizzazione palestinese fosse stata più ragionevole.

Quale convenienza avrebbe Netanyahu a interrompere le operazioni nella Striscia proprio adesso? A lui resta solo una strada: tirare dritto e sperare che nel frattempo qualcosa accada. Per esempio, che un cattivo andamento della campagna elettorale, e lo spettro della rielezione di Donald Trump, convinca il presidente Usa Joe Biden a recedere da un atteggiamento che, pian piano, sta scavando un solco tra Washington e Gerusalemme. Senza gli Usa, che dal 1970 a oggi hanno bocciato 52 risoluzioni del Consiglio di sicurezza Onu perché considerate «ostili» a Israele, la politica degli insediamenti illegali in Cisgiordania non avrebbe potuto essere applicata con tanta costanza ed efficacia dai Governi israeliani. Senza i 4 miliardi di dollari di armi che ogni anno gli Usa gli regalano, lo Stato ebraico sarebbe militarmente meno forte e temibile. E così via. Non è un caso se, di giorno in giorno, Netanyahu diventa sempre più polemico nei confronti dell’antico alleato fino a rinfacciare agli americani, come ha fatto, ieri, il comportamento nella battaglia di Fallujah, in Iraq nel 2004, contro i qaedisti di Al Zarkawi. Un paragone indecente (a Fallujah fu un massacro ma le vittime furono 2 mila, non dieci volte di più come accade a Gaza), che testimonia però dello stato dei rapporti tra Netanyahu e Biden.

Verso il proseguimento delle operazioni militari, però, spinge anche il fronte interno a Israele. Si sa che la società israeliana è spaccata in due. Non su Gaza ma su tutto: lo testimoniano le cinque elezioni politiche in tre anni e mezzo, l’alternanza di governi di segno opposto, le massicce proteste di piazza contro la pseudo-riforma della Giustizia (in realtà un tentativo di mettere le manette governative alla magistratura) poi affondata dalla Corte Suprema. In più, i goffi tentativi di Netanyahu di scaricare su servizi segreti e militari il fallimento di fronte al massacro organizzato da Hamas il 7 ottobre, e la reazione più che infastidita degli uni e degli altri, annunciano una resa dei conti che, appunto, solo la guerra a Gaza può rinviare. Perché Netanyahu dovrebbe interrompere un’azione militare che il suo elettorato approva e che, al momento, pare l’unico strumento che può garantirgli la permanenza al potere?

La mediazione di Qatar ed Egitto continua, nuove delegazioni di Hamas hanno raggiunto il Cairo. Ma le prospettive sono cupe. Non aiuta il disinteresse dell’Unione europea, la «potenza» che dovrebbe controllare e rassicurare il Mediterraneo ma che riesce a produrre quasi solo fervorini umanitari che, sulla linea pilatesca «capiamo Israele ma piangiamo per i palestinesi», non aiutano nessuno.

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