Parlamentari
Taglio e rischi

Si dice che la vicenda miserevole dei 600 euro dell’emergenza Covid versati ad alcuni parlamentari sia stata divulgata per influenzare il voto referendario di settembre. Vero o non vero, è il sintomo di una campagna che sarà di infimo livello, nonostante la serietà dell’argomento. A poco servirà l’intreccio con il varo di una nuova legge elettorale proporzionale, contropartita chiesta dal Pd, al momento del frettoloso varo del Governo, per piegarsi al taglio dei parlamentari, contro il quale aveva votato 3 volte, considerandolo addirittura un attentato alla democrazia. Il taglio passò, ma la legge è ancora in alto mare.

Se prima del 20 settembre esce un testo elettorale qualunque sarà un altro pasticcio, come se non bastassero le 5 modifiche, ogni volta peggiori, che abbiamo visto dagli inopinati referendum Segni in poi, con tutto un profluvio di latinorum. Unica denominazione azzeccata quella di «porcellum», con la benedizione del suo autore, Roberto Calderoli, bravissimo a costruire la trappola utile ad impedire al vincitore previsto di governare, mentre tutti gli altri hanno preparato a sè stessi clamorosi autogoal, ultimo della serie il« rosatellum».

Il problema è molto più serio di quanto non voglia far credere il Pd, che chiede la modifica come se fosse una tecnicalità. Il problema è invece politico, di cattiva politica. È molto chiaro che un solo partito potrà intestarsi la vittoria dei «sì», sventolando le ragioni dell’antipolitica che lo hanno fatto vincere nel 2018. Tutti gli altri canteranno nel coro, tra il rassegnato e il masochistico.

In era populista, questa modifica della Costituzione è stata in realtà il trionfo della paura degli elettori, il peggiore dei mali in democrazia, quando la politica non ha il coraggio di contrastare un’emotività e rinuncia a spiegare e difendere i principi. Anni di propaganda contro la casta, alimentati dalla casta stessa, non possono che lasciare un segno nelle convinzioni popolari. Sono ora tardivi e ipocriti i «pentimenti» sulla Costituzione in pericolo, che stanno moltiplicandosi con adesioni di nomi significativi. Non c’è un solo costituzionalista disposto a difendere un taglio con numeri a casaccio. Gli stessi parlamentari che hanno votato a favore, hanno subito dopo chiesto il referendum e hanno cominciato ad aderire al comitato del «no». Un qui lo dico e qui lo nego degno di un film di Alberto Sordi.

Certo, è vero che non esiste un numero perfetto per formare un Parlamento. Perché 200 senatori sono meglio o peggio di 315? L’unico aggancio può essere razionalmente fatto alla popolazione e allora un deputato ogni 100 mila abitanti o un senatore ogni 200 mila, come avviene ora, sembra una proporzione ragionevole. Con le modifiche, scendiamo in fondo alla classifica europea della rappresentanza, e lasciamo fuori dal Parlamento, o quasi, intere Regioni e minoranze politiche importanti (o ex maggioranze come i 5 Stelle…). La salvaguardia delle minoranze è la controprova di una democrazia. Dare un’occhiata a Turchia e Ungheria.

Il numero dei parlamentari, di per sé, non è il primo problema istituzionale, e ad esempio un osservatore critico del populismo come Guido Cerasa, direttore de «Il Foglio», è di questo parere. Purché non si alimenti l’idea che anche 200 senatori sono troppi e che sotto sotto di un Parlamento si possa fare a meno. Il problema della qualità dei parlamentari, drammaticamente evidenziato dalla vicenda 600 euro, che non é l’unica se pensiamo al viceministro degli Esteri che solidarizza con i libici confondendoli con i libanesi, non si risolve tagliandoli ma scegliendogli bene. Resterà l’argomentazione più risibile, quella dei costi, che Cottarelli ha quantificato nello 0,007% del bilancio statale: un caffè all’anno a testa. Una sola dichiarazione improvvida sull’euro è costata all’Italia dieci volte di più.

Ridurre i parlamentari si può, non è un tabù. Ma farlo in questo modo e con le motivazioni sostenute ogni giorno da Di Maio, produrrà solo conseguenze negative per una democrazia fragile, proprio mentre emergono segnali di asfissia del populismo, in seguito al bagno di realismo e di necessità della politica prodotti dal Covid e alla capacità dell’Europa di reagire.

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