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La transizione ecologica allarga il vuoto di competenze green

Articolo. La domanda di professionalità e di profili tecnici capaci di impostare, definire e gestire le strategie della transizione energetica cresce in modo esponenziale. Molti dei mestieri si stanno addirittura definendo ora. Ma il mismatch arriva fino al 30-35%, a Bergamo supera il 40%. Ecco il quadro dettagliato delle richieste presentato dalle imprese

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La transizione green amplia il vuoto di competenze

«Non si può fare transizione ecologica senza transizione digitale». Le parole monito di Marco Taisch, professore del Politecnico di Milano e Scientific chairman del World Manufacturing Forum, suonano come un pre-allarme per il mercato del lavoro. Ma valgono anche nell’altra direzione: se è vero che le competenze digitali sono alla base della transizione più importante del sistema produttivo (revisione dei processi industriali in senso di efficientamento energetico, di corsa alle fonti rinnovabili, all’urgenza di percorsi di decarbonizzazione), l’ultima domanda di profili professionali fa crescere in parallelo anche un nuovo fenomeno: le figure e competenze più ricercate si stanno decisamente vestendo di verde. Bene i processi digitali, ma senza una forte componente green a riorientare questi innovazioni la transizione perde molta della sua efficacia.

Dall’industria alle piccole medie imprese fino alle libere professioni la “domanda di sostenibilità” e in generale dei temi che si rifanno alla transizione ecologica rappresentano così una nuova forte accelerazione per i processi di digitalizzazione. Ma per le imprese del mondo manifatturiero, la sostenibilità è qualcosa con un valore maggiore della “semplice” riduzione delle emissioni e della responsabilità sociale, peraltro fattori importantissimi. I temi legati alla sustainability devono essere letti in strettissima relazione con una trasformazione del settore che ha le sue basi in un rapporto diretto e inscindibile fra transizione ecologica e trasformazione digitale.

 

E questo costringe a fare i conti ancora una volta con le carenze dei profili e delle competenze necessarie per garantire questo passaggio. Anche perché in questo momento sta crescendo più di tutte le altre la domanda di competenze ambientali. L’elenco si infoltisce di giorno in giorno, la conoscenza tecnica per il risparmio energetico, la sostenibilità ambientale sono i requisiti richiesti e fondamentali fino alle fine del 2021 per tre nuove assunzioni su quattro (il 76,3% pari a oltre 3,5 milioni di posti di lavoro scoperti), e gli ultimi osservatori del mercato del lavoro dicono che molti mestieri con le migliori competenze green sono ancora oggi tutti in fase di “costruzione”.

Il mismatch cresce e chiede profili più elevati

I risultati del sistema informativo Excelsior evidenziano proprio questo dato: il mismatch cresce all’aumentare dell’intensità dell’importanza con cui sono richieste le competenze green. La difficoltà di reperimento delle competenze green, nella media, vale per il 33,8% delle entrate, quota che arriva al 36,9% quando sono necessarie con elevato grado di importanza.

Un affondo sul mercato del lavoro di Bergamo evidenzia quanto questa sia ancora più un’emergenza. Su una previsione di fabbisogno di poco più di 90mila figure e competenze legate alla transizione ecologica, per sette su dieci è indispensabile una alta competenza tecnica (meglio nel 71% dei casi con un’esperienza specifica), ma nel 39% dei casi si tratta di profili di “difficile reperimento”, almeno 3-4 punti superiore alla media. Lo stesso valore di difficoltà nel trovare giovani talenti sotto i 30 anni, ferma al 31% di irreperibilità contro una media nazionale del 27,6%.

 

L’attitudine al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale si conferma quindi un requisito base per entrare nel mercato del lavoro: se nel 2021 le imprese hanno denunziato un fabbisogno di competenze verdi per 3,5 milioni di posizioni, ancora oggi almeno nel 37,9% dei casi quelle stesse posizioni hanno alzato il livello di preparazione nel settore della transizione ecologica a «un grado di importanza per la professione elevato».

Il tutto in quadro in cui dal 2021 si è registrato un recupero degli investimenti delle imprese nei sistemi e negli impianti in ottica green economy. Il rapporto Excelsior Unioncamere sulle Competenze Green ha sottolineato che il 24,3% delle aziende dell’industria e dei servizi ha investito in tecnologie e prodotti green (+3% sul 2019) e il 52,5% ha investito in percorsi di formazione e di aggiornamento delle competenze green, ripristinando così la dinamica positiva avviata prima della pandemia.

E nascono nuovi profili professionali

Un trend confermato da altre indagini. L’Osservatorio di Linkedin, per esempio, nell’ultima indagine ha evidenziato che la quota di talenti con competenze green è passata dal 9,6% del 2015 a oltre il 13,5% di oggi, con un tasso di crescita del 38,5%. Spicca, anche in questa fotografia, il ridisegno delle figure professionali legate alla transizione ecologica alcune competenze finora quasi “sconosciute”: l’ecosystem manager, esperti in policy ambientali, professionisti nella prevenzione dell’inquinamento, ma anche smart mobility, designer, visual advisor, medici clinici ambientali, citizen technologist fino a manager-tecnologici con la doppia caratteristica, competenze integrate per essere manager dell’innovazione e della sostenibilità. Tutte professioni e profili di competenze che hanno guardato al futuro e che, per restare sul mercato del lavoro, si sono trasformate. Perché se è vero che il mercato del lavoro ha sempre subito nel corso del tempo un cambiamento nel fabbisogno di profili e quindi di domanda di competenze, mai come oggi questo cambiamento è stato così veloce e continuo.

 

Tuto questo quadro, di trasformazione e di nuova declinazione della domanda di professionalità, sottolinea ancora una volta di più l’impegno delle imprese verso la transizione green, fattore ancor più strategico oggi per superare le fortissime tensioni nel campo energetico dell’approvvigionamento e della loro diversificazione delle materie prime a maggior ragione oggi con l’emergenza dovuta al conflitto in Ucraina.

Ma c’è ancora di più. L’indagine del sistema informativo Excelsior di Unioncamere e Anpal, realizzata con il Centro studi delle Camere di commercio Tagliacarne, non solo sottolinea che la domanda di competenze per la transizione verde pervade l’intera economia, sebbene con diversi gradi di intensità. Ma che questa domanda continuerà la sua crescita con un ritmo costante. Entro il 2025 il sistema industriale avrà bisogno di 2,2 milioni di profili professionali capaci di impostare e gestire soluzioni e strategie ecosostenibili.

 

Competenze trasversali ai vari settori industriali, si sottolinea nel report: dall’energia, alle telecomunicazioni, alla chimica, fino all’economia circolare, alla moda, al packaging, al food in particolare. Per l’industria, poi, sempre più elevata la richiesta di competenze green nel settore dell’estrazione minerali (sono necessarie per il 79,7% degli ingressi programmati), nel comparto del legno e del mobile (78,8%), nelle costruzioni (78,6%), nelle industrie chimiche, farmaceutiche e petrolifere (78,5%), per le public utilities (77,8%) e per la meccanica (76,8%). Nei servizi si rileva altrettanto strategica la green skill per la formazione (richieste all’84,6% delle entrate), commercio e riparazione autoveicoli e motocicli (84,4%), servizi avanzati e di supporto alle imprese (81,1%) e alloggio, ristorazione e turismo (80,9%).

Un fabbisogno trasversale a tutti i settori

Le competenze green sono dirimenti per gran parte dei mestieri legati al comparto dell’edilizia, per esempio i tecnici e ingegneri delle costruzioni civili (competenze richieste con elevata importanza al 78,6% e al 71,2% delle entrate) e i tecnici della gestione dei cantieri edili (55%), chiamati a operare sia per la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio già esistente, sia nella progettazione e costruzione di nuovi edifici ecosostenibili. Ma non solo, le competenze green sono decisive ai fini dell’assunzione di ingegneri elettronici e in telecomunicazioni (64,5%), tecnici gestori di reti e di sistemi telematici (57,8%), spedizionieri e tecnici della distribuzione (56,4%), tecnici chimici (52,6%), insegnanti nella formazione professionale (52,3%).

Inoltre, il possesso di competenze verdi è strategico per tutti i livelli di istruzione: le richieste maggiori sono per la formazione tecnica superiore (è necessaria la green skill per l’88,2% delle entrate con ITS) e i laureati (82,7%), ma anche per chi consegue una qualifica e/o un diploma professionale o un titolo di studio di livello secondario l’attitudine al risparmio energetico e sensibilità ambientale è un requisito importante per entrare nel mondo del lavoro (domandato rispettivamente al 79,3% e al 76,6% delle entrate del livello di istruzione).

 

Gli indirizzi di laurea a cui è associata una domanda della green skill di grado elevato superiore alla media – pari al 45,5% – sono l’indirizzo agrario, agroalimentare e zootecnico (competenze green elevate richieste al 74,7% dei laureati), ingegneria civile ed architettura (61,5%), ingegneria industriale (55,9%) e statistica (54%).

Tra gli indirizzi di diploma di secondaria superiore, le imprese ritengono assolutamente necessario il possesso di competenze green per i diplomati a indirizzo turismo, enogastronomia e ospitalità (richieste con elevata importanza al 51,4% dei profili ricercati) e a indirizzo agrario, agroalimentare e agroindustria (48,1%).

Un bisogno di profili per strategie e tecnologie green

La green economy, indubbiamente, sta quindi orientando la ricerca maggiore di competenze specifiche e sta determinando la quota di assunzioni programmate dalle imprese. Dopo un 2021 in cui sono stati programmati dalle imprese 1,6 milioni di contratti per veri e propri green jobs (il 34,5% del totale delle assunzioni), oggi stanno questa quota di domanda di competenze aumenta ulteriormente: sempre più professionisti delle tecnologie e strategie green, i tecnici del risparmio energetico e delle energie rinnovabili, il responsabile delle vendite di prodotti verdi, l’analista e progettista di green software, l’esperto legale ambientale.

 

I settori dell’industria – che assorbono in misura maggiore i profili coinvolti attivamente nella produzione e nello sviluppo di tecnologie e processi in un ottica specifica i decarbonizzazione e di risparmio energetico – evidenziano un’incidenza di green jobs maggiore (68,6%) rispetto ai servizi (20,9%).

Le costruzioni si confermano al primo posto (un fabbisogno dichiarato del 86,7% sul totale delle entrate del settore), seguite dalla meccanica (84%), dalle industrie della gomma e delle materie plastiche (82,8%). Per quanto riguarda i servizi, presentano incidenze di Green Jobs superiori alla media logistica (72,4%), servizi avanzati di supporto alle imprese (52,5%), servizi finanziari e assicurativi (40,6%) e Ict (40,2%).

I professionisti delle tecnologie green sono caratterizzati – rispetto alle altre professioni – anche da una richiesta più intensa di problem solving, di capacità di gestire soluzioni innovative e di competenze matematiche e informatiche. Ma anche nuovi profili capaci di diffondere in azienda una cultura della’eco-progettazione con attenzione al riuso ei materiali, alla riduzione degli scarti e all’utilizzo di materiali non inquinanti. Ma anche qui ci si scontra con un livello di mismacht accentuato, dove la difficoltà di reperimento arriva fino al 40,6% dei profili cercati.

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