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Lavoro e competenze , la poca formazione fa crescere i giovani inattivi : 5 milioni

Articolo. Oggi sono almeno 5 milioni solo fra studenti, disoccupati ed esclusi dai percorsi di formazione le persone che non cercano lavoro. La stima dell’ultimo rapporto Randstad parla di 26 milioni in Italia. Intanto i Centri per l’impiego fanno il bilancio (in calo) del progetto Garanzia Lavoro

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Il primo passo verso il mismatch

«Dovremmo ripartire da qui, nel definire le nuove politiche attive del lavoro. Dovremmo ripartire da questo esercito di oltre 5 milioni di giovani fra i 15 e i 29 anni, fuori dal mercato del lavoro e completamente inattivi. Sono gli scoraggiati, giovani che hanno cercato a lungo un’occupazione ma inutilmente, senza successo. E quindi hanno smesso di cercarlo attivamente. È questo il primo fenomeno da contrastare con adeguate politiche del lavoro». Sul tavolo, Rossella Fasola, Legal and Public Affairs Manager di Randstad Italia , ha appena aperto e sfogliato l’ultima ricerca di Randstad Research. Un viaggio dettagliato in quella che definisce «l’anomalia» del mercato del lavoro italiano.
A pagina sei del report, la tabella che forse riassume in maniera più efficace il senso del monito di Fasola. Le cifre sono impressionanti.
Ed è per questo che è anche uno dei motivi su cui il Pnrr si focalizza, tra l’altro, con un piccolo tesoro stanziato di oltre 4,5 miliardi di euro: accelerare e favorire la preparazione dei giovani al lavoro e ai lavori futuri.

I numeri, partendo dalla disoccupazione: se l’Italia fosse allineata alle medie europee, è la sintesi del report Randstad, riguardo al tasso di attività e al tasso di disoccupazione della classe di età 15-64 anni, avrebbe oggi, secondo un semplice esercizio di confronto, almeno 4 milioni di occupati in più. I numeri fanno emergere anche altre criticità: complessivamente, ci sono quasi 26 milioni di persone inattive fra i 15 e i 69 anni, di cui i famosi 5,3 milioni di giovani. Dentro a questa “isola” ci sono anche gli studenti sono, considerati dalla ricerca inattivi in quanto non lavorano, ma «fanno chiaramente parte di una categoria molto importante» proprio perché attiva nella costruzione del capitale umano, in un’ottica rilevante della «società della conoscenza» che sempre più si sta costruendo e imponendo.

 

«Troppi giovani sono del tutto inattivi – riprende Fasola -, nel senso che non studiano, non sono impegnati in percorsi di formazione e non lavorano, fanno parte dei Neet, i Not in employment, rducation or training. Il problema dell’inattività è una caratteristica che grava in maniera speciale: siamo il terzo paese in classifica per inattivi sulla popolazione tra i 15 e i 64 anni con il 34,2% e siamo il primo tra i paesi europei con 8,4 punti percentuali in più rispetto alla media europea (25,8%)».
Non solo: anche la popolazione inattiva maschile è superiore alla media europea. L’Italia è al quarto posto con il 25% di inattivi maschi sulla popolazione totale. La media Ue è al 20,5%.

 

Dentro questa fotografia ne emerge una seconda – spiega Fasola - altrettanto inquietante: «Le donne in età lavorativa sono una componente molto importante e il dato è impressionante se riferito alla popolazione inattiva femminile. Siamo al terzo posto tra i paesi Eurostat con 12 punti percentuali in più rispetto alla media Ue con il 43,2% di popolazione inattiva sulla popolazione 15-64 anni ».

Isole di inattivi, ma come per tutti gli arcipelaghi, sono contornate da numerose altre piccole isole: degli occupati, dei disoccupati, di chi se n’è andato emigrato in altri territori e che loro volta si distinguono per genere, per classi di età e per geografia.
Il dato centrale resta però l’alto tasso di inattività fra i più giovani, quegli oltre 5 milioni di giovani con meno di 29 anni che sono alla base (e contribuiscono non poco a generarlo) il grave paradosso del mismatching, le aziende non riescono a reperire le risorse umane di cui hanno bisogno.

Le domanda alla base che la ricerca Randstad fa emergere sono esplicite: può un paese sostenere a lungo tassi elevati di inattività? Ci possiamo permettere questo “spreco di capitale umano” nel mondo della “società della conoscenza” e delle “sfide per la sostenibilità”?

È fin troppo evidente che finora le politiche attive del lavoro messe in campo e che (se) avevano l’obiettivo di limitare questo fenomeno non hanno funzionato. Quanto meno quelle pubbliche. I dati che arrivano dall’Anpal, l’Agenzia nazionale politiche attive del lavoro, confermano questo fenomeno. L’ultimo bollettino pubblicato (dati al 30 settembre 2021), più ricco di informazioni perché il risultato di una metodologia nuova, e focalizzato sull’efficacia della misura Garanzia Giovani, non fa altro che confermare questo ritardo. E soprattutto ribadisce la solita criticità del nostro sistema pubblico di collocamento, la poca efficacia dei Centri pubblici per l’impiego.

 

Dall’avvio del programma (2014) al 30 settembre 2021 sono quindi 1,7 milioni (1.712.492) i giovani fra i 15-29 anni e i giovani Neet che si sono registrati al progetto Garanzia Giovani (11.559 solo nel mese di settembre 2021). Di questi quasi 1,4 milioni sono stati presi in carico dai Centri per l’impiego e Agenzie per il lavoro (7.360 solo nel mese di settembre 2021). Il risultato è fin troppo esplicito: degli 802mila che risultano avviati agli interventi per poco più di un milione di interventi di politica attiva messi in campo, sono stati 748.852 i giovani che hanno concluso il percorso, ma solo poco più della metà, 484mila i giovani, sono riusciti a completare il percorso di inserimento e trovare un posto di lavoro. Alla fine il tasso di occupazione è stato quindi del 64,7%.

 

Un dato positivo: per il 61,1% dei giovani la presa in carico è avvenuta entro i due mesi dalla registrazione e il 59,6% dei presi in carico è stato avviato ad una misura di politica attiva.

Resta però il dato eclatante: in questi anni di progetto Garanzia Giovani si è comunque disperso quasi un milione di giovani, probabilmente quasi tutti finiti a ingrossare ulteriormente le fila dell’esercito dei Neet. Ma di questo fenomeno il report Anpal non dà ulteriori informazioni in quest’ultimo report.
Emergono dati importanti dal precedente report, intorno a servizi e dati confrontabili fra i diversi periodi di osservazione. In media ai giovani viene offerta una misura di politica attiva del lavoro dopo 124 giorni dalla sottoscrizione del Patto di servizio, ma il tempo di attesa aumenta a 151 giorni se il giovane è stato preso in carico da un Centro pubblico per l’impiego, si riduce a 64 nel caso delle agenzie private. La situazione è migliore nel Nord-Ovest dove i giorni medi per essere avviati a una politica sono 63, che scende a 53 se si considerano le sole agenzie privati.

 

E quest’ultimo dato è certamente fra le considerazioni che stanno modificando gli andamenti temporali dell’indice di presa in carico rispetto all’evoluzione del ruolo giocato dai diversi servizi competenti nella fase di stipula del patto di servizio: tra il 2014 e il 2020 il ruolo delle Agenzia del lavoro private, inizialmente residuale, si è via via rafforzato. Nel secondo quadrimestre del 2021 la forbice tra le due tipologie di servizi si riduce ulteriormente, e tende quasi ad annullarsi con una distanza di soli cinque punti percentuali: 52,5% dei centri per l’impiego con il 47,5% delle Agenzie private.

Significativo anche l’andamento dell’indice medio di profiling dei giovani presi in carico: il trend è di una progressiva riduzione che ha raggiunto nel 2019 il valore più basso (0,592). Solo a partire da fine 2020 l’indicatore riprende a risalire e aumenta ancora nel secondo quadrimestre del 2021, arrivando a segnare 0,628. Altro dato: nei primi otto mesi (gennaio-agosto 2021) i centri per l’impiego svolgono un ruolo più rilevante verso i giovani più distanti dal mercato del lavoro rispetto alle agenzie. Il peggioramento della condizione dei giovani nel mercato del lavoro nella lunga fase della pandemia pesa sull’indice di profiling e i servizi competenti si trovano a dover gestire probabilmente Neet ancora più “svantaggiati”.

 

Il tema dei giovani Neet è al centro anche del rapporto Randstad, in particolare nel mettere in relazione la frequenza di percorsi di formazione e la predisposizione di competenze adeguate con i fabbisogni professionali in arrivo dalle imprese. L’età forse più critica di questo ritardo, in particolare nel confronto europeo, emerge nei due intervalli di età 20-24 anni e 25-29 anni. L’Italia nel primo caso, è al sedicesimo posto con solo il 37% di iscritti. Perché? Randstad spiega che questa classe d’età comprende gli studenti coinvolti nei percorsi universitari, percorsi che godono di scarsa attrattiva. E questo perché i percorsi accademici presentano oggi un’offerta formativa percepita come “datata”, lontana cioè dalle effettive richieste del mercato del lavoro.

L’università, di contro, è per i ragazzi e per le famiglie un grande investimento in termine di anni, di impegno e di risorse. E gli alti tassi di abbandono scolastico in questa fascia di età rispecchiano esattamente la percezione delle imprese e sul fronte giovani uno scoraggiamento che «richiederebbe come risposta un ingente impegno – spiega il rapporto - in termini di policy per riformare un sistema che fa grande fatica ad attrarre, motivare e aiutare i giovani nella scelta di affrontare il mondo del lavoro».

Cambio di classe d’età solo per passare ad un problema diverso: la grande difficoltà a trattenere gli studenti in un percorso formativo. Lo stesso dilemma che caratterizza l’Italia sul tema della formazione continua: Italia sempre in fondo alla classifica. Solo il 17,1% degli individui tra i 15 e i 64 anni fa formazione continua, 3,9 punti percentuali sotto la media Ue (21%).

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