Imprese poco pronte per i giovani talenti

Non è vero che i giovani non riescono ad adattarsi alle offerte di lavoro perché non presentano qualifiche adeguate o perché rifiutano retribuzioni diverse da quelle che sono le loro aspettative. Ma diversi lavori non sono compatibili con le qualifiche del loro impiego. Le imprese, la loro struttura produttiva e l’organizzazione non è ancora all’altezza tecnologicamente sotto il profilo dell’innovazione alle qualifiche che presentano i nostri giovani.

Sommario

Perché giovani talenti e imprenditori fanno fatica a ritrovarsi
Costruire una possibilità per i talenti
Il passo lento delle piccole e medie aziende
I fronti diversi dell’innovazione
Il lavoro si impara in azienda: mettersi in gioco ma con pazienza
Il lavoro di oggi non è solo un posto
Talk: «Spieghiamo ai ragazzi che “tutto e subito” è dannoso»
Talk: «Coinvolgere i collaboratori: una priorità»

Perché giovani talenti e imprenditori fanno fatica a ritrovarsi

«Nei prossimi 5 anni serviranno alle imprese circa 300mila figure, di cui il 70% dovranno essere figure tecniche, o tecnico-scientifiche e non ci sono». L’annuncio è del presidente della Piccola industria di Confindustria, Carlo Robiglio, presentando l’ultimo rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi, sottolineando quindi che «è fondamentale la formazione» dei giovani e «il rapporto scuola-industria in modo da portare i giovani alla conoscenza del sistema produttivo».
Ed è proprio questo il punto: la conoscenza del sistema produttivo. C’è infatti una prospettiva nuova, anzi due, con cui guardare - e in parte spiegare - il mismatch occupazionale, quella distanza fra offerta e domanda di lavoro. Il lavoro c’è ma le aziende non riescono a scovare i profili adeguati.
Il tema è stato affrontato in questo articolo di Skille e il dibattito fra imprenditori ha aiutato a chiarire almeno un concetto di partenza. Questo: non è vero che i giovani non riescono ad adattarsi alle offerte di lavoro perché non presentano qualifiche adeguate o perchè rifiutano retribuzioni diverse da quelle che sono le loro aspettative.
Secondo i nostri imprenditori c’è un altro livello di mismatch: molti lavori - l’Ocse stima almeno il 40% - non sono compatibili con le qualifiche del loro impiego. Talenti che non riescono a essere assorbiti o valorizzati dal sistema delle imprese per quest’ultime sono in ritardo.

L’alta quota di superlaureati disoccupati riflette produzioni a basso valore aggiunto

Ecco allora la provocazione degli imprenditori: c’è un problema di sotto-qualifica e di sovra-qualifica delle offerte di lavoro ai giovani. Le imprese, la loro struttura produttiva e l’organizzazione non è ancora all’altezza tecnologicamente sotto il profilo dell’innovazione alle qualifiche che presentano i nostri giovani.

Costruire una possibilità per i talenti

Le imprese non sono tutte uguali. O almeno, tutte uguali, non lo sono ancora. Qual è la differenza fra una e l’altra? Perché un giovane dovrebbe aspirare a lavorare in un’azienda piuttosto che in una diversa?
Domande che anche gli stessi imprenditori si pongono e a cui tentano di dare e darsi una risposta. «Costruire una possibilità per i giovani del nostro territorio significa obbligatoriamente fondare e trasformare le nostre imprese guardando all’innovazione, alla tecnologia, alla sfida del digitale. Solo così possiamo preparare imprese attrattive per i talenti».

Andrea Lodetti

Titolare di ML Engraving

La vera sollecitazione o provocazione di Andrea Lodetti, titolare della ML Engraving di Onore, azienda altamente innovativa, che dà lavoro a 25 giovani tutti under 25, è questa: «Noi imprenditori siamo preparati per questo passaggio, siamo capaci di costruire queste imprese, così tecnologiche? Forse, dico io, non lo siamo come i tempi invece richiederebbero. E allora non è solo un problema di capacità a scovare i talenti di cui abbiamo bisogno. È piuttosto una difficoltà a presentarci così attrattivi per un giovane neodiplomato o appena laureato».

Non solo, gli imprenditori riuniti nella convention di Skille nella sede di Comelit a Rovetta, si chiedono poi un’altra cosa: siamo capaci anche di guidare nel modo corretto questi giovani se qualcuno di loro volesse fare l’imprenditore, di insegnare loro che cosa significa “imprenditorialità”?

Ancora oggi si riscontra un ritardo nell’attuare un percorso di innovazione

I dati danno man forte nel rispondere. E sono espliciti. Il problema dello skill mismacht è l’elemento che innervosisce sempre più il mondo del lavoro. Il disallineamento fra domanda e offerta di lavoro viene riproposto in ogni statistica del mercato del lavoro e viene ben sintetizzato dallo squilibrio anche all’Università di Bergamo, dove gli studenti in ingegneria sono contatti e “prenotati” dalle aziende del territorio almeno nove mesi prima della laurea. Al Politecnico di Milano, un altro confronto, ogni fresco ingegnere può scegliere in media fra almeno 18 proposte di lavoro. La distanza fra posti liberi e competenze che mancano viene sempre letta come prova che le imprese si sono trasformate, ma le competenze non si sono ancora adeguate all’offerta.

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Lo ha raccontato molto bene Marco Moreschi, imprenditore della Val di Scalve, titolare di un’azienda familiare e specializzata nella progettazione, produzione e manutenzione di lame circolari. Moreschi ha fatto capire che anche sul lavoro, non solo sulle imprese, è necessaria oggi una nuova narrazione.

Marco Moreschi

Titolare della Moreschi di Vilminore di Scalve

«È importante far sapere che l’impresa è cambiata, la sua organizzazione si è modificata per adeguarsi ai nuovi processi produttivi. Questo ha cambiato il lavoro, il modo di lavorare e le competenze richieste. Tuttavia – spiega Moreschi davanti al gruppo di tredici imprenditori della Valle Seriana e della Val di Scalve -, le conoscenze tecniche sono e restano indispensabili, ma da sole non sono più sufficienti».

Il passo lento delle piccole e medie aziende

È veramente così? Altri dati mettono le imprese sul banco degli imputati. La ricerca dell’Action Institute indica che la difficoltà a trovare i laureati giusti porta ad abbassare la qualità dell’offerta di lavoro. E dall’altra parte, l’alto numero di laureati iper-specializzati non impiegati (ancora quasi il 20%) dipende molto dalle caratteristiche strutturali delle imprese, soprattutto delle più piccole, quasi sempre con produzioni con un contenuto a basso valore aggiunto. Sembra un paradosso: ma se gran parte dei giovani laureati dotati di skill destinati alle economie con alto valore aggiunto restano disoccupati «evidentemente - è la conclusione dell’indagine – è perché si riscontra un ritardo strutturale del sistema produttivo», le aziende non sono cioè ancora tecnologicamente attrezzate, hanno ancora produzioni a basso contenuto d’innovazione e non sono preparate ad accogliere questi alti profili e competenze. Così come migliorabile è la governance dei processi: al momento i processi innovativi sono affidati nel 60% dei casi a figure apicali, a cominciare dall’imprenditore. Solo nell’1% dei casi esiste una figura dedicata, il chief digital officer, figura presente solo nelle grandi aziende.

Anche questo è vero? Lo è abbastanza, se a ottobre scorso l’8% delle imprese dichiarava ancora di non conoscere il Piano Industria 4.0 e i tempi di metabolizzazione di questo cambiamento per le piccole e medie imprese sono ancora troppo lunghi. Il fermento comunque c’è. Ed è una sfida, soprattutto per imprenditori che hanno dichiarato di voler essere attrattivi per i giovani e di voler riportare i loro ragazzi in quelle Valli a rischio di spopolamento, dove hanno anche sede le loro fabbriche. Forse sono cambiati sia la figura sia il significato di «essere imprenditore».

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I fronti diversi dell’innovazione

Ne fa cenno Stefano Scainelli, alla guida della Scame di Parre, azienda fortemente innovativa e leader anche nella progettazione e produzione di componenti destinati alle auto elettriche del futuro.

Stefano Scainelli

Titolare della Scame di Parre

«Come azienda, dopo quasi 60 anni di attività e un’alta specializzazione, oggi ci sentiamo pionieri nel nostro settore. Io stesso mi considero un traghettatore dell’azienda da un’era industriale a un’altra più tecnologica. Ecco perché ai giovani rivolgo questa riflessione: lavorare nella mia azienda significa affrontare una sfida professionale in un settore che è destinato a porre sempre nuove sfide. Perfino quella di farsi venire la voglia di diventare imprenditori. Raccolgo e rilancio una seconda “provocazione”: innovazione non significa solo cambiamento dei modelli produttivi. Ma anche nuovi paradigmi organizzativi e aziendali, di sperimentazione di strategie per entrare nei nuovi mercati. Da qui il bisogno estremo anche di profili umanistici: un esempio, nel nostro settore marketing lavora anche un giovane laureato in archeologia. Su un team di otto persone tecniche, almeno due arrivano da un altro percorso formativo. E funzionano benissimo. Ma significa avere una visione di lungo periodo e iniziare a pensare anche il mondo del lavoro in termini globali».

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Il lavoro si impara in azienda: mettersi in gioco ma con pazienza

L’impresa del futuro ha bisogno di giovani. Ma spesso giovani e impresa, colpevole spesso anche la scuola, fanno fatica a incontrarsi e a conoscersi. E così sorgono attese e approcci sbagliati. «È importante un’educazione dei giovani direttamente sul posto di lavoro. Imparare a lavorare oggi è anche un percorso continuo e costante. E lo si fa in azienda, solo lavorando».

È una prima riflessione. Ne solleva una seconda: ci vuole molta pazienza. «Può essere che all’inizio non sia così eccitante per un giovane appena uscito dalla scuola e carico di entusiasmo e attese. Ho visto io stesso tanti giovani entrare nella mia azienda, lavorare per un periodo e poi andarsene. Avevano troppo fretta di risultati personali». Marco Moreschi, titolare della Moreschi di Vilminore di Scalve, rilancia il tema del futuro delle imprese, partendo dai nostri giovani. Davanti a Moreschi ci sono una ventina di ragazzi della terza D del liceo scientifico «Amaldi» di Alzano, sono venuti in Comelit per incontrare tredici imprenditori riuniti nella convention di Skille, per conoscerli, sapere che cosa li aspetta. E per chiedergli come si devono preparare.

Il lavoro di oggi non è solo un posto

Perché li hanno ascoltati gli imprenditori, li hanno sentiti raccontare della difficoltà di trovare i giovani professionalmente giusti per le loro aziende. Ma oggi la questione centrale non è più solo la competenza.

Diego Figaroli

Quality manager di Officine Meccaniche di Ponte Nossa

«È importante che i ragazzi riescano a cogliere nelle nostre aziende – spiega Diego Figaroli di Officine Meccaniche di Ponte Nossa – la reale opportunità di crescita professionale e personale che viene offerta. Non è solo un posto di lavoro». Certo, «è necessaria anche una grande disponibilità a metterci del proprio, a mettersi in gioco ogni giorno – ribadisce Ottavio Duci di Effedi Meccanotek -, perché quando si entra in azienda è solo l’inizio di un percorso». Continua Diego Figaroli: «In un’azienda si entra armati di grande spirito di umiltà, perfino modestia. Ma con tanta voglia di battersi e di fare. L’approccio giusto è essere persone capaci di porsi sempre delle domande, sapendo che c’è anche il rischio di sbagliare: ma questo è un passaggio normale». Anche perché ci sono almeno altri due dati che i giovani devono sapere. Se è vero, primo dato, che uno alunno di sei anni che oggi inizia il suo percorso scolastico quando uscirà, fra tredici anni almeno, farà un lavoro che oggi non esiste ancora, è altrettanto vero che il 60% dei lavori di oggi cambierà quasi radicalmente nei prossimi 5 anni.

Giorgio Donadoni

Presidente Gruppo Meccatronici di Confindustria Bergamo

talk

«Spieghiamo ai ragazzi che “tutto e subito” è dannoso»

Giorgio Donadoni, presidente Gruppo Meccatronici Confindustria Bergamo

«Ai giovani che si avvicinano al lavoro indico un solo primo concetto: siate persone di testa e di cuore. È questa capacità che fa la differenza». Il messaggio è lanciato via etere, da un microfono di una trasmissione radiofonica. Il contenuto arriva molto chiaramente.

Giorgio Donadoni, imprenditore alla guida della Comac di Bonate Sotto e presidente della categoria dei Meccatronici in Confindustria Bergamo, si rivolge ai giovani per raccontare i percorsi che portano alle aziende, al lavoro e al proprio futuro. Ma lo fa rivolgendosi e sollecitando in realtà i suoi colleghi imprenditori. Ad ascoltarlo ci si accorge che la prospettiva è ribaltata.

«La prima vera responsabilità l’abbiamo noi imprenditori, il dovere di educare i ragazzi e di condurli su una strada adeguata, di giuste scelte – spiega Donadoni – capaci di creare valore e un nuovo modo di dare prospettiva non solo al lavoro ma anche alla propria vita».

Per rendere immediato questo passaggio Donadoni attinge al passato. E sempre ai suoi colleghi dice: «Anni fa, se un giovane aveva cambiato quattro posti di lavoro in cinque anni e si presentava a un’azienda non avrebbe avuto alcuna chance. Oggi è il contrario: non hai occasioni se non hai cambiato almeno quattro volte posto di lavoro».

Così aggiunge un’ulteriore sfida. «Il nostro compito oggi, guardando anche alla trasformazione delle nostre imprese, alle nuove competenze e abilità richieste, che molti di questi giovani abbiamo molte capacità ma non ancora espresse. Bisogna essere capaci di farle emergere, dando loro spazio senza pretendere che possano crescere in un secondo».

Ma la cosa è reciproca, torna il concetto di pazienza. Spiegare ai ragazzi «che pretendere tutto e subito è un atteggiamento inadeguato e dannoso, occorre spendere del tempo, continuando a coltivare la voglia di realizzare un sogno. Poi tutto è possibile».

Roberto Loda

Presidente di Punto Azzurro

Il cambiamento veloce e continuo delle competenze torna al centro. Roberto Loda, a capo dell’azienda Punto Azzurro è categorico: «Oggi i tempi aziendali sono in rapido mutamento, la velocità è un fattore costante: significa che sul posto di lavoro si continua a imparare e il proprio gruppo insegna sempre ad apprendere». Ma non tutto viene visto con tensione. «Non è vero che i giovani sono impreparati - dice Stefano Scainelli amministratore delegato di Scame, azienda di Parre, leader nella produzione di materiale elettrico -. Tutti questi ragazzi conoscono le lingue, sono nativi digitali, ben formati. Cosa gli manca ancora? Un metodo per apprendere e saper leggere il mondo, e sapersi comportare di conseguenza. Nessuno gli insegna questo passaggio, il mio appello è rivolto non solo alla scuola, ma anche all’Università».

Silvia Brasi

Vicepresidente e Direttore Risorse Umane di Comelit

Talk

«Coinvolgere i collaboratori: una priorità»

Silvia Brasi, Vicepresidente e Direttore Risorse Umane di Comelit

Che valore hanno le persone in un’azienda come la Comelit?
Comelit è fatta di teste pensanti. La nostra mission è coinvolgere ciascuno perché diano il massimo sul lavoro con differenti tipi di contributi. E questo lo rendiamo possibile attraverso un alto coinvolgimento e una forte condivisione degli obiettivi e della direzione di marcia dell’azienda.

Con quali strumenti attuate questo approccio?
Sono diversi: abbiamo ideato per esempio l’Info Day: un appuntamento con tutti i nostri collaboratori per un aggiornamento continuo e di condivisione degli obiettivi dell’azienda. Lo facciamo durante una cena. Oppure il Family Day, un momento più ludico in cui ci si trova, anche con le famiglie, e dove il clou della giornata è sicuramente il torneo di calcetto fra i vari reparti dell’azienda: altro che competizione sui mercati.

Il talento, come fate a individuarlo e a trattenerlo?
Coltivare i talenti è prioritario, coinvolgere tutti è un obiettivo affinché tutti restino in azienda. L’UniBg esprime tanti talenti, grandi tecnici e figure specializzate, ma poi bisogna “portarli a terra”. Clima serena, sala da caffè, biliardino, piccola palestra. si parte anche da qui.