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La sfida degli Its per rilanciare una formazione d’eccellenza

Articolo. Pronti da investire 1,5 miliardi di euro per la completa revisione e il finanziamento degli Istituti tecnici superiori come non è mai stato fatto finora. Risorse che non possono essere sprecate, per un sistema con una forte vocazione territoriale capacità di monitorare e rispondere in tempo reale al fabbisogno di competenze tecniche delle imprese locali

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A suon di miliardi. Le risorse del Pnrr per gli Its

Pronti 1,5 miliardi per i prossimi cinque anni. Questa la cifra della riscossa che il Pnrr assegna per gli Its, gli istituti di formazione terziaria non accademica che formano figure professionali altamente specializzate nelle più strategiche aree tecnologiche (vedi tabella). Un notevole salto in avanti rispetto ai canonici 75 milioni che le circa 110 fondazioni rilevate dall’Indire, l’ente preposto al monitoraggio degli istituti, si trovavano a gestire su base annua. I soldi adesso ci sono, la sfida più difficile è spenderli bene. L’Italia è infatti fanalino di coda in Europa con appena 18 mila studenti a fronte dei circa 800 mila della Germania e dei 450 mila della Spagna.

Matteo Colombo

Ricercatore di Adapt

Il confronto rimane drammatico anche in casa se si guarda al volto più noto dell’istruzione terziaria, le università, i cui iscritti ammontano a circa 1,6 milioni. Numeri che, dopo oltre un decennio di sperimentazione, invocano a gran voce un cambio di marcia. Ha le idee chiare Matteo Colombo, ricercatore di Adapt, che sottolinea come «fin da subito l’obiettivo dev’essere quello espresso nel Pnrr di raddoppiare il numero di iscritti annuo. Ad oggi ne abbiamo solo 9 mila (18 mila sono tutti coloro che frequentano). Inoltre, - continua Colombo – non dobbiamo commettere l’errore di parcellizzare le risorse aumentando il numero delle fondazioni. Piuttosto vanno messe nelle condizioni di migliorare l’offerta formativa quelle che già abbiamo».

 

La solita distribuzione a pioggia è quindi qualcosa da evitare. Meglio puntare sull’aumento dei corsi nelle fondazioni già presenti e quindi sulla moltiplicazione degli iscritti. Tra le motivazioni c’è il fatto che, come mostra la ricerca “Gli Its lombardi e il Piano di Sviluppo nazionale Industria 4.0” di Adapt e Confindustria Lombardia, il loro ruolo è anche quello di essere centri di aggregazione territoriale tra imprese, istituti formativi e giovani, per cui un’eccessiva proliferazione degli istituti porterebbe alla dispersione delle risorse. Su questa linea, continua Colombo, «il Pnrr interviene riguardo all’esigenza di costruire laboratori e campus di formazione sul territorio. Finora ognuno ha dovuto fare un po’ da sé per trovare le strutture, ma adesso è il momento di costruire scuole di eccellenza con laboratori e macchinari d’avanguardia per continuare ad offrire formazione ai ragazzi ma anche agli adulti e ai dipendenti delle imprese».

 

Più iscritti e più infrastrutture di qualità sono quindi i punti cardine del piano, che ora vanno calati nella realtà. Missione non certo semplice per via del complesso sistema di governance degli Its e del frammentato insieme di norme che li regola. Questi sono istituiti a livello nazionale, dove vengono individuate anche le aree tecnologiche di riferimento, ma sono poi le Regioni che ne gestiscono gli aspetti operativi legati alla formazione.
Secondo Colombo, alla complessità burocratica è collegato anche il tema delle modalità di finanziamento delle fondazioni: «Spesso si utilizzano fondi europei che però impongono alcuni limiti di spesa ma soprattutto una logica a bando annuale che limita la capacità progettuale degli istituti. Il paradosso è che le realtà che più progettano futuro, sono quelle poi messe più in difficoltà nel fare progetti a lungo termine».

Al di là di questi nodi, gli Its fanno scuola per il tasso di occupazione di chi li frequenta. Secondo Indire, l’80% dei diplomati trova lavoro entro un anno dal diploma e il 92% degli occupati lo trova in un’area coerente al percorso di studi svolto. Un’oasi nel deserto della difficile condizione occupazionale dei giovani del nostro paese. I meriti di queste prestazioni vanno individuati nella forte vocazione territoriale degli Its e nella loro capacità di monitorare in tempo reale il fabbisogno delle aziende locali. E sul mismatch di competenze non ci sono alibi: oltre il 70% dei docenti proviene dal mondo del lavoro e conoscono le esigenze delle aziende come le loro tasche.

 

Non da ultimo, sono vincenti la contaminazione tra formazione e lavoro (oltre il 41% delle ore del percorso è realizzato in stage) e la capacità di essere luoghi di sintesi tra le realtà che vi partecipano per la costruzione di percorsi formativi in grado di soddisfare i fabbisogni professionali di oggi ma soprattutto di domani. Parlando di primati, la Lombardia è la Regione con più fondazioni in Italia (20) e i numeri degli iscritti sono in costante crescita, come anche quello dei corsi, che vedrà l’istituto Nuove Tecnologie della Vita di Bergamo ospitarne uno nuovo proprio sul tema della transizione ecologica. Un’occasione unica per far fronte alle grandi opportunità offerte dal Pnrr. C’è tanto in gioco.

Formare specialisti veri. Le priorità degli Its

Imerio Chiappa

Dirigente dell’Its Paleocpa di Bergamo

«La priorità del nostro sistema Its deve essere quella di aumentare il livello di specializzazione».
Non ha dubbi Imerio Chiappa, dirigente del Paleocapa e socio fondatore dell’Its Meccatronica, sul fatto che le risorse del Pnrr vadano prima di tutto utilizzate per innalzare il livello dei corsi e delle conoscenze di chi si diploma. «Noi dobbiamo puntare a formare specialisti veri, - continua Chiappa - ma con pochi studenti non sempre è facile. La possibilità di differenziare l’offerta e di accorpare persone con competenze di partenza dello stesso livello in percorsi binari aumenterebbe parecchio la qualità della formazione e il grado di specializzazione. Ma per farlo servono più iscritti, così da poter formare più classi. Questo ci permetterebbe di non abbassare il livello dell’offerta, di personalizzare ancora di più i percorsi e soprattutto di elevare il livello di specializzazione degli Its».

Tra le cause dei bassi numeri c’è sicuramente un sistema di orientamento non troppo funzionante ma anche un certo retaggio culturale che tende a considerare di serie B questi percorsi rispetto a quelli universitari classici. Comunque sia, le risorse a disposizione per migliorare sono tante e un maggior raccordo con gli istituti secondari superiori o di formazione professionale potrà aiutare ad incrementare la visibilità degli Its e (si spera) il numero degli iscritti. Per quanto riguarda chi dovrà tenere i cordoni della borsa, Chiappa afferma che «le regioni e gli istituti hanno un rapporto stretto e sinergico, hanno il grande vantaggio di essere legati al territorio e di conoscerne le esigenze e i fabbisogni. Pertanto, le risorse dovrebbero essere affidate alla loro collaborazione».
Non da ultimo, c’è interesse nei confronti del dibattito istituzionale sul progetto di riforma degli istituti. «Si sta andando nella direzione giusta. – conclude Chiappa - C’è da dare benzina e nuove risorse. Dobbiamo puntare sulla rivoluzione ecologica e digitale e il progetto di riforma sembra averlo capito, anche nell’ottica di indirizzare le aree tecnologiche di riferimento su questi temi».
Non resta che vedere come andrà a finire.

 

talk

Cosa significa che gli Its permettono di formare figure professionali a banda larga capaci di governare e adattarsi ai nuovi contesti lavorativi?

L’obsolescenza delle competenze è un problema molto attuale. La sfida più grande è rappresentata dalla velocità della trasformazione del fabbisogno. Gli Its sono in grado di formare profili a banda larga che non si incardinano in un numero ristretto di competenze richieste da un numero limitato di aziende.
Su questo aspetto, le parti sociali che fanno parte delle fondazioni giocano un ruolo cruciale: fanno un’operazione di sintesi tra i tanti fabbisogni, mettendo in dialogo aziende diverse e di diverse dimensioni, così da costruire profili che siano confacenti a realtà molto differenti tra loro e che siano in grado di anticipare il fabbisogno.
Non stiamo parlando di tecnici intermedi “tradizionali” e quindi adibiti a mansioni meramente esecutive. Sono dei tecnici che si occupano di portare nelle aziende un nuovo modo di pensare e di lavorare, come impone l’assetto 4.0. Chi esce dagli Its è un tecnico ad elevata specializzazione ma con grandi capacità di pensiero critico e competenze trasversali, ormai fondamentali. Riescono a dialogare con i piani alti dell’azienda e con gli uffici di ricerca e sviluppo, mettendo poi a terra nel concreto la frontiera dell’innovazione, costruendo una nuova grammatica di lavoro.
La loro figura non si incardina in un mansionario ristretto o in una serie di ruoli più o meno definiti, ma possiede un respiro ampio che a partire da forti specificità riesce a portare innovazione incrementale, ossia l’innovazione passo dopo passo guadagnata quotidianamente nei luoghi di lavoro. Sono profili ibridi che tengono assieme sapere tecnico con sapere personale, competenze hard con competenze soft.

Qual è il vantaggio per una piccola media impresa di entrare in contatto con queste realtà?

Per rispondere occorre fare alcune doverose premesse. Gli Its sono importanti centri di aggregazione territoriale. Oggi più che mai, il capitale umano è prioritario all’interno dei processi di costruzione del valore. Investire sulle persone è il primo driver per investire sullo sviluppo. C’è però anche il tema dell’innovazione. Questa non è rappresentata soltanto dagli investimenti in nuove tecnologie, ma anche e soprattutto dalla personalizzazione dell’innovazione rispetto al territorio e al settore di riferimento. L’innovazione per non rimanere uno slogan richiede anche una capacità di assorbimento e di messa a terra. Ciò è possibile grazie ai profili tecnici e intermedi formati dagli Its che sono in grado di farlo. Questa è una ghiotta occasione anche per le Pmi, poiché spesso non conoscono quella che è la frontiera dell’innovazione o non hanno le risorse per riuscire a presidiarla. Entrare invece in una rete collaborativa permette alle aziende più piccole di acquisirla in maniera indiretta. Ad esempio, alcune aziende meno strutturate che partecipano a fondazioni Its hanno potuto incontrare l’innovazione ospitando in stage gli studenti. Questi ragazzi durante il percorso formativo avevano incontrato come docenti dei lavoratori che provenivano da grandi aziende che già mettevano in pratica determinate innovazioni. Gli studenti avevano poi avuto la possibilità di adoperare le nuove tecnologie grazie ai laboratori, imparando ad utilizzarle anche nella pratica Quando sono andati in stage in aziende più piccole e meno strutturate non hanno portato solo la loro voglia di imparare ma anche di condividere quello che già avevano conosciuto. Riassumendo, per le Pmi è l’occasione di entrare in una rete collaborativa con altri player e avere l’opportunità di beneficare di processi di innovazione diffusa a partire dalla mobilità degli studenti e dalle innovazioni che questi ragazzi portano in azienda.

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