L’industria sostenibile chiede più certezze per poter investire

Articolo. Troppe norme confuse, pochi controlli sui prodotti importati, isteria da plastica: gli imprenditori orobici sollecitano Bruxelles a fare chiarezza per rendere più favorevole il passaggio a uno sviluppo sostenibile e verso nuove tecnologie. E L’Europa risponde così

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Imprese pronte, ma troppe incertezze

L’Europa sollecita gli imprenditori a non avere esitazioni, a vedere sempre più nell’economia circolare una grande opportunità di sviluppo e di business. Le opportunità - dice - sono reali. E le imprese saranno obbligate a imboccare questa strada. Così annuncia nuove iniziative per sostenerli, saranno com,prse nella nuova direttiva Ue che sarà resa pubblica dal prossimo marzo: maggiori controlli sulla qualità ambientale dei prodotti importati (dalle componenti agli elementi chimici che contengono) ai finanziamenti per investimenti in tecnologia di riciclo, alle regole per passare definitivamente a un’impostazione di economia circolare.
Gli imprenditori rispondono con i fatti: lo stiamo già facendo, dicono. E ci credono. Lo raccontano le storie delle loro aziende, le innovazioni che hanno introdotto, in fase già avanzata di implementazione, trasformazione e integrazione nei loro prodotti e nei processi produttivi: La direzione è verso una crescita concretamente sostenibile e di tutela ambientale. Ma non sempre la strada è in discesa o facilitata. Anzi, ancora troppe le norme confuse, regole poco chiare, applicate in maniera diversa da Paese a Paese così da penalizzare o favorire imprese di uno Stato o di un altro. Manca comunque ancora un sistema di controllo sulla qualità di merci e prodotti che arrivano, in generale, da Paesi come Cina o Far East. E, in quanto a chiarezza, l’Italia non è sempre un buon esempio nel tradurre in leggi le direttive Ue. Così il mondo delle imprese si ritrova a scontare anche un grande effetto emotivo dell’opinione pubblica. Consumatori che passano dal «finora tutto andava bene» a «ora non si fa più così» senza che nessuno spieghi che è un passaggio graduale. E la mancanza di questa informazione, o addirittura informazioni poco corrette sono spesso alla base di una vera e propria «ondata di emotività ostile e ingiustificata».

 

Paola Migliorini, capo unità aggiunto dell’Unità produzione, prodotti e consumo sostenibili della Direzione generale Ambiente della Commissione europea

Quaranta imprenditori bergamaschi alle prese con un confronto aperto, a volte anche aspro nelle rivendicazioni, ma estremamente utile a rimettere i puntini al posto giusto nel rapporto fra Europa, imprese e territori. Dall’altra parte Paola Migliorini, capo unità aggiunto dell’Unità produzione, prodotti e consumo sostenibili della Direzione generale Ambiente della Commissione europea. Il tutto nel workshop organizzato da Skille-L’Eco di Bergamo fra quaranta imprenditori bergamaschi, riconosciuti eccellenza nel settore della blue economy.

Non ha negato i problemi sollevati dagli imprenditori. E la Migliorini ha risposto a tutte le osservazioni, puntuale. Annunciando le prossime novità Ue, come risultato anche delle criticità normative sollevate dagli imprenditori: un Green Deal con dentro la protezione ambientale e la piena attuazione dei principi dell’economia circolare saranno i punti cardine del lavoro che la nuova Commissione europea ha iniziato con la Conferenza Onu sui cambiamenti climatici a Madrid.

Nella prossima direttiva Ue ci saranno nuove linee guida e cinque aree di intervento per il 2020-2024. Le direttrici saranno su capitale naturale e biodiversità, digitalizzazione, investimenti, innovazione, economia a zero emissioni, aumento delle competenze e finanza sostenibile. E l’obiettivo del patto con l’industria è chiaro: ciò che è rifiuto per un settore deve diventare materia prima per un altro. Si inizierà da due settori industriali cruciali: il tessile e le costruzioni.

 

La lungimiranza degli imprenditori

«È una grande opportunità per le imprese. Ma occorre anche tanta lungimiranza degli imprenditori, dove magari manca agli amministratori locali - ha sottolineato la Migliorini -. Le imprese di Bergamo hanno già intrapreso questa strada, con ottime eccellenze. Ma l’economia circolare è anche un nuovo modello di business. Quindi resta una grande opportunità da cogliere».

Paolo Agnelli

Imprenditori, titolare dell’omonimo Gruppo industriale, presidente Confimi e vicepresidente di Apindustria di Bergamo

È un’opportunità se vengono riconosciuti e incentivati anche gli sforzi d’investimento, organizzativi e di competenze che questo percorso comporta. «Altrimenti, sotto il profilo della riduzione dei costi, che è il primo valore dell’economia circolare, non cambia nulla: rifornirsi di materia prima, come l’alluminio, frutto di processi di economia circolare rispetto a quella fornita dalle grandi multinazionali meno attente a questo percorso diventa perfino penalizzante. Soprattutto per le piccole e medie imprese. E allora perché dare una svolta green alle imprese?» è un po’ la provocazione lanciata da Paolo Agnelli, presidente dell’omonimo gruppo industriale, presidente Confimi e vicepresidente Apindustria Bergamo. Limiti che guardati da Alberto Paccanelli e dal suo osservatorio privilegiato diventano nuovi problemi.

Alberto Paccanelli

Amministratore delegato dell’industria tessile Martinelli Ginetto, presidente di Euratex e vicepresidente di Confindustria Bergamo

Da presidente Euratex, e da amministratore delegato dell’industria tessile Martinelli Ginetto, Paccanelli punta il dito sul vuoto di controlli sull’import di prodotti tessili, e non solo. «La conseguenza è ritrovarsi in Italia un mercato pieno di materiali pericolosi che non riusciamo più né a riciclare né a recuperare». «Con la conseguenza – ha rilanciato Olivo Foglieni, presidente Fecs e vice di Confindustria Bergamo - che a noi restano però i costi del recupero, riciclo o smaltimento quasi impossibile».

 
Giacinto Giambellini

IMprenditore e presidente di Confartigianato Imprese Bergamo

Problemi poi difficili da gestire anche a livello di opinione pubblica. «Il primo controllo e il primo vero controllore è già, ma lo deve diventare ancora di più, il consumatore – rilancia Giacinto Giambellini, imprenditore e presidente di Confartigianato Bergamo -. Ma l’informazione deve essere corretta. Per questo l’Europa dovrebbe imporre una certificazione uniforme per tutti, chiara, trasparente e univoca».

Roberto Sancinelli

Imprenditore e presidente dell’industria Montello

Il rischio è di avere nuovi casi come quello sulla plastica. «In Italia lo abbiamo affrontato in modo decisamente isterico – ha detto Roberto Sancinelli, patron della Montello, che ha fatto del recupero e del riciclo della plastica e dei rifiuti urbani un modello di business leader per qualità e dimensioni in tutta Europa -. È corretto incidere, ma occorre graduare gli interventi: dove esistono le tecnologie per sostituire i prodotti in plastica, si proceda. In altri è ancora presto. Non tutte le plastiche sono compostabili. Si può incidere subito inserendosi nelle abitudini dei consumatori, per una migliore raccolta differenziata, rivedere il sistema di imballaggi».

 

La risposta di Migliorini. «L’Europa sulla plastica è molto chiara: se si può la plastica va sostituita. Ma l’Europa non fa nessuna guerra alla plastica. Occorre molta razionalizzazione, e non tutti i settori industriali possono farne a meno subito, per esempio nell’automotive, medicale, trasporti. Il punto invece è come si è attuata la direttiva Ue: negli altri Paesi non c’è alcuna isteria come in Italia».

Nessuna isteria sulle norme, più informazione

Luigi Cardinetti

Imprenditore e titolare dell’impresa Laf

Isteria ed emotività che poi, come ha sottolineato Luigi Cardinetti dell’impresa Laf, «porta a frenare ogni strategia di sviluppo sostenibile, autorizzazioni o insediamenti anche da parte degli amministratori locali, per troppi timori delle reazioni pubbliche per eccesso di prudenza amministrativa e politica. Il rifiuto ha ancora una percezione negativa, non è considerato una materia prima. Chi vorrebbe un impianto di trattamento nel proprio Comune?».

Isteria, poca informazione, caos normativo e disincentivi. Ma anche una proposta volutamente molto provocatoria. «Vogliamo favorire questo passaggio? Cancelliamo l’Iva da tutti i prodotti realizzati con materia prima riciclata. Solo l’Europa lo può fare». Risposta: «Infatti l’abbiamo presa in considerazione - ha replicato Migliorini - . Ma l’Europa su questo tema si è dovuta autocensurare, davanti al muro e al secco no degli Stati membri».

 

L’intervista - Amelio (Deloitte): «Rafforzare la collaborazione fra le imprese sulle tecnologie»

«Crediamo nella responsabilità sociale d’impresa, vogliamo andare sempre più verso un’industria e imprese sostenibili. Continuiamo a fare investimenti in questa direzione, con progetti anche di lungo respiro. Ma non sappiamo mai se le regole di oggi valgono ancora domani, non abbiamo mai certezze normative. Così, alla fine, oltre che con i nostri competitor, per paradosso dobbiamo fare i conti anche con il nostro sistema paese». È un tema costante di discussione fra gli imprenditori quello che ancora una volta anche Olivo Foglieni, impreditore e vicepresidente di Confindustria Bergamo, rilancia davanti al rappresentante dell’Europa, Paola Migliorini. L’incertezza è un ostacolo che rilevano anche le società di consulenza quando affiancano le imprese in percorsi di crescita, soprattutto in questo nuovo settore. «È un limite reale, l’incertezza del quadro normativo – spiega Franco Amelio, partner e Sostenibility leader di Deloitte, società internazionale di consulenza d’impresa -. Ed è decisivo, perché anche in Europa si stanno aspettando norme e un piano sull’economia circolare che vadano a incentivare finanziamenti molto ingenti. Dovrà essere supportato anche dal mercato finanziario oltre che da investitori istituzionali.
- Ma qual è allora l’elemento che più ostacola questo passaggio?

Le norme troppo poco chiare. Tutte le nuove tecnologie si stanno sviluppando su aspetti ancora molto opportunistici e non strategici. L’incertezza impedisce una visione di medio-lungo termine. Arriveranno nuove opportunità e le imprese, le piccole in particolare, dovranno essere pronte per coglierle. Solo così ci riusciranno perché sono molto veloci e con una grande capacità reattiva. E sapranno trasformarle anche in nuovi modelli di business.

- E oggi invece qual è la situazione fra le imprese sull’economia circolare?
È un tema che stanno affrontando con molto attenzione. Sono molte le startup che stanno lavorando su tante iniziative che però restano ancora progetti troppo piccoli: di innovazione tecnologica collegata ai nuovi design di prodotti e a nuove modalità di riutilizzo delle materie che però non riescono ad avere un mercato di sbocco sufficientemente ampio.
- La piccola dimensione d’impresa e dei progetti sembra un altro limite?

Sì, perché capiscono che le opportunità ci sono, ma i progetti sono sempre collegati a economie di scala limitate. Manca la capacità di creare un sistema di filiera ampio che riesca a dare quella massa critica su cui poter sviluppare queste tecnologie. E anche sviluppi di mercato all’insegna di quel principio della sostenibilità per cui lo scarto di uno diventa materia prima dell’altro. Ci sono molte ottime idee, vanno messe a sistema. Insomma, manca la classica capacità di fare squadra e di visione sul valore creato da queste tecnologie.
- È lo stesso rilievo che rimarca l’Europa: l’Italia non c’è a fare lobby costruttiva…
È vero. L’Italia non si vede perché le piccole aziende fanno fatica a capire qual è la fluidità di questi fondi. Manca molte volte anche un capofila che metta insieme o aggreghi diverse aziende per creare un sistema di progettualità che possa intercettare una massa di investimenti rilevante. Se si pensa a una piccola azienda, si prende in considerazione solo un pezzo della filiera che potrebbe essere anche non vincente rispetto alla totalità dell’insieme. Creare consorzi d’imprese, potrebbe dare molta spinta alla progettualità. Non basta il piccolo o singolo progetto.
- Un appello finale agli imprenditori, quale potrebbe essere?

Siamo un paese di imprenditori molto capaci e reattivi. Ma ancora troppo individualisti. Non dobbiamo più temere di condividere la nostra conoscenza o il nostro know how. Altri Paesi lo hanno capito e hanno trasformato questa capacità in una loro forza competitiva.

 

Più capacità di fare squadra per sfruttare i fondi dell’Europa

Il sasso lo lancia, per primo, Alberto Paccanelli, presidente Euratex. «Dal 2020 le imprese saranno obbligate a intraprendere la via dell’economia circolare. Ma siamo in ritardo, mancano le tecnologie di riciclo per implementare un più forte processo di transizione. Mancano gli investimenti e una capacità produttiva. Questo è un limite». Paola Migliorini risponde e poi lo ribadirà anche alla platea di oltre 100 imprenditori . La maggiore esperta di economia circolare in Europa, capo unità aggiunto sulla materia nella Commissione Ue è secca nella sua replica.

«A Bruxelles non conosciamo queste vostre eccellenze perché non arrivano. I finanziamenti ci sono per gli investimenti – ribadisce Migliorini -. L’Europa ha bandi specifici per finanziare lo sviluppo di nuove tecnologie di riciclo. E insisto molto sui bandi per i finanziamenti contenuti nei programmi strutturali regionali perché sono un ottimo strumento per recuperare risorse. A Bruxelles – spiega - vediamo presentarsi molte imprese di altri Paesi europei, ma l’Italia non c’è quasi mai, non utilizza nel modo e nella quantità che invece dovrebbe questo strumento».

Il richiamo è quello di sempre: occorre imparare a fare sistema, farsi ambasciatori dei propri progetti. «Facendo lobby? Anche, in modo corretto e trasparente. Bisogna fare in modo – spiega Migliorini – che in Europa vi ascoltino, ma portando progetti, favorendo missioni, presentandosi come filiere d’impresa compatte. Rappresentare con continuità la voce dell’Italia significa acquisire credibilità. È da qui - conclude Migliorni - che si struttura un processo corretto di negoziato con la Commissione, il Consiglio e il Parlamento Ue per tutelare i propri interessi di imprenditori».

Adriano Galizzi

Fondatore e titolare dell’azienda agricola Agrigal

talk

Dalla terra come interesse alla riscoperta della sostenibilità come valore. In che modo avviene?

Seguendo uno dei miei principi base: valorizzare il territorio, le collaborazioni per cooperare senza mai pensare al business come priorità delle nostre scelte. E questo approccio ci porta ad avere attenzione a tutto, iniziando dalle risorse e dalle materie prime. Nulla deve essere mai sprecato o considerato un rifiuto da buttare.

E come si concretizza questa strategia in azienda?

Partendo dal concetto che non esiste sostenibilità se non c’è circolarità: tutto quello che si utilizza deve poter essere recuperato, usando così poche nuove risorse. Noi spendiamo non più di 2mila euro l’anno di gasolio sfruttando al massimo le nuove tecnologie sostenibili.

Ecco, le nuove tecnologie, che ruolo hanno nell’azienda?

Fondamentale. A cominciare da quelle digitali: noi non facciamo marketing con carta, volantino o trasporto. Il motore della nostra comunicazione è il sito, attraverso cui riusciamo a raggiungere consumatori e clienti e a trasmettere i n nostri valori: per esempio le nostre gallette biologiche, prodotte con il recupero del mais spinato, scomparso dalle coltivazioni del territorio.