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Automotive Le auto connesse trasformano filiere e modelli di business

Articolo. Auto elettriche, veicoli connessi, mobilità e infrastrutture intelligenti, funzionalità digitali e servizi per la sicurezza. E ora il via libera dell’Europa alla guida autonoma anche in Italia. Sono tutti sviluppi che stanno già creando una nuova economia legata alle applicazioni dell’auto del futuro. A cominciare dalle ricadute sull’industria. Un business destinato a crescere ogni anno. Non senza limiti e problemi

Lettura 8 min.

La nuova frontiera smart dell’auto piace

Il futuro è già salito in auto. E da lì l’intenzione è di non scenderà mai più.È una prospettiva che in parte spaventa, ma al tempo stesso affascina altrettanto, se si pensa che ogni volta che prenderemo posto in auto non dovremo fare altro: lasceremo alla vettura (al suo sistema di intelligenza artificiale) decidere dove portarci (in base alle nostre abitudini, alle routine legate agli orari, ai desideri), quale scegliere in base al traffico o più empaticamente in base alla bellezza del paesaggio che si potrebbe ammirare. E sarà sempre l’auto a scegliere il genere di musica o il programma radiofonico o televisivo da farci ascoltare durante tutto il percorso. A tutto questo penserà la nostra auto.

Naturalmente senza perdere di vista nessun elemento legato alla sicurezza (sarà inserito e vigile il sistema di frenata automatica d’emergenza, una elevata capacità di controllo perché connessa con il mondo circostante, una sensoristica per la geolocalizzazione e mantenere l’auto in corsia), funzioni avanzate per la gestione del traffico, la tele-diagnostica. Ma il dato più promettente per la riuscita di questa sfida è che la nostra auto – e così le altre vetture in circolazione – produrranno una serie così alta di informazioni e dati che l’evoluto sistema V2X (vehicle-to-everthing) permetterà a tutti i veicoli di condividere qui dati prodotti dal sistema di bordo, e di coordinare le “traffico e manovre automobilistiche” negli scenari complessi della nuova mobilità, in cui domina un sistema digitale di infrastrutture stradali come i semafori connessi e digitali, a cui l’auto può collegarsi per una sincronizzazione. E ad una più ampia gamma di segnaletica stradale connessa a bordo del veicolo.

 

Un flusso di comunicazione reso efficiente, robusto e versatile. Oltre che sicuro: saranno questi sistemi connessi a consentire di comunicare direttamente non solo fra le auto, ma anche con gli altri utenti della strada come pedoni, biciclette, monopattini. L’arrivo delle rete 5G poi farà tutto il resto, anzi sarà il presupposto sia per la velocità di trasmissione dei dati, sia per la localizzazione e la potenza di calcolo garantita dalla stessa rete di connessione veloce.

La dimensione della connected car, non solo ecologica

È questa la nuova dimensione che definisce la connected car, una rivoluzione non solo per il mondo della mobilità in una prospettiva fortemente smart ed ecologica. Ma l’ondata di innovazione tecnologica che sta alla base sta aumentando e orientando sempre più anche una rivoluzione industriale legata alla smart car, facendo emergere un mercato che cresce in valore ogni anno (oggi vale già poco meno di 2 miliardi) e che spinge l’offerta di nuovi prodotti, di servizi e funzioni digitali sempre più sofisticati fino a rivoluzionare modelli e strategie di business aziendali. Ma siamo solo all’inizio.

La prospettiva infatti ora si apre ulteriormente: questa corsa ha avuto in queste ultime ore altre due spinte importanti.La prima, tutta italiana, arriva con il via libera del governo di un ulteriore incentivo economico, aggiuntivo a quello già in vigore, solo per l’acquisto di auto totalmente elettriche (le full electric), o per le auto ibride plug-in: il valore del bonus è del 50% in più dello sconto già previsto (anche se destinato a chi ha un reddito inferiore ai 30mila euro). Si tratta comunque di una manovra da quasi 12 miliardi. E a costo zero, perché nel bilancio statale sono fondi già destinati al settore auto, ma risorse non utilizzate, ferme.

 

Il dato è importante perché oggi, parlare di auto elettrica, significa riferirsi a un mondo di vetture già fortemente connesse e predisposte a una loro ulteriore evoluzione tecnologica e smart. In Italia, secondo i dati dell’Osservatorio Connected Car e Mobility del Politecnico di Milano, a fine 2021 se ne contavano 18,4 milioni di auto connesse, quasi un’auto su due del parco circolante (47%), 1,1 milioni in più rispetto al 2020. E più della metà degli italiani, il 52% che possiede un’auto smart possiede anche servizi digitali associati alla connettività, soprattutto assistenza stradale in caso di guasto del veicolo (17%), invio di soccorsi in caso di sinistro (15%), manutenzione predittiva per prevenire i guasti (14%) e possibilità di attivare un call center dedicato in caso di bisogno (13%). E tra coloro che hanno intenzione di acquistare un’auto connessa in futuro, il 75% è disposto a pagare un prezzo aggiuntivo per avere funzioni smart.

Arriva in Italia l’auto a guida autonoma

E così si arriva alla seconda spinta. Questa volta è l’Europa, o meglio tutti gli stati dell’Unione europea, Italia compresa, ad aver dato il via libera, il 14 luglio scorso, all’entrata in vigore della Convenzione di Vienna che, all’articolo 34 bis, consente la circolazione su strada di auto a guida autonoma al di fuori delle sperimentazioni. Questo significa che da oggi ogni Paese Ue può autorizzare gli Adas, gli Advanced Driver Assistance Systems, a circolare su strada installati su veicoli self-driving.

 

Testualmente l’articolo della convenzione stabilisce che «il requisito che ogni veicolo o combinazione di veicoli in movimento deve avere un conducente è considerato soddisfatto quando il veicolo utilizza un sistema di guida automatica» conforme a regolamentazioni tecniche nazionali, a qualsiasi strumento giuridico internazionale applicabile o alla legislazione nazionale che ne disciplina il funzionamento. La norma, però, non “sorpassa” automaticamente il Codice della strada dei singoli Paesi.
Ma questi dovranno provvedere ad adeguare il proprio Codice alla nuova direttiva. Anche l’Italia è chiamata a questo adempimento, dato che il Codice della Strada italiano non prevede non solo la definizione giuridica di “veicolo a guida autonoma”, ma la normativa non consente l’ingresso sul mercato di mezzi con guida autonoma di livello superiore a 1 o 2, cioè la semplice assistenza alla guida.

 

Sarà quindi anche questa novità un ulteriore incentivo al mercato per prepararsi al grande momento della guida senza nessuna persona alla guida. Un momento che comunque sta già sperimentando sotto il profilo del business, dato che il mercato della connected car, secondo l’ultima indagine dell’Osservatorio Connected Car e Mobility del Poliotecnico di Milano, è in continua crescita dopo che nel 2021 ha raggiunto un valore di 1,92 miliardi di euro, +8% sul 2020, grazie soprattutto alle soluzioni per l’auto connessa (un valore di 1,28 miliardi, +9%). E sono proprio i sistemi Adas, di Advanced driver assistance systems, integrati nei nuovi modelli di auto, come la frenata automatica d’emergenza o il mantenimento del veicolo in corsia, a registrare la crescita più veloce. Oggi valgono 640 milioni di euro, in crescita del 7%.

Giulio Salvadori

Direttore dell’Osservatorio Connected Car e Mobility

«Sono in atto profondi cambiamenti nel settore dell’auto e della mobilità – spiega Giulio Salvadori, direttore dell’Osservatorio Connected Car e Mobility -. Sul mercato arrivano nuove strategie e modelli di business basati sulla servitizzazione, che coinvolgono sia il veicolo che l’infrastruttura che lo circonda. Aziende, pubbliche amministrazioni e consumatori sono sempre più interessati alla gestione da remoto di auto e veicoli smart, attivandone servizi e funzionalità avanzate. E in un contesto caratterizzato da fattori critici come la crisi dei chip – spiega ancora Salvadori -, le difficoltà di approvvigionamento di componenti e il rincaro delle materie prime e dell’energia, l’evoluzione tecnologica ha un ruolo chiave per consentire alle aziende di continuare ad essere competitive e abilitare nuove opportunità di crescita in futuro. Tra le tecnologie disponibili, la connettività è certamente una delle più promettenti».

 

E infatti le soluzioni più diffuse sono proprio i box Gps-Gprse per la localizzazione e la registrazione dei parametri di guida ai fini assicurativi (il 54% del totale, +4% sul 2020), e anche se sono sul mercato da diversi anni, oggi la crescita è trainata principalmente da auto nativamente connesse tramite sim card (il 19%, +10%).

Giovanni Miragliotta

Responsabile scientifico dell’Osservatorio Connected Car e Mobility

«La disponibilità di dati e la maturazione dell’offerta di servizi apre nuove prospettive per la connected car – spiega Giovanni Miragliotta, responsabile scientifico dell’Osservatorio Connected Car e Mobility -. In futuro l’auto connessa permetterà al guidatore di attivare, dietro pagamento, alcuni optional anche in momenti successivi all’acquisto, o per periodi limitati di tempo relativi, ad esempio, a sistemi avanzati di assistenza alla guida o a sedili riscaldanti attivabili solo nel momento del bisogno. Una rivoluzione che apre nuove possibilità di business. Si pensi, ad esempio, a una compagnia assicurativa in grado non solo di far variare il premio sulla base dello stile di guida, ma anche della fonte di alimentazione utilizzata o del numero e della tipologia di sistemi Adas già presenti a bordo veicolo».

Le tecnologie per la trasmissione dei dati

C’è poi un ulteriore aspetto destinato a rivoluzionare il mondo della mobilità. Sono le tecnologie V2X per la Connected Car, che però richiedono un forte salto nella qualità delle reti di trasmissione dei dati, a partire dal 5G, standard indispensabile per soddisfare i requisiti delle molteplici applicazioni verticali previste dalla tecnologia, tra cui in particolare l’automobile connessa. Il sistema Vehicle-to-everything, permetterà infatti ai veicoli di condividere in tempo reale grandi volumi di dati prodotti dai sistemi di bordo, aumentando la capacità di coordinamento delle manovre in scenari complessi di mobilità e rendendo la comunicazione sempre più efficiente.

 

Tra i servizi abilitati, il report degli Osservatori evidenzia in particolare le funzioni avanzate per la “guida connessa”. Sono per esempio i sistemi per la sicurezza passiva e attiva (Adas), quelli per la gestione del traffico (segnaletica a bordo veicolo, sincronizzazione con i semafori), fino ai servizi avanzati per la guida assistita-autonoma (protezione del pedone, anti-collisione). Ma anche servizi per l’“utenza connessa” che sfruttano la connettività per l’infotainment, la tele-diagnostica e la manutenzione, il tele-pedaggio, il car sharing, la gestione della ricarica elettrica, lo smart parking e i servizi assicurativi.

Monica Nicoli

Professore associato di Ingegneria delle Telecomunicazioni del Politecnico di Milano

«Per ora le tecnologie sono impiegate solo per la realizzazione di servizi base V2X - spiega Monica Nicoli, professore associato di Ingegneria delle Telecomunicazioni del Politecnico di Milano -. Per quelli più avanzati sono necessarie prestazioni superiori in termini di latenza, velocità di trasmissione e affidabilità, con una particolare release del 5G. Entro il 2025 si prevede la messa in esercizio di servizi base per la sicurezza stradale, entro il 2030 di quelli più avanzati per l’automazione della guida».

Come cambia anche il trasporto

E così si ritorna ai veicoli a guida autonoma. Secondo lo scenario delineato dall’Osservatorio Polimi, la nuova prospettiva di trasformazione della mobilità coinvolgerà per primo il sistema dei trasporti di beni di consumo, dato che sempre più cresceranno l’utilizzo degli acquisti online e le consegne a casa. Fra tutte le tecnologie, la guida autonoma dei veicoli per la logistica sarà quella a maggiore impatto in termini di efficienza, costi e sicurezza dell’intera catena logistica.

Sergio Savaresi

Professore ordinario di Ingegneria dell’Automazione del Politecnico di Milano

Non mancano però le difficoltà e qualche limite importante. Sergio Savaresi, professore ordinario di Ingegneria dell’Automazione del Politecnico di Milano, le spiega così: «La guida autonoma di piccoli veicoli per la consegna di beni di piccola-media taglia presenta delle complessità notevoli. I percorsi pedonali sono infatti scarsamente censiti, e presentano molteplici ostacoli. L’interazione con pedoni, animali, biciclette o monopattini – spiega Savaresi - è un ulteriore elemento di complessità, anche perché si tratta di un settore interessato da un vuoto normativo. La ricerca si sta quindi concentrando nello sviluppo di tecnologie specifiche per questo tipo di veicoli, che saranno inoltre i primi a sperimentare in modo massiccio forme ibride di guida, parzialmente autonoma e parzialmente remota, appoggiandosi alla rete 5G sia per la trasmissione dati che per la localizzazione ed eventuale potenza di calcolo offerta dalla rete stessa».

La smart mobility, ancora in ritardo

È un tema che resta molto caldo, per via degli investimenti necessari, ma altrettanto centrale e indispensabile da affrontare se si vuole dare una svolta radicale alla mobilità urbana. Ora diventa anche urgente, per via dell’attenzione data dal programma di ingenti investimenti previsti nel Pnrr: complessivamente sono già stanziati oltre 60 miliardi di euro per la mobilità smart e per le infrastrutture abilitanti di connessione. E anche riducendo il perimetro alla sola mobilità sostenibile e intelligente, gli investimenti stimati arrivano comunque a 14,3 miliardi di euro.

 

Il tema della smart mobility è quindi già sul tavolo dei Comuni e degli amministratori locali. Ma per quanto continua ad essere centrale per i comuni italiani - quasi 9 Comuni su 10 con popolazione superiore ai 15.000 abitanti (l’88%) lo considerano rilevante o fondamentale e per il 42% la pandemia ha reso il tema ancora più prioritario - la diffusione reale delle iniziative cresce molto lentamente: solo il 59% dei Comuni ha avviato progetti, erano il 50% nel 2020 e il 41% nel 2019.
La fotografia dell’Osservatorio del Polimi, poi racconta di come resti ancora invariata la propensione dei Comuni a superare la fase di sperimentazione e passare a quella esecutiva, con 1 progetto su 2 che si trova ancora in fase embrionale.La nota positiva arriva dalla riduzione delle tempistiche di sviluppo delle iniziative: nel 2021 solo il 12% dei progetti è stato rinviato (21% nel 2020), mentre ben il 30% non ha subito ripercussioni, anche se rimane un’importante quota di comuni (49%) in cui la pandemia ha rallentato la realizzazione dei progetti, causandone un ritardo di pochi mesi.

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