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Il piano RePowerEu investimenti e più risorse per la transizione green Con qualche dubbio

Articolo. L’Europa ha adottato il Piano RePowerEu, l’insieme di misure d’emergenza per il mercato dell’energia. Ha messo a disposizioni altri 300 miliardi rispetto al testo di fine marzo. Il Piano poggia su due pilastri, ed è articolato in 4 punti. Ecco nel dettaglio ogni misura prevista, gli investimenti per le imprese e le scadenze per i progetti da finanziare

Lettura 9 min.

Ci allontaniamo veramente dalle fonti fossili?

Il giorno dopo il via libera alla nuova versione e dotazione finanziaria – arricchita di 300 miliardi - del programma RePowerEu. Trecento miliardi per rafforzare ora processi di risparmio e di efficientamento energetico, per affrontare il futuro con maggiore solidità energetica, lungo una strada della transizione ecologica che sia già fortemente impostata e con una strategia sulle forniture basata sulla rigida diversificazione degli approvigionamenti.
L’obiettivo resta liberarsi dal giogo energetico russo. Entro l’anno l’Europa punta a tagliare i due terzi delle forniture, per arrivare a zero entro il 2027. Per farlo nucleare e carbone aumenteranno del 5% nel mix energetico. Olanda, Danimarca, Belgio e Germania, in un vertice a Esbjerg, hanno già siglato un’intesa per quadruplicare la capacità eolica offshore entro il 2030 e fare del Mare del Nord «il più grande centro di energia sostenibile d’Europa».

L’accelerazione della transizione green, in termini di investimenti e di nuove tecnologie verdi su processi e fonti rinnovabili, sono solo l’ultimo tassello del nuovo programma approvato. Piano fatto anche di nuovi e importanti investimenti. Una prospettiva che tuttavia non lasciati tutti tranquilli, soprattutto di fronte al rischio di rimanere prigionieri delle energie fossili.

«Nuove infrastrutture gas, legate a profitti regolati e garanzie pubbliche, con lunghi periodi di ammortamento, contrastano con il rapido calo della domanda gas, stimata in meno 40% al 2030 rispetto al 2021. Così, insieme a contratti di lungo periodo fortemente esposti al rischio di prezzi elevati, rimarranno a carico di cittadini e imprese ben oltre i tempi della crisi, imprigionando l’Italia in una costosa dipendenza da fonti fossili» ha commentato il provvedimento RePowerEu, Luca Bergamaschi, co-fondatore e direttore esecutivo del think tank sull’energia Ecco.

 

Dall’altra, una nota anche del Wwf, non ha esitato a sottolineare sostanzialmente la stessa paura, e se è vero che «il piano RePowerEu mira a ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi, tuttavia, le proposte di sostituire il petrolio e il gas russo investendo in ulteriori infrastrutture per il gas, contando su livelli irrealistici di idrogeno o aumentando l’uso della bioenergia senza restrizioni sull’approvvigionamento, rischiano di prolungare la dipendenza dell’Ue dai combustibili fossili e di mettere a repentaglio gli obiettivi climatici e di protezione della natura».

Mobilitati altri 300 miliardi per la transizione green

Dalla Commissione la strategia esterna per l’energia da seguire invece sembra molto ben tracciata e definita: raggiungere l’indipendenza energetica dalla Russia entro il 2027. E il piano RePowerEu appena approvato rivoluziona ulteriormente la linee energetiche messa a punto prima della guerra Russia-Ucraina, e lo fa redistribuendo diversi miliardi catalogati nel Next Generation Eu.

Ursula von der Leyen

Presidente della Commissione Ue

«Dobbiamo ridurre la nostra dipendenza energetica dalla Russia il più rapidamente possibile. Lo possiamo fare – ha spiegato la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, nel presentare il Piano -. Possiamo sostituire i combustibili fossili russi lavorando su tre livelli: dal lato della domanda, con il risparmio energetico. Dal lato dell’offerta, diversificando le nostre importazioni di energia dai combustibili fossili e accelerando la transizione verso l’energia pulita». In questo senso vengono «mobilitati» quasi 300 miliardi di euro. Circa 72 euro miliardi di sovvenzioni e 225 miliardi di euro di prestiti per nuovi investimenti.

La posizione del Wwf giudica questo punto di partenza in un altro modo, criticando anche poi l’evolversi anche della sua evoluzione. «Per finanziare il piano, la Commissione propone di mobilitare 300 miliardi di euro- sostengono i vertici del Wwf -, principalmente dal già esistente Fondo di ripresa dell’Ue. Solo 20 miliardi di euro costituirebbero “denaro nuovo”, generato dalla vendita di nuovi permessi di inquinare per l’industria, pari a 250 milioni di tonnellate di CO2, e questo danneggerebbe direttamente lo sforzo di riduzione delle emissioni dell’Ue nei negoziati Fit for 55 in corso».

 

Non tutto va accantonato, il piano della Commissione per accelerare il passaggio dell’Ue a soluzioni energetiche pulite come l’efficienza energetica, l’energia eolica e solare «è molto apprezzabile» ha spiegato Ester Asin, direttore dell’Ufficio politiche europee del WWF. «Ma finanziarlo vendendo permessi di inquinamento è sbagliato, così come lo è costruire altre infrastrutture per il gas fossile o affidarsi a un maggiore uso della biomassa. Questo non farà altro che prolungare la nostra dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e mettere a rischio gli obiettivi climatici».

Meno vincoli e burocrazia per i progetti

Il Piano, in particolare per l’industria, comincerà con il risparmio e l’efficientamento energetico, il modo più rapido ed economico per affrontare il problema della crisi energetica attuale. La decisione della Commissione è di aumentare l’obiettivo di efficienza energetica dell’Ue per il 2030 portandolo dal 9% a 13%, già obiettivo vincolante di efficienza energetica nell’ambito del programma «Fit for 55 ». «E stiamo anche aumentando l’obiettivo 2030 per l’energia rinnovabile dell’Ue dal 40% al 45%», ha sottolineato la presidente della Commissione Ue.
Ma questo sarà possibile, soprattutto sul fronte industriale, se il programma prosegue con una serie di azioni per aumentare e accelerare la transizione ecologica verso l’energia pulita. Significa accelerare le procedure autorizzative per le energie rinnovabili e le relative infrastrutture come le reti. E qui scatta un risvolto anche per le famiglie: la proposta della Commissione, infatti, è di arrivare a un obbligo di copertura solare per gli edifici commerciali e pubblici entro il 2025 e per i nuovi edifici residenziali entro il 2029. «Questo è ambizioso, ma realistico. Sappiamo che quando l’Europa agisce insieme, ha più influenza», ha aggiunto la presidente.

 

Diversi i passaggi di chiarimento della presidente. Il primo: gli impianti per le rinnovabili diventano «prevalente interesse pubblico» per legge per accelerare i permessi e obiettivi più ambiziosi per le energie pulite al 2030. Con il passo della Commissione buona parte delle procedure burocratiche per l’autorizzazione possono essere condotto non dal singolo sviluppatore del progetto, ma a livello macro per l’intera area dove il progetto per le rinnovabili avrà sede.
In campo, inoltre, misure per la produzione di idrogeno e biometano. Investimenti che richiedono ulteriori finanziamenti. Su questo fronte la Commissione è stata chiara: i governi potranno aggiungere un nuovo capitolo dedicato alle sfide del RePowerEu e usare 225 miliardi di euro già disponibili in prestiti dal Recovery Fund. Ma Bruxelles propone anche di aumentare la dotazione dello stesso Recovery con 72 miliardi in sovvenzioni, provenienti dalla vendita di quote del sistema di scambio delle emissioni (Ets) attualmente detenute nella riserva di stabilità del mercato (20 miliardi), una parte dei fondi della Pac e una parte dei fondi della politica di coesione.

Ma dal fronte Italia, intanto, arriva qualche raffreddamento, almeno sul fronte risorse da destinare agli investimenti. In una nota di Palazzo Chigi, si sottolinea come il Piano approvato «non comporti automaticamente cambiamenti né per i progetti né per i finanziamenti del Pnrr. È uno sviluppo positivo che metterà a disposizione dei Paesi ulteriori risorse per la transizione energetica, oltre a quelli già previsti dall’Unione europea». E aggiunge poi che «non vi sono al momento finanziamenti aggiuntivi. La parte più importante riguarda la possibilità di nuovi investimenti e riforme nei Pnrr, dando la possibilità a chi non l’ha ancora fatto di richiedere i 225 miliardi di prestiti a disposizione del Pnrr».

Per l’Italia poco spazio per nuove risorse

Per l’Italia, «che ha già chiesto tutti i prestiti nel Pnrr – sottolineano da Palazzo Chigi - resta la possibilità di accedere a quelli che non saranno comunque richiesti dagli altri Stati membri nonché di aumentare la dimensione del Piano attraverso il trasferimento dei fondi previsti».
L’Italia ha infatti già raggiunto il tetto per i “loans” previsti dal Pnrr, il 6,8% del reddito nazionale lordo. Ma se, dopo che tutti i Paesi avranno inoltrato le proprie domande per il prestito, nel tesoretto da 225 miliardi resteranno ancora risorse, Roma potrà sforare il tetto previsto Non solo. Il piano RePowerEu prevede circa 72 miliardi di euro di sovvenzioni aggiuntive composte dai fondi di coesione (26,9 miliardi), dai fondi della Politica agricola comune (7,5 miliardi) e da 20 miliardi di ricavi dal sistema Ets che saranno ripartiti secondo gli stessi criteri del Recovery.

È decisamente un piano complesso, il RePowerEu. Oltre alle strategie e agli obiettivi di politica energetica, lì dentro ci sono anche gli interventi concreti per realizzarla come Unione e come singoli Stati. Fra questi Bruxelles ha certificato la nascita di una piattaforma comune per gli acquisti di gas, idrogeno e Gnl, ribandendo dall’altro lato il suo scetticismo al meccanismo del price cap, prevedendolo solo in caso di «stop totale alle forniture di gas».

 

Sempre sul capitolo finanziamenti, hanno spiegato nella presentazione tecnica fonti europee, i Paesi potranno aggiungere un capitolo ai loro Pnrr. Basterà?
«Prima o poi ci troveremo di fronte alla domanda se abbiamo fondi sufficienti per finanziare tutti i bisogni che abbiamo», ha ammesso il vice presidente della Commissione Frans Timmermans alimentando le speranze di chi, come l’Italia, chiede un vero e proprio Recovery dell’energia.

Per Palazzo Chigi, il RePowerEu è «uno sviluppo positivo». Ma sul meccanismo del price cap, m,ettere un tetto al prezzo del gas, le distanze tra Roma e Bruxelles restano. Il piano Ue, per ora, si limita a dare la possibilità ai singoli Stati di regolamentare i prezzi a livello nazionale e per il consumatore finale. A livello europeo il price cap scatta invece solo se si chiudono i rubinetti del gas verso l’Ue. E comunque tale misura non dovrà danneggiare quello che è il vero cruccio di Bruxelles: attrarre energia da fonti alternative.
Non a caso il RepowerEu prevede appalti congiunti per l’acquisto di energia e un approccio comune ai fornitori. «È capitato che un Paese abbia ricevuto telefonate da più capitali europee che gli chiedevano tutti del gas…», ha osservato una fonte europea.

il quadro

Il RePowerEu in pillole e misure

I due pilastri alla base del Piano RePowerUe sono due: 1) la fine della dipendenza dal gas russo che costa ai consumatori europei ogni anno 100 miliardi di euro attraverso risparmi nei consumi e diversificazione; 2) accelerare la transizione climatica.

Il Piano RePowerEu è articolato su 4 punti:

1) risparmio energetico;

2) diversificazione e partenariati internazionali;

3) accelerazione sulle rinnovabili;

4) investimenti intelligenti.

Vediamo quindi nel dettaglio ogni singolo punto del programma RePowerEu:

1 - Risparmio energetico.

La Commissione propone di aumentare gli obiettivi di efficienza energetica dal 9% al 13% nel contesto del pacchetto «Fit for 55» e ha pubblicato una Comunicazione sui cambi comportamentali per ridurre la domanda di gas e petrolio del 5%. È prevista anche la possibilità di esenzioni Iva sui sistemi di riscaldamento o raffreddamento efficienti.

2 - Diversificazione delle importazioni.

Prevista la creazione di un «piattaforma UE dell’Energia» che consentirà acquisti congiunti di gas, Gnl e idrogeno su base volontaria. La Commissione intende proporre in futuro un vero e proprio «meccanismo di acquisto congiunto».

3 - Accelerare la transizione energetica.

Si prevede: un aumento dell’obiettivo rinnovabili in consumi finali dal 40% al 45% nel 2030; un piano per rafforzare l’utilizzo dell’energia solare; moltiplicare gli sforzi sulla produzione dell’idrogeno da rinnovabili anche con investimenti infrastrutturali; utilizzare e produrre maggiormente biometano.

4 - Investimenti intelligenti

Si dà la possibilità a chi non l’ha ancora fatto di richiedere i 225 miliardi di euro di prestiti ancora a disposizione più l’utilizzo di fondi di coesione (26,9 miliardi), Pac (7,5 miliardi) e proventi Ets (20 miliardi) per un totale di 279,4 miliardi.

Le misure d’emergenza

Al piano si affiancano misure di breve termine sul mercato dell’energia e in particolare: 1) interventi sul mercato del gas, tra cui la possibilità di acquisti congiunti attraverso una piattaforma UE; 2) opzioni per gli Stati membri di intervento sui mercati dell’energia nazionali, incluso la ridistribuzione di extra-profitti; 3) misure UE in caso di completa interruzione delle forniture di gas russo, che includono un tetto ai prezzi. C’è poi un impegno di adottare proposte per proteggere meglio i consumatori in futuro.

I buoni comportamenti per i cittadini

Un ultimo passaggio, è emerso dalla presentazione della presidente della Commissione Ue, definita una «Save Energy Communication». Un documento in cui si descrive in dettaglio i cambiamenti comportamentali a breve termine che potrebbero tagliare domanda di gas e petrolio fino al 5%. Nella comunicazione Bruxelles incoraggia gli Stati membri ad avviare campagne di comunicazione specifiche rivolti alle famiglie e all’industria. Ma è la sollecitazione ad agire verso e imprese la parte ancora più interessante e subito raccolta positivamente dalle nostre imprese.

«Gli Stati membri sono incoraggiati a utilizzare misure fiscali per agevolare il risparmio energetico –spiega il documento della Commissione -, come ad esempio aliquote Iva ridotte sui sistemi di riscaldamento efficienti dal punto di vista energetico, isolamento degli edifici ed elettrodomestici e prodotti». I piccoli imprenditori artigiani hanno subito raccolto e rilanciato l’invito di «incentivare l’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili per le piccole imprese, per aumentare la dotazione di prestiti per finanziare gli investimenti e le riforme in campo energetico» ha sottolineato la Cna. Oggi non esistono strumenti di incentivazione per le Pmi che hanno un potenziale di 50mila MW di potenza installata con conseguente risparmio di 5 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Quindi, per la Cna incentivare l’autoproduzione da fonti rinnovabili darebbe una spinta decisiva per riattivare il processo di installazione di nuova capacità che negli ultimi anni ha segnato il passo.

 

Anche perché gli obiettivi italiani, per rispettare i target Ue, sono molto puntuali. Per Davide Panzeri, responsabile Europa di Ecco, «nell’ambito delle rinnovabili, l’Italia dovrà passare dall’attuale 1,5 GW di nuove installazioni di capacità elettrica rinnovabile annua a non meno di 10 GW per essere in linea con l’ambizione di RePowerEu. Questo può portare alla sostituzione di almeno 7,5 miliardi di metri cubi di gas entro il 2025, circa un quarto delle importazioni italiane dalla Russia».

Non solo. «Nel settore edilizio - sottolinea Francesca Andreolli, ricercatrice Energia -, dare seguito a RePowerEu significa rivedere l’intero impianto di incentivi al fine di escludere il gas dagli interventi di ristrutturazione. Questo include rinnovare il Superbonus 110%, eliminandone la dipendenza dal gas». Un aumento del tasso di ristrutturazioni profonde è il prerequisito per raddoppiare le installazioni di pompe di calore previste al 2025, fino a raggiungere 1,2 milioni di nuove unità, per un risparmio di circa 1 miliardo di metri cubi di gas.Secondo Annalisa Perteghella, senior Policy advisor, «non dobbiamo illuderci che la sola diversificazione dei fornitori sia una soluzione vincente. Considerando che la maggior parte dei paesi esportatori è collocata in regioni dalla stabilità solo apparente, come il Mediterraneo o l’Africa subsahariana, non sono da escludere nuovi rischi di interruzione delle forniture in futuro».

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