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La sostenibilità cambia regole, ecco i nuovi criteri Esg per le imprese

Articolo. L’Europa ha approvato il testo della nuova direttiva sulla rendicontazione non finanziaria. L’obbligo esteso a tutte le grandi imprese e dal 2026 anche alle piccole e medie aziende. Stop alle false comunicazioni e al greenwashing: più tutele ai consumatori

Lettura 7 min.

Sostenibilità, primo stop alle false comunicazione

È uno stop categorico a frasi come “prodotto verde”, “amica della natura”, “rispettoso dell’ambiente”, “neutralità carbonica” o “biodegradabile”. La transizione ecologica e ambientale – il social impact – d’ora in vanti non fa più sconti alle imprese. E non concede spazi di fuga per evitare di spiegare pubblicamente l’impatto climatico e le conseguenze che i loro i processi e cicli produttivi hanno sull’ambiente: tutti saranno meglio informati riguardo all’impatto delle imprese sui diritti umani e sull’ambiente. Ci sarà più trasparenza per i cittadini, i consumatori e gli investitori. Le informazioni fornite dalle aziende saranno più leggibili e più semplici.

Il greenwashing è finito davvero? L’Europa, almeno così sembra, non è più disposta a concedere sconti su questo tema. Anzi, con queste nuove regole, sembra invece decisa ad assumere un ruolo di primo piano nella corsa internazionale alle norme rigorose in linea con le ambizioni ambientali e sociali che si è data. E per garantire al mercato e ai consumatori informazioni affidabili: il 14 luglio Consiglio e Parlamento europeo hanno approvato la proposta di Direttiva della Commissione Ue di un anno fa, fissando tutti i criteri con cui imprese, aziende e ora anche banche devono predisporre la propria comunicazione societaria sulla sostenibilità (il nuovo testo della Direttiva è allegato a questo articolo).

Nessuno sconto o deroghe perché sta diventando sempre più urgente arrivare a definire un unico protocollo riconosciuto e condiviso con le regole per comunicare al mondo (soprattutto dei consumatori), ma poi a quello finanziario, al sistema degli investitori, tutte le informazioni necessarie per capire quanto il modello di business di un’impresa e il processo industriale dietro a ogni ciclo produttivo siano realmente in linea con i principi Esg della sostenibilità e dell’economia circolare.

 

Ma non solo. Il mercato è colmo di false comunicazioni, di cattive pubblicità, di informazioni scorrette. Il crescente divario tra le esigenze di informazione dei consumatori e il bisogno di comunicazione delle imprese ha spinto a introdurre, in ogni paese Ue, norme o principi sempre più divergenti e non confrontabili. Nella relazione alla Direttiva, il Parlamento Ue lo sottolinea bene questo passaggio: «L’esistenza di prescrizioni diverse in materia di informativa nei vari Stati membri creerebbe ulteriori costi e complessità per le imprese che operano a livello transfrontaliero, con il risultato di compromettere il mercato unico, e lederebbe la libera circolazione dei capitali all’interno dell’Unione».

La nuova direttiva sulla comunicazione di informazioni non finanziarie, per diversi aspetti, ribalta questo approccio. Nel modificare la precedente direttiva del 2014, ora introduce obblighi di comunicazione più dettagliati e garantisce che le grandi imprese siano tenute a comunicare informazioni relative alle questioni di sostenibilità, come i diritti ambientali, i diritti sociali, i diritti umani e i fattori di governance.

L’obbligo di essere certificati

C’è poi un secondo passaggio vincolante: introduce anche l’obbligo di certificazione delle informazioni comunicate dalle imprese sulla propria sostenibilità. È la condizione base per assicurare una migliore accessibilità alle informazioni. Come? Obbligando le imprese a creare una sezione specifica dedicata alle relazioni sulla loro gestione in chiave Esg.
Ma attenzione. È vero che sta per diventare un obbligo. Ma ormai, e lo sarà sempre più, una strategia di trasformazione ecologica e di transizione energetica si stanno imponendo come elemento di forte competitività con benefici e vantaggi immediati e a ricaduta sul business aziendale: maggiori risparmi, minori costi e una migliore reputazione dell’impresa.

Il testo nel dettaglio è pronto. Scatterà a breve (tecnicamente l’accordo ora dovrà essere approvato dal Comitato dei rappresentanti permanenti, il Coreper. Poi entrerà in vigore il ventesimo giorno successivo alla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Ue).

 

La tabella di marcia: si parte dal 2024

Le regole definite avranno uno scadenzario temporale calibrato sulla dimensione di impresa, in modo da lasciare un minimo di tempo per approntare e attrezzarsi sugli strumenti necessari. Ecco le date:
- dal 1° gennaio 2024:
l’obbligo di osservare le nuove regole di rendicontazione sociale, ambientale e di governance entrerà in vigore per le grandi imprese – quotate o meno, con oltre 250 dipendenti e un fatturato di 40 milioni di euro - che già oggi (solo quelle quotate) sono sottoposte a questo adempimento (previsto dalla direttiva Nfrd, la Non-Financial Reporting Directive ). E che trasforma la gran parte di loro in traino per le altre aziende, specie le più piccole della loro filiera di fornitura. La differenza, rispetto a oggi, è che dovranno da seguire un protocollo di criteri uniforme, condiviso, standardizzato. Che poi consentirà un confronto e valutazione oggettiva fra aziende lungo la scala di valore del livello di sostenibilità;
- dal 1° gennaio 2025:
sarà la volta delle grandi imprese ma non attualmente soggette alla Nfrd (con la comunicazione nel 2026 sui dati del 2025);
- dal 1° gennaio 2026:
ultima tappa (per ora, visto che si sta affrontando il tema delle piccole imprese in quanto anelli importanti delle catene del valore delle più grandi imprese) scatterà invece per le piccole e medie imprese quotate. Ma anche – ed è la novità della proposta approvata - anche per banche ed enti creditizi, imprese di assicurazione.

 

La necessità di ricorrere a un pacchetto standard di norme riconosciute e confrontabili arriva anche da quanto sta succedendo sul mercato. Il fenomeno del greenwashing si fa sempre più esteso e diventa ogni giorno più complicato anche solo individuare le pratiche scorrette, dalle aziende, con dichiarazioni ambientali incomplete o senza dati e prove reali che non corrispondono a realtà, fino ai consumatori travolti da informazioni scorrette e fuorvianti sui prodotti o sulle etichette falsamente amiche dell’ambiente.

I nuovi criteri per essere trasparenti

Per questo la proposta dell’Europa ha accelerato arrivare a colmare le lacune sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario, consapevole che le precedenti norme erano di qualità insufficiente per consentire agli investitori di tenerne debitamente conto. Ecco, alcuni punti in cui interviene la nuova proposta:

• estende la portata degli obblighi di informativa ad altre imprese, comprese tutte le imprese di grandi dimensioni e le imprese quotate in un mercato regolamento (ad eccezione delle microimprese quotate in borsa);

• impone l’obbligo di certificazione delle informazioni sulla sostenibilità;

• specifica in maggior dettaglio le informazioni che le imprese dovrebbero comunicare e impone loro di comunicarle nel rispetto di principi obbligatori dell’Unione in materia di informativa sulla sostenibilità;

• prevede che tutte le informazioni siano pubblicate in una sezione ad hoc delle relazioni sulla gestione redatte dalle imprese.

I casi sono numerosi: un’analisi di 500 siti web commerciali condotta dal governo britannico ha rilevato che il 40% dei messaggi ambientali è in qualche modo fuorviante. L’uso di termini come “sostenibile” e simili non è accompagnato da informazioni pertinenti e complete sui danni ambientali o su come li si riduce. Altro esempio: la frase carbon neutral, che non significa che un’azienda abbia zero emissioni di carbonio. Ma non si trova nessuna informazione su quale sia il dato che sfugge al controllo sulle emissioni.

 

Un’altra fotografia: l’organizzazione tedesca NewClimate Institute ha analizzato i piani climatici di 25 grandi aziende e ha scoperto che molte di loro misurano in maniera scorretta le loro azioni che dovrebbero ridurre le emissioni di carbonio. Così in realtà si scopre che queste aziende in media riducono le emissioni del 40%, e non del 100% come implicitamente suggerisce il protocollo Net zero, che le aziende dicono di adottare e seguire nelle sue prescrizioni.

L’amara sintesi non finisce qui. Anzi, arriva a coinvolgere anche figure manageriali come i Ceo delle imprese. Ecco i dati: un sondaggio per Google Cloud su 1.491 amministratori delegati e alti manager di imprese con più di 500 dipendenti ha evidenziato che per il 58% la propria azienda ricorre a pratiche di greenwashing (negli Usa si arriva al 68%), mentre due terzi del campione si chiede se «gli sforzi di sostenibilità della loro azienda siano autentici». Eppure le autovalutazioni sulla sostenibilità dell’attività d’impresa dicono ben latro: l’80% degli intervistati la ritiene «sopra la media» e hanno una «grande disponibilità (93%) a vincolare le attività agli obiettivi Esg».

Poche metriche e poche misurazioni nelle aziende

Qual è il problema? Che fra percezione e pratica concreta ci sono altri due fenomeni che impattano fortemente sulla reale valutazione delle pratiche sostenibili. Spesso distorcendo i reali risultati. Da un lato i criteri del tutto soggettivi e arbitrari adottati per misurare il social impact. Ma dall’altro proprio il fatto che non sempre queste pratiche vengono misurate, non si ricorre o non esistono in azienda strumenti adeguati di monitoraggio e di misurazione degli interventi di sostenibilità o di trasformazione green.

Ci sono alcuni dati che il neonato Osservatorio della Banca Ifis, il Kaleidos Impact Watch il cui lavoro è servito per mettere a punto un indice per la sostenibilità capace di tracciare il quadro sulla qualità delle iniziative messe in atto dalle imprese nel cammino della transizione ecologica (il testo integrale del report è allegato a questo articolo) : i dati mettono in evidenza come in particolare non oltre il 38% delle piccole e medie imprese non ha ancora investito in misure o in interventi di sostenibilità, poco oltre il 50% delle imprese ha già istituito una divisone dedicata alle strategie Esg; ma solo il 17% ha già pubblicato un bilancio di sostenibilità e un altro 11% prevede di farlo entro il 2024. La trasformazione ecologica è un passaggio impegnativo, richiede progettualità, visione ma anche competenze, tecnologia e risorse finanziarie.

 

Cambiano i criteri anche pr la finanza Esg

Qui l’Europa torna a inserirsi per sottolineare il valore, in un’ottica finanziaria, di un protocollo di metriche standard sulla sostenibilità e di rendicontazione condivisa sociale e ambientale. Lo fa esplicitando un’avvertenza: «Le prescrizioni divergenti in materia di informativa non finanziaria rendono meno comparabili a livello transnazionale le informazioni comunicate, compromettendo l’Unione dei mercati dei capitali».
È un passaggio importante, perché l’obiettivo prioritario della proposta Ue è di colmare proprio queste lacune nelle norme, per facilitare strategie aziendali green e attrarre patrimoni e investimenti gestiti con criteri Esg: i dati di Bloomberg Research indicano al 2025 una disponibilità patrimoniale da investire di oltre 50mila miliardi di euro a livello globale. «L’informativa sulla sostenibilità potrebbe attrarre ulteriori investimenti e finanziamenti – sottolineano Consiglio e Parlamento nella loro relazione - per facilitare la transizione verso un’economia sostenibile quale delineata nel Green Deal. È necessario che le imprese forniscano dati migliori riguardo ai rischi di sostenibilità a cui sono esposte e all’impatto che esse producono sulle persone e sull’ambiente».

Nuove regole quindi. Fra queste sono almeno quattro i punti determinanti della proposta dentro cui le imprese dovranno dare lo stesso rilievo dato a quella del bilancio economico-finanziario. Solo che questa volta l’impatto da misurare e valutare riguarda l’ambiente, la tutela dei diritti umani, il rispetto delle uguaglianze e la gestione interna. L’obiettivo, l’Europa lo ribadisce più volte nel suo testo, è arrivare a porre fine al greenwashing e gettare le basi per standard di rendicontazione della sostenibilità a livello globale.
Le informazioni fornite dalle imprese saranno poi oggetto di audit e processi di certificazione indipendenti. La rendicontazione finanziaria e la rendicontazione sulla sostenibilità saranno su un piano di parità e gli investitori, è l’auspicio dell’Unione europea, avranno finalmente accesso a dati affidabili, trasparenti e comparabili.

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