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La guerra non cambia l’agenda della transizione ecologica. Anzi, la rende più urgente

bianca. Il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha annunciato che l’Italia può affrancarsi dalla dipendenza dal gas russo in 24-30 mesi. La strategia del governo punta sulle fonti di energia rinnovabile, su cui «stiamo accelerando come non mai», anche se il gas rimane «un utile combustibile di transizione». Non si parla, invece, di riaprire vecchie centrali a carbone: «la spesa non vale l’impresa».

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Il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha annunciato che l’Italia può affrancarsi dalla dipendenza dal gas russo in 24-30 mesi. La strategia del governo punta sulle fonti di energia rinnovabile, su cui «stiamo accelerando come non mai», anche se il gas rimane «un utile combustibile di transizione». Non si parla, invece, di riaprire vecchie centrali a carbone: «la spesa non vale l’impresa».

La priorità agli impianti rinnovabili parte dalla liberalizzazione dell’installazione del fotovoltaico su tutti i tetti delle case e delle imprese, spingendo per la nascita di comunità energetiche ovunque. Non il governo ma canuti signori da troppo tempo sotto i riflettori dei media seminano dubbi sulla transizione energetica ed ecologica. La guerra non ne cambia l’agenda. Anzi, la rende più urgente. Lo sforzo per la pace e la tutela dell’ambiente è lo stesso, perché, come insegna il magistero di Papa Francesco, «tutto è connesso».

Un mix di efficienza e di rinnovabili

Un mix di interventi di risparmio e di rilancio delle rinnovabili può permettere, entro il prossimo inverno, la sostituzione del 50 per cento dei volumi delle importazioni di gas russo e un risparmio della spesa nazionale di 14,5 miliardi di euro ai costi attuali del gas. L’analisi è compiuta da Ecco, il «think tank» indipendente per l’energia e il clima.

Le misure di risparmio, con la riduzione dei consumi di calore ed elettrici, hanno un effetto immediato, mentre l’adozione di nuove tecnologie richiede dai 6 ai 12 mesi.

La guerra in Europa tra Russia e Ucraina mostra la necessità di ridurre la dipendenza dal gas russo e getta luce sulla più ampia fragilità dovuta alle importazioni di fonti fossili. La situazione attuale espone il continente alla volatilità dei prezzi, agli shock delle forniture e ai rischi per la sicurezza, alimentando nel contempo regimi antidemocratici.

L’obiettivo strategico è affrancarsi dal gas

L’obiettivo strategico prioritario dell’Italia deve essere quello di affrancarsi dal gas, orientandovi tutte le scelte di politica energetica. La scelta, necessaria e urgente, si fonda, innanzitutto, sulla sfida inesorabile della crisi climatica dovuta al riscaldamento globale, connesso, inequivocabilmente, con le emissioni antropiche di gas serra. Il nuovo rapporto dell’Ipcc, pubblicato il 28 febbraio, conferma come il superamento della soglia di 1,5 gradi di temperatura media globale causerà una perdita irreversibile di interi ecosistemi, esponendo le persone e la natura a rischi a cui non saranno in grado di adattarsi e portando il pianeta a uno scenario di crisi permanenti.

Priorità al risparmio di calore ed elettricità

Matteo Leonardi, co-fondatore e direttore esecutivo affari domestici di Ecco, afferma: «È necessario dare priorità al risparmio di calore ed elettricità in tutti i settori. La responsabilità della cittadinanza è un elemento essenziale ma totalmente sottovalutato, assente nelle scelte di politica energetica. Questo elemento, affiancato a un piano di efficienza energetica strutturale, allo sblocco immediato delle rinnovabili e a un migliore utilizzo delle infrastrutture a gas esistenti, può permettere all’Italia di mettere sul tavolo un’opzione pacifica e svincolarsi dalle forniture russe entro il prossimo inverno. Tali misure, se divenissero strutturali, possono permettere di gettare le basi per una strategia di uscita dal gas, necessaria per il raggiungimento degli obiettivi di taglio delle emissioni per mitigare la crisi climatica».

Nuovo gas italiano poco e contraddittorio

L’Italia può riuscire così a rispondere al taglio delle forniture russe entro il prossimo inverno senza far ricorso a nuove infrastrutture per il gas, a una nuova produzione nazionale di gas oppure, addirittura, alla riaccensione delle centrali a carbone. Nuove infrastrutture per il gas possono creare ulteriore dipendenza, e conseguenti rischi, da altri Paesi. L’incremento di gas italiano ammonta, secondo il piano del governo, a circa 2 miliardi di metri cubi all’anno, corrispondenti solo al 6 per cento delle importazioni di gas russo. I costi di estrazione, inoltre, sono molto elevati, così che richiedono un ingente intervento fiscale a carico di tutti per calmierare i prezzi. Il gas nazionale «meno caro» non esiste. Il ritorno alle fonti fossili, inoltre, è in netta contraddizione con gli impegni internazionali di taglio per le emissioni per mitigare la crisi climatica, presi dell’Italia al G20 e alla Cop26 nel 2021.

Il gas fonte di transizione

Luca Bergamaschi, co-fondatore e direttore esecutivo affari esteri di Ecco, aggiunge: «Serve una nuova logica di priorità. Prima di invocare la corsa a nuovo gas, occorre dare massima priorità a tutte le alternative per la riduzione e la sostituzione del gas, insieme allo sfruttamento delle infrastrutture esistenti. Abbandonare il gas russo deve andare in parallelo con il generale abbandono dell’utilizzo di questa fonte fossile, accelerando il trend di calo strutturale della domanda di gas in atto dal 2005».

Il gas è stata la fonte di transizione in Italia dal 1990 al 2005, quando la domanda ha invertito il trend calando del 14 per cento fino ad oggi. Questo calo è avvenuto grazie alle politiche di efficienza energetica e alle fonti rinnovabili, oltre che per le congiunture economiche, come il calo della produzione industriale e la crisi economica. Questo trend calante del bisogno reale dell’Italia di gas è atteso in forte accelerazione grazie alle nuove politiche climatiche, connesse al Green Deal europeo, e ai conseguenti nuovi impegni.

Oggi la sfida dell’Italia è la transizione dal gas verso un sistema pulito e una nuova resilienza geopolitica, economica e climatica, che non generi un susseguirsi di crisi ma che metta al riparo da esse.

L’opinione pubblica è pronta a uscire dal gas. Un nuovo sondaggio di prossima pubblicazione, condotto da YouGov per More in Common e curato per l’Italia da Ecco, mostra che la maggior parte degli italiani, il 56 per cento, e su tutto l’arco politico, è pronta a cessare gradualmente o immediatamente l’uso del gas.

Tutti gli interventi necessari

Gli interventi suggeriti si concentrano, in sintesi, nelle seguenti aree: risparmio sul riscaldamento; efficienza energetica e sostituzione delle caldaie a gas con pompe di calore; risparmio nel settore elettrico attraverso il supporto di una campagna di sensibilizzazione; sviluppo di fonti rinnovabili in rete: sviluppo di impianti fotovoltaici sugli edifici; sviluppo delle rinnovabili nel settore industriale; risparmio nel settore industriale aumentando l’efficienza energetica attraverso il Pnrr; riduzione del consumo di gas nei trasporti.

Confindustria: 60 GW da rinnovabili in tre anni

«La chiave di tutto è una fortissima accelerazione sulle fonti rinnovabili», osserva Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola. Francesco Starace, ad di Enel, è sulla stessa lunghezza d’onda. Elettricità Futura, l’associazione di Confindustria delle imprese che operano nel settore elettrico italiano, ha annunciato che, con capitali privati, è in grado di mettere in campo 60 GW in tre anni, a un prezzo inferiore rispetto a quello dei combustibili fossili e garantendo sicurezza e indipendenza per il nostro Paese. Il presidente dell’associazione, Agostino Re Rebaudengo, spiega: «Questi 60 GW faranno risparmiare 15 miliardi di metri cubi di gas ogni anno, ovvero il 20 per cento del gas importato. O, in altri termini, oltre sette volte rispetto a quanto il governo stima di ottenere con l’aumento dell’estrazione di gas nazionale» (circa 2 miliardi di metri cubi all’anno, ndr). Il settore elettrico può investire 85 miliardi di euro in tre anni nelle rinnovabili, creando 80mila nuovi posti di lavoro».

La Germania, intanto, accelera gli impegni presi, con l’obiettivo di produrre il 100 per cento dell’energia elettrica da fonti rinnovabili entro il 2035. «Questa è la strada», commenta Realacci. «L’Italia ha perso troppo tempo. L’anno scorso l’Olanda, ad esempio, ha installato 3 GW fotovoltaici, mentre l’Italia 0,8. E l’Olanda è grande quanto Sicilia e Calabria e ha meno insolazione: bisogna cambiare passo. Bisogna agire rapidamente, coerentemente con gli impegni presi e le risorse che ci arrivano dall’Europa per accelerare la transizione verde, e in difesa degli interessi nazionali del Paese e del futuro». L’Italia già nel 2010 e nel 2011 ha realizzato 10 GW di potenza rinnovabile all’anno, l’equivalente di un reattore nucleare da 1600 MW.

La nuova potenza dalle fonti rinnovabili e gli efficienti sistemi di accumulo in batteria che, per esempio, Tesla già realizza negli Stati Uniti, possono offrire la continuità necessaria a coprire il fabbisogno nazionale chiudendo i rubinetti russi.

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