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Competenze e riforma della formazione, si parte da licei e istituti tecnici in quattro anni

Articolo. Domanda e offerta di lavoro non si incontrano, ripensare i percorsi formativi può essere un nuovo punto di partenza per colmare questo gap e il ritardo dei nostri giovani nell’affrontare il mercato del lavoro o velocizzare il percorso universitario. Ecco il dibattito e la riforma che sta arrivando.

Lettura 8 min.

I fondi e i vincoli del Pnrr

Ha il forte sapore di innovazione. E presenta tutta la forza di uno slancio per colmare quel gap di cui imprese, per prime, lamentano il peso per la loro crescita: la carenza di competenze professionali adeguate. È un “ritardo” ormai definitivo del nostro sistema di formazione. E che viene considerato quasi un ritardo strutturale, un fenomeno che è impossibile da eliminare completamente perché troppo distanti le velocità con cui il mondo delle imprese evolve la propria struttura organizzativa e di produzione, con cui introduce processi e tecnologie avanzate, con cui avanza la richiesta di sempre nuove competenze professionali. E, dall’altra, la risposta del sistema formativo italiano (istituti superiori, tecnici e professionalizzanti e università) nel coprire con profili e professionalità tecniche e gestionali coerenti questa stessa domanda di competenze.

Resta, almeno sul tavolo, una nuova, importante ma anche ultima possibilità d recuperare gran parte di questo terreno perso. I fondi del Pnrr sono robusti: complessivamente per la Missione 4 “Istruzione e Ricerca”, il piano mette 30,88 miliardi per il tema educativo e della produzione di conoscenza. Ma ne mette altri 4,4 miliardi per la sola Missione 5, “Inclusione e formazione”, dedicati alle nuove politiche attive del lavoro e della formazione. Fondi robusti, ma altrettanto rigorosi i vincoli che mette sull’investimento e sulle strategie per impiegare queste risorse. A cominciare da quei 660 milioni (per i cinque anni 2021-2026, circa 120 milioni l’anno) per collegare scuola e lavoro e superare il cosiddetto mismatch, fenomeno che riguarda l’intero sistema dell’Istruzione e formazione professionale. Una criticità che gli esperti definiscono trasversale a tutti i livelli e ambiti dell’istruzione e della formazione fino a quella terziaria.

 

C’è un dato in più che il Pnrr auspica come premessa per una corretta impostazione della riforma: che Istruzione e Formazione inizino a collaborare nella definizione di politiche integrate sia in termini di programmazione dell’offerta formativa coerente con le richieste delle imprese e dei nuovi contesti produttivi, anche per supportare la transizione sia del sistema delle imprese sia dell’istruzione in modo coerente. Ma anche per costruire un momento di orientamento delle scelte dei giovani (e delle famiglie) più efficace e coerente con il mercato del lavoro.

Superiori in 4 anni, esperimento in altre mille scuole

Al momento sembra essere quest’ultimo l’aspetto più difficoltoso: la coerenza, la costruzione e l’integrazione con lo sbocco professionale del dopo istituti superiori e scuola secondaria sia con l’Università ma soprattutto con il lavoro. Ripensare e trasformare l’ultimo anno di scuola superiore in un “vero” periodo di orientamento è il primo criterio che il Pnrr fissa nei suoi vincoli di riforma del sistema complessivo della Formazione.
Questo per creare “percorsi differenziati in base alle scelte dei giovani”. E qui il primo richiamo è, nuovamente, per un maggiore allineamento fra il contenuto, i programmi e i percorsi di formazione delle scuole tecniche, ed eventualmente adattato costantemente in base ai riscontri con le imprese, a quelle che sono i fabbisogni e le esigenze del sistema produttivo e dei vari settori industriali e commerciali. E qui il Pnrr sollecita una riflessione, rimandando a un provvedimento in realtà già in itinere: sarebbe opportuno anche rivedere l’ultimo anno di preparazione con «l’introduzione di periodi di stage in azienda che possano trasformarsi momenti di collegamento fra formazione e lavoro».

 

In questo senso, a proposito di “ponti” fra scuola e lavoro, tra momenti formativi e mondo delle imprese, ma soprattutto per accorciare questa distanza, fra scuola e impresa, il Pnrr ha dato un’ulteriore e robusta spinta alla sperimentazione, in corso da qualche anno, di accorciare di un anno, da quattro a cinque, gli anni degli istituti tecnici e dei licei quadriennali al posto delle tradizionali superiori quinquennali in modo che in futuro gli studenti italiani potranno diplomarsi in quattro anni.

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TUTTE LE TAPPE DELLA RIFORMA

La partenza della sperimentazione

In Italia è da Luigi Berlinguer che si parla di sperimentare percorsi “abbreviati”. Negli anni successivi vennero autorizzate dal ministero dell’Istruzione una decina di sperimentazioni di superiori a quattro anni, su input dei singoli istituti. La svolta è arrivata con Valeria Fedeli che nel 2017 superò questa logica, facendo partire una sperimentazione su tutto il territorio con criteri comuni di selezione, mettendo al centro la qualità dei percorsi e l’innovazione didattica, e con obiettivi nazionali di valutazione. Prima si provò con 100 scuole deputate ad offrire corsi in 4 anni (anziché 5). L’anno successivo la sperimentazione venne estesa ad un altro centinaio di istituti.

La svolta: dal 2022/23 le scuole diventano mille

Con l’obiettivo sempre di avvicinare i nostri giovani ai loro coetanei europei, che in tanti casi si diplomano a 18 anni anziché a 19 guadagnando un anno per gli studi universitari o per la ricerca del lavoro, la bozza di decreto del ministero dell’Istruzione, inviata per il parere al Cspi,, si allarga la sperimentazione dei licei e degli istituti tecnici quadriennali al posto delle tradizionali superiori quinquennali. Dal 2022/23 la sperimentazione raggiunge le mille scuole. Licei e tecnici, se autorizzati, potranno partire nel 2022/23, gli istituti professionali dal 2023/24

La formazione si allarga a tutte le discipline

L’Istruzione potrà autorizzare mille nuove prime classi sperimentali, caratterizzate da percorsi altamente innovativi e in linea con le nuove direttrici del Pnrr, oltre che di un anno più brevi. Sulla falsariga di quanto già accade in altri Paesi, come Francia, Belgio, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito. I percorsi di 4 anni dovranno garantire l’insegnamento di tutte le discipline previste dall’indirizzo di studi di riferimento, comprese educazione civica, transizione ecologica, sviluppo sostenibile, potenziamento delle discipline Stem, attraverso flessibilità didattica-organizzativa, incluso il digitale, e laboratoriale. Il tutto con una forte apertura a mondo del lavoro, ordini professionali, università e Its

Un progetto per ogni scuola per poter aderire

Le scuole, statali o paritarie, che vorranno partecipare alla sperimentazione quadriennale dovranno presentare un progetto: gli studenti dovranno aver effettuato «un pregresso e regolare» percorso scolastico di otto anni; ci dovrà essere un potenziamento dell’apprendimento linguistico (attraverso l’insegnamento di almeno una disciplina non linguistica con metodologia Clil, a partire dal terzo anno di corso), più laboratori e insegnamenti opzionali e personalizzati, e una rimodulazione del calendario scolastico annuale e dell’orario settimanale delle lezioni.

La novità, prevista da una bozza di decreto del ministero dell’Istruzione inviato al Cspi, il Consiglio superiore della pubblica istruzione, organo tecnico consultivo del ministero, che esprimerà il suo parere, intende proprio accorciare una distanza anche in confronto a quanto già succede negli altri paesi europei, dove in molti casi gli studenti delle superiori si diplomano a 18 anni anziché a 19, avvantaggiandosi così di un anno nell’iniziare non solo un percorso universitario ma anche entrare nel mondo del lavoro. L’iniziativa, che dovrebbe riguardare almeno altri mille istituti superiori, scatterà dal prossimo anno scolastico 2022-23.

 

Nella sostanza, e in base alla proposta del decreto, il via libero all’ampliamento della sperimentazione è previsto per mille nuove prime classi sperimentali, fra istituti tecnici e licei, che potranno partire dall’anno scolastico 2022/23, (gli istituti professionali invece dal 2023/24), ma solo dopo aver definito con percorsi notevolmente innovativi e in linea con le nuove direttrici tracciate dal Pnrr, percorsi di un anno più brevi.

I percorsi quadriennali delle scuole superiori – si legge nella bozza del decreto - dovranno assicurare l’insegnamento di tutte le materie previste dall’indirizzo di studi di riferimento, comprese sviluppo sostenibile, educazione civica, potenziamento delle discipline Stem, attraverso flessibilità didattica-organizzativa, incluso il digitale e il laboratoriale. Tutto questo dovrà essere correlato a una forte apertura al mondo del lavoro, orientamento professionale e università.

Il potenziamento degli insegnamenti

Rigorosi i vincoli fissati dal Pnrr per questo passaggio, fra l’altro fortemente voluto anche dal ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi. Nessuno sconto sulle materie d’insegnamento, che anzi prevedono non solo un potenziamento (lingue, più insegnamenti e laboratori personalizzati tra cui poter scegliere e una rimodulazione delle ore di lezione e del calendario scolastico), ma gli istituti che parteciperanno alla sperimentazione dovranno assicurare il raggiungimento delle competenze e degli obiettivi di apprendimento previsti per il quinto anno di corso.

 

Intanto, nel dibattito che sta raccogliendo contributi per una più efficace riforma del sistema formativo, in questi giorni è sceso in campo con una propria proposta anche il giuslavorista, Pietro Ichino. In un documento corposo Ichino ha presentato all’incontro Agorà del circolo EconDem del Pd, uno schema per dotarsi di una «rete moderna di servizi al mercato del lavoro: l’orientamento nelle scuole e nello Hub Lavoro di cui ogni città deve essere dotata, la formazione di cui si rilevano sistematicamente i risultati occupazionali, un sistema sofisticato di condizionalità del sostegno del reddito ai disoccupati, che veda il coinvolgimento dell’Inps».

Esplicito il punto di partenza dell’analisi di Ichino, premessa da cui parte la sua prima delle sette proposte. Concentrandoci sulle prime due, più strettamente connesse al sistema formativo, Ichino sottolinea come «in Italia manca il “primo anello della catena” delle politiche attive del lavoro: cioè un servizio di orientamento (c.d. guidance o career service) diffuso capillarmente e facilmente accessibile per tutti, soprattutto i più giovani, capace di eseguire la profilazione delle attitudini e delle aspirazioni di ciascun individuo, il confronto tra le une e le altre e l’indicazione di itinerari di ricerca/formazione/riqualificazione realistici. Come nei maggiori Paesi del centro e nord-Europa, esso dovrebbe essere articolato in un servizio capace di prendere in carico ogni adolescente all’uscita di ciascun ciclo scolastico di scuola media inferiore e superiore (sullo stesso servizio che deve essere assicurato ai disoccupati». Ma è assente anche, spiega Ichino, un “Hub Lavoro dislocato in ciascun centro urbano in zona centrale, in locali direttamente accessibili dalla pubblica via, con alta visibilità e ricettività”.

Prima riformare il servizio di orientamento dei giovani

Ma è sul secondo punto della sua proposta che Ichino fa convergere la maggior attenzione perché anche il primo passaggio possa essere costruttivo: «Nessun servizio di orientamento può funzionare bene, se non è disponibile l’indice di efficacia di ciascun corso di formazione professionale disponibile. Questo indice è costituito dal tasso di coerenza fra formazione impartita in ciascun corso e sbocchi occupazionali effettivamente conseguiti da coloro che lo hanno frequentato. Per poterlo rilevare – spiega Ichino - in modo sistematico è indispensabile istituire un’anagrafe della formazione professionale, i cui dati possano essere incrociati con quelli delle Comunicazioni Obbligatorie al ministero del Lavoro, delle iscrizioni a qualsiasi lista o albo per attività autonome, nonché alle liste di disoccupazione, secondo quanto già previsto – ma mai attuato – negli articoli 13-16 del decreto legislativo n. 150/2015. Ciascun centro di formazione professionale deve essere obbligato a pubblicare il proprio tasso di coerenza rilevato per i tre anni precedenti».

 

Un passaggio che indirettamente chiama in causa un ulteriore soggetto del sistema di formazione professionale, le Regioni. Le quali proprio in questi giorni si sono fatte avanti, durante il Salone Orientamenti di Genova, e da dove gli assessori all’Istruzione di 11 Regioni hanno dialogato sulla riforma dell’orientamento che sta approntando il ministro Bianchi. Tra le proposte emerse anche una figura di tutor-orientatore presente in ogni scuola, ma anche il passaggio verso un orientamento precoce fin dalle elementari, l’introduzione in ogni scuola di un tutor-orientatore, mantenere e rafforzare il ruolo degli Its (istituti tecnici superiori), anch’essi in attesa della definitiva approvazione della riforma.

Alle intenzioni del ministro Bianchi sono di presentare in tempi brevi una riforma dell’orientamento, gli assessori di undici Regioni (Molise, Piemonte, Liguria, Sardegna, Toscana, Provincia Autonoma di Trento, Puglia, Veneto, Abruzzo, Lazio e Friuli-Venezia Giulia) hanno replicato presentando le rispettive buone pratiche e avanzato la «necessità di promuovere una cultura diffusa dell’orientamento scolastico precoce, in un percorso che accompagni gli alunni dalle elementari alle superiori mettendoli così in grado di compiere scelte consapevoli, senza dimenticare il coinvolgimento delle famiglie e la formazione dei docenti. Un processo strettamente integrato con il territorio che risponda ad esigenze specifiche del mercato del lavoro locale».

 

Il valore dell’offerta universitaria per i talenti

Anche il ministro all’Università, Maria Cristina Messa, sempre nell’ambito del Salone, intrattenendosi con gli studenti ha ribadito che «l’orientamento deve essere un modo per aiutare i giovani a scegliere, e non solo un elenco di possibilità. Occorre dare più possibilità per aiutare i ragazzi a trovare meccanismi di autovalutazione affinché abbiano un’idea per scegliere, che sia concreta e forte. L’offerta universitaria – ha sottolineato Messa - deve essere più vicina al mondo del lavoro, più vicina al bisogno e alla domanda, in questo momento c’è un disallineamento. Si deve anche cercare di studiare corsi nuovi che sappiano incontrare gli interessi delle giovani generazioni che hanno un modo di apprendimento diverso».

Dal governo alle imprese: l’amministratore delegato di Fincantieri, Giuseppe Bono, ha parlato ai giovani della capacità di reazione attraverso il gioco di squadra e l’innovazione, elemento fondante della vita del Paese, e della scommessa sulla formazione. «Non basta uscire dal tunnel della pandemia - ha detto Bono - bisogna uscire dai lunghi anni della bassa crescita. Ai nostri giovani voglio dire di non avere paura, di mettersi in gioco e avere fiducia in sé stessi, perché chi ha paura del futuro non ha futuro. La formazione e l’acquisizione di competenze, la cultura, intesa anche come conoscenza del passato che ci forma per il futuro, sono elementi essenziali per reagire e per permetterci di vincere nuove sfide». Secondo Bono si deve difendere la capacità di avere le figure che servono. «Gli Its - ha detto - sono lo strumento più potente che abbiamo, c’è una grande economia, l’economia del mare e deve essere uno dei luoghi attraverso cui esprimiamo l’eccellenza del nostro Paese».

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