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Crisi climatica, crisi idrica, crisi economica

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Il Po in secca al ponte della Becca

I cambiamenti climatici indotti dalle attività umane stanno causando pericolosi e diffusi sconvolgimenti nella natura e colpiscono la vita di miliardi di persone in tutto il mondo, nonostante gli sforzi per ridurre i rischi. Le persone e gli ecosistemi con minori possibilità di farvi fronte sono maggiormente colpiti. Lo dicono gli scienziati nell’ultimo rapporto dell’Ipcc, il forum intergovernativo sui cambiamenti climatici dell’Onu.

Impatti irreversibili con un 1,5 gradi in più

Il mondo, toccando un riscaldamento globale di 1,5°C nei prossimi due decenni, affronterà molteplici rischi climatici inevitabili. Anche il superamento temporaneo di questo livello di riscaldamento provocherà ulteriori gravi impatti, alcuni dei quali saranno irreversibili. I rischi per la società, inclusi quelli relativi a infrastrutture e insediamenti costieri, aumenteranno.

L’aumento di ondate di calore, siccità e inondazioni sta già superando le soglie di tolleranza di piante e animali, causando mortalità di massa in alcune specie tra alberi e coralli. Questi eventi meteorologici estremi si stanno verificando simultaneamente, causando impatti a cascata che sono sempre più difficili da gestire. Gli eventi estremi espongono milioni di persone a grave insicurezza alimentare e idrica, soprattutto in Africa, Asia, America centrale e meridionale, nelle piccole isole e nell’Artico.

Eventi catastrofici e vittime a causa della siccità

Circa 4 miliardi di persone sui 7,8 della popolazione globale sperimentano già una grave carenza d’acqua per almeno un mese all’anno, osserva il rapporto del Wwf «L’ultima goccia. Crisi e soluzioni del prosciugamento climatico». Tra il 1970 e il 2019, il 7% di tutti gli eventi catastrofici sono stati legati alla siccità e hanno contribuito al 34% delle morti legate ai disastri. Circa 700 milioni di persone sperimentano già periodi di siccità più lunghi rispetto al 1950, mentre la popolazione globale esposta a “siccità estrema” ed “eccezionale” aumenterà dal 3% all’8%.

A livello globale, tra il 1983 e il 2009, circa tre quarti delle aree coltivate globali (454 milioni di ettari) hanno subito perdite di rendimento indotte dalla siccità, con perdite di produzione pari a 166 miliardi di dollari. Il susseguirsi sempre più frequente di crisi idriche, dovuto non solo ai cambiamenti climatici indotti dalle attività umane, ma anche alla cattiva e caotica gestione delle acque, evidenzia quanto sia importante rivedere le modalità di uso, gestione e tutela del patrimonio idrico. Anche in aree storicamente ricche d’acqua come la Pianura Padana, dove la scarsità d’acqua comincia a dare i suoi segni più evidenti.

Lo stato di crisi idrica arriva anche in Lombardia

Al Tavolo regionale per la crisi idrica di mercoledì 25 maggio, per fare il punto sulla situazione delle risorse idriche in Lombardia, è stato annunciato l’imminente provvedimento di Giunta con la quale sarà dichiarato lo stato di crisi idrica regionale e si disciplinerà l’applicazione “ragionata” delle deroghe al deflusso minimo vitale, sia sulle aste fluviali di Adda e Oglio sia sugli altri sottobacini idrografici del territorio regionale. Saranno applicate misure finalizzate al contenimento dei prelievi e al risparmio idrico.

Il comparto agricolo subisce le conseguenze peggiori della crisi idrica. Il referente per Regione Lombardia, Carlo Enrico Cassani, direttore generale per Enti Locali, Montagna e Piccoli Comuni, ha composto il quadro di una situazione complessa in un’intervista a eco.bergamo, il supplemento di ambiente, ecologia, green economy de L’Eco di Bergamo. «Il deflusso minimo vitale, dmv, è la principale misura di tutela dei corpi idrici, finalizzata a lasciare una minima quantità d’acqua nei fiumi nonostante le derivazioni lungo il loro corso. Le derivazioni alimentano le centrali idroelettriche, a monte, e i canali destinati all’irrigazione, a valle. L’applicazione del dmv e il sanzionamento in caso di mancato rilascio sono in capo alle singole autorità concedenti: la Regione per le grandi derivazioni, che in Lombardia sono circa 300, di cui 150 le irrigue, la Provincia per le piccole derivazioni. I problemi sono nell’uso irriguo».

Decisioni sul razionamento di acqua ad uso irriguo

Il prelievo di acque irrigue è regolato per legge dal 1° aprile al 30 settembre di ogni anno. In questa finestra c’è libertà di gestione. I vari consorzi decidono in base alle necessità delle aziende servite. Nella Bergamasca decide il Consorzio di bonifica della Media Pianura Bergamasca. Quest’anno, per la prima volta in quasi 70 anni di storia, il Consorzio ha dovuto prendere decisioni drastiche sul razionamento di acqua ad uso irriguo. Dal 24 maggio è stato costretto a mettere in atto misure per far fronte alle portate ormai al lumicino del fiume Serio. Sono state azzerate le portate di una roggia su due tra quelle derivate ad Albino dal fiume Serio per rendere accettabile il volume d’acqua distribuito ai campi. Si è iniziato con la roggia Serio e la roggia Borgogna, salvaguardate grazie all’acqua sottesa alla roggia Morlana. Terminato questo turno di irrigazione di 8 giorni e mezzo, tocca alla roggia Serio il sacrificio per lasciare competenza alla roggia Borgogna e alla roggia Morlana. Da ultimo sarà il turno della roggia Borgogna di calare le portate a favore della roggia Morlana e Serio.

Le esigenze dell’agricoltura e dell’idroelettrico

Nel caso in cui la situazione critica dovesse protrarsi, come saranno regolati gli interessi di chi sfrutta la risorsa idrica? «Se l’acqua non c’è, c’è poco spazio di manovra», spiega ancora Carlo Enrico Cassani, nell’intervista a eco.bergamo. «Quello che possiamo fare è adottare provvedimenti per regolare la distribuzione dell’acqua: se su un fiume ci sono opere di presa in sequenza, com’è il caso del Serio o dell’Adda, l’amministrazione può dividere gli oneri e le sofferenze, cercando di contemperare i diversi interessi. Il fatto è che le esigenze dell’agricoltura spesso contrastano con quelle dell’idroelettrico: da quando c’è il mercato elettrico, si produce energia solo quando conviene. Solo che, quando gli impianti a serbatoio, comuni, per esempio, in Valle Seriana, non producono, l’acqua, salvo il dmv, non scende a valle: è accumulata e turbinata, e quindi rilasciata, solo nelle ore in cui l’energia è pagata molto. Gli agricoltori a valle, così, rimangono a secco, perdendo la stagione irrigua: l’anno per loro è finito. I concessionari sostengono, a ragione, che nel contratto di concessione non sono previsti vincoli in questo senso».

Concessioni idroelettriche in scadenza

«La Regione conta di risolvere questo impasse grazie alla possibilità, in recente via di sviluppo, di riassegnare le concessioni. Le concessioni idroelettriche, infatti, sono in capo da decenni agli stessi soggetti e stanno ormai per scadere. La normativa prevede che, alla scadenza, siano le Regioni, per le grandi derivazioni, a riassegnarle con una procedura competitiva, cioè una gara. L’idea è prevedere, nei nuovi capitolati, delle clausole per garantire l’utilizzo irriguo a valle nei mesi di giugno e luglio».

In che orizzonte temporale può verificarsi questa evoluzione? «Nel breve periodo. In Lombardia abbiamo molte concessioni già scadute. Nella Bergamasca, per esempio, sono scadute le concessioni di Mezzoldo, valle del Dezzo, a metà tra province di Bergamo e Brescia, e Vaprio d’Adda. Quelle dell’Enel, il maggiore concessionario nella Bergamasca, presente soprattutto in Valle Seriana e Brembana, scadranno nel 2029. Alcune di queste hanno quasi un secolo: sono state date prima ancora della nazionalizzazione, quando non esisteva neppure l’Enel e nella Bergamasca c’era la Società Orobia. Gli interessi economici sottostanti sono enormi. C’è una fortissima pressione da parte del comparto idroelettrico per cambiare le leggi nazionali e scongiurare l’evenienza delle gare. È una delle grosse partite aperte sul tavolo politico nazionale. Sarà determinante per la gestione dell’acqua: è ora di regolamentare gli interessi tra chi sta a monte e chi sta a valle».

In Italia il settore agricolo assorbe il 60% dell’acqua

La crisi idrica non è un’emergenza nuova. Almeno da cinquant’anni si moltiplicano gli allarmi sia nel mondo sia in Italia, dove il settore agricolo assorbe il 60% dell’intera domanda di acqua, seguito dal settore industriale ed energetico con il 25% e dagli usi civili per il 15%. L’avvio di una gestione sostenibile della risorsa, come prevedono le direttive europee e i richiami ad avviare politiche di adattamento ai cambiamenti climatici, non si può rinviare ulteriormente.

Dal 2001 al 2016 l’Italia è stata interessata da periodi di siccità più o meno intensi, con perdite economiche imputabili a siccità stimate tra mezzo miliardo e 1,75 miliardi di euro. Non solo il settore agricolo è colpito, ma anche altri settori economici, come quello della produzione alimentare e quello dei servizi. Uno studio diretto dalla fondazione Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici getta luce sui danni complessivi causati dalla siccità, fornendo uno strumento utile per la realizzazione e la valutazione di piani e politiche per la gestione del rischio di siccità.

Nel Pnrr il progetto di rinaturazione del Po

Oltre a una massiccia e rapida decarbonizzazione, si devono spingere i progetti ispirati alle soluzioni basate sulla natura, con la protezione, il ripristino e la gestione sostenibile dei serbatoi naturali di carbonio. Questi progetti possono favorire, ad esempio, la naturale ricarica delle falde in aree agricole, il drenaggio sostenibile in aree urbane, una diffusa rinaturazione degli ecosistemi d’acqua dolce. In questo senso il progetto di rinaturazione del Po , nato su proposta del Wwf e adottato dal ministero della Transizione Ecologica che lo ha inserito nel Pnrr, rappresenta il più grande progetto di riqualificazione ambientale e adattamento ai cambiamenti climatici in Italia, sul quale sono stati investiti 357 milioni del Recovery Fund.

Perdite sociali ed economiche anche per le imprese

Quando si parla degli impatti dei cambiamenti climatici, dall’aumento delle temperature agli eventi meteorologici estremi, si pensa principalmente alle persone, ai sistemi naturali, alle specie animali alle infrastrutture, alle risorse idriche, alla sicurezza alimentare. Ma anche le imprese ne subiscono le perdite sociali ed economiche. Il libro di Federica Gasbarro e Fabio Iraldo, «Gestire il rischio da cambiamenti climatici – Approcci e strategie delle imprese», si sofferma sul ruolo degli attori privati, sia perché soggetti ai rischi del cambiamento climatico, sia in quanto chiamati in causa dall’Accordo di Parigi negli sforzi per ridurre le emissioni, condivisi tramite la piattaforma di azione degli attori non statali (città, regioni, aziende, investitori) per l’Azione sul clima.

Mitigazione e adattamento nelle imprese

Quasi tutte le imprese sono direttamente o indirettamente responsabili delle emissioni di gas serra. In alcuni casi, il loro contributo può essere maggiore di quello degli Stati. Di conseguenza esse devono giocare un ruolo fondamentale in termini di mitigazione. Quando cambiano i sistemi naturali da cui dipendono, ad esempio nel caso di eventi climatici e meteorologici, le imprese ne pagano le conseguenze, a volte in termini di sopravvivenza. Pertanto, devono realizzare sia misure di mitigazione sia di adattamento come strategie complementari per affrontare i rischi dei cambiamenti climatici.

I fattori di rischio e i principali impatti

Il libro di Gasbarro e Iraldo analizza, tra le altre cose, i rischi per le multinazionali, e quali sono, nella loro percezione, i prevalenti fattori di rischio, i corrispondenti impatti potenziali e la probabilità, l’orizzonte temporale e le eventuali differenze in termini di settore e Paese. Questa panoramica sui rischi normativi, fisici, reputazionali e di mercato può guidare l’azione delle istituzioni e della società civile verso misure più efficaci per accelerare la risposta delle imprese alla crisi climatica. I fattori di rischio che preoccupano maggiormente le multinazionali sono la perdita di reputazione nel caso in cui l’azienda rimanga ancorata al sistema fossile, i possibili danni dall’incremento delle precipitazioni estreme e della siccità, le tasse e le normative sui carburanti, le tasse sul carbonio, le modifiche al comportamento dei consumatori, e gli schemi «cap and trade», il sistema di scambio di quote di emissione. I principali impatti potenziali identificati dalle imprese sono l’aumento dei costi operativi, la diminuzione della domanda per i prodotti o servizi e la riduzione/interruzione della capacità produttiva. I rischi normativi sono associati prevalentemente all’aumento dei costi operativi. I rischi fisici sono associati in maggior misura alla riduzione della capacità produttiva e all’aumento dei costi operativi, mentre altri rischi climatici sono associati prevalentemente alla riduzione della domanda per i prodotti/servizi.

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