Olimpiadi costose
Ma i conti poi tornano

Insomma le Olimpiadi sono un affare o un bidone? La questione è vecchia come i Giochi. Già il barone de Coubertin parlava di spese esagerate per l’edizione 1912 di Stoccolma: evidentemente l’importante era partecipare ma non pareggiare (il bilancio). La sindaca Cinque Stelle Virginia Raggi, al netto del galateo istituzionale con il Coni, ha deciso: quelle di Roma 2024 non s’hanno da fare, troppi i buchi di bilancio, troppe le opere incompiute, eccessive le colate di cemento, troppe le incognite e il pericolo di «magna magna». Aveva detto no a suo tempo anche l’allora premier Monti, anche se i tempi erano diversi, c’era lo spread e non si sentiva in grado di affrontare una simile impresa.

E in effetti dietro l’abbandono di una candidatura non ci sono solo motivazioni di facciata o ideologiche. Il disastro finanziario olimpico di Atene è li a dimostrarlo. Si sono ritirate dalla candidatura in corsa Amburgo, Boston, San Diego, Madrid, persino Dubai. Ma va detto che a fronte di chi si ritira c’è sempre chi raccoglie il testimone, come sta facendo Parigi chiamando all’unità nazionale tutte le forze sociali e politiche. Le Olimpiadi si sono sempre svolte ogni quattro anni e non tutti i Paesi ospitanti se ne sono lamentati, alcuni dicono di averci guadagnato, come Los Angeles (1984).

Ma la Raggi sbandiera un rapporto dell’Università di Oxford che proclama esattamente il contrario: alle Olimpiadi nei conti economici si perde sempre. Si tratta di un «report» indipendente confezionato dai ricercatori e dagli studiosi del prestigioso ateneo inglese, pubblicato nel luglio del 2016, dal titolo «Cost and Cost overrun at the Games» (Costi e sforamento di costi alle Olimpiadi). Prende in considerazione i Giochi olimpici estivi e invernali da Roma 1960 a oggi. Innanzitutto lo studio rileva che i Comitati olimpici non sono così trasparenti come dovrebbero nel rendere conto delle cifre e degli sforamenti. Spesso e volentieri i budget previsti sono lievitati a dismisura (quello di Londra è salito del 100 per cento). Il «report» analizza i costi operativi per l’organizzazione dei Giochi (tecnologia, trasporti, sicurezza, cerimonie, servizi pubblici) e quelli infrastrutturali (impianti sportivi, centri stampa, villaggi olimpici) ma lascia fuori le grandi opere civili (metropolitana, autostrade, ferrovie, rinnovi di hotel, ristoranti). Le conclusioni sono sempre le stesse: il costo netto medio delle Olimpiadi al netto delle infrastrutture è di 5,5 miliardi di dollari per quelle estive e 3,1 per quelle invernali (ai prezzi di oggi). Lo sforamento è di oltre il 150 per cento.

Una media, dicevamo, perché Londra 2012 è costata 15 miliardi di dollari, pari a 10 miliardi di euro. Ma il governo di David Cameron ha sostenuto che le Olimpiadi londinesi hanno fruttato, tra investimenti e introiti commerciali, due miliardi di euro in più. Dunque sono stati un buon affare, avendo portato più soldi di quanti ne siano stati spesi. Dunque è vero che i preventivi sono regolarmente sforati (e spesso se ne pagano i debiti) ma è anche vero che in molti casi le Olimpiadi generano un indotto colossale che pesa molto di più sulla bilancia dei costi e dei benefici economici.

In Italia i due esempi recenti di città migliorate dopo grandi eventi sono Torino e Milano. Nel primo caso, la vecchia One Company Town di origine sabauda, Torino, ci ha guadagnato. La città della Fiat ha saputo abbandonare la sua eredità industriale importando una nuova immagine, nuove professionalità, orgoglio cittadino, turismo, divertimento e cultura. Milano si è letteralmente rifatta il trucco con Expo, attirando turisti da tutto il mondo ed estendendo questo valore aggiunto in tutta la Lombardia (anche Bergamo è cresciuta da questo punto di vista).

Se si sa gestire il fiume di denaro che arriva e viene generato si possono costruire reti urbane e regionali, ferrovie, metropolitane e quant’altro. Oltretutto si creano centinaia di migliaia di posti di lavoro, anche se solo in parte si tratta di occupazione stabile. E se proprio si ritiene che Roma – la Roma che ha costruito il Pantheon, il Colosseo, San Pietro, il Palazzo dell’Eur, lo Stadio Olimpico, il grande auditorium della musica – non ce la possa fare, si possono sempre «spalmare» i Giochi sul resto del Paese, coinvolgendo altre città, come ai Mondiali di calcio. Naturalmente non c’è solo un ritorno economico, poiché anche l’immagine del Paese ne uscirebbe rafforzata in tutto il mondo. Ma il Campidoglio ha deciso di no perché si ha paura di sprechi, infiltrazioni mafiose, corruzione, mala gestione. Non è un bel messaggio per l’ex capitale del mondo.

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