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Innovazione e digitale, la pubblica amministrazione supera le imprese

Articolo. Rivisti e corretti i dati Desi 2021: l’Italia delle imprese digitali ha perso una posizione (un errore il balzo dal 25 al 20esimo posto). E l’e-government invece avanza e cresce nei servizi online ai cittadini: boom dello spid, l’ identità digitale è in possesso a 22 milioni di cittadini

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Dietrofront: l’Italia flop nella crescita del digitale

È stato immediato, ma fin troppo eccessivo l’entusiasmo per il balzo in avanti nel cammino della digitalizzazione delle imprese nell’ultimo anno. Bene, invece, sul fronte della Pubblica amministrazione, ma anche qui qualche passo in più si può fare, soprattutto se confrontato con la crescita registrata dagli paesi europei.
Innovazione, tecnologie e livelli maggiori di connettività hanno forse giocato più a favore dello sviluppo dei servizi e prodotti delle pubbliche amministrazioni, rispetto alla velocità con cui sono cresciute le imprese. I dati dell’ultimo Osservatorio Desi, a una prima lettura, danno la percentuale di utenti online italiani che utilizzano servizi di amministrazione online (e-government) in aumento dal 30% nel 2019 al 36% nel 2020, ma è ancora nettamente al di sotto della media Ue.
Anche l’uso dei fascicoli sanitari elettronici da parte dei cittadini e degli operatori sanitari rimane disomogeneo su base regionale. Intanto, oggi, l’Osservatorio Digital Identity della School of Management del Politecnico di Milano, ha presentata la nuova ricerca «Digital Identity: don’t stop it now»: nel 2021 sono raddoppiati gli utenti Spid, coloro che hanno una identità digitale: 26,1 milioni, il 43% degli italiani, un maggiorenne su due, l’87% dei giovani under25, il 14% degli over 75. Lombardia e Lazio le regioni più virtuose. 431 milioni di accessi nel 2021. Resta il limiti dei servizi accessibili, ancora pochi, anche perché solo 59 sono le aziende presenti nel circuito, un numero che potrebbe compromettere la corsa.

Restando in tema di imprese e digitale, il dato a sorpresa arriva, invece, da un altro studio che rilegge la posizione delle piccole e medie imprese: l’analisi Desi 2021 indica che la maggior parte delle piccole e medie imprese italiane (il 69%) ha raggiunto almeno un livello base di intensità digitale, una percentuale ben al di sopra della media Ue (60%). Le imprese italiane hanno fatto registrare questi risultati in particolare per merito soprattutto dell’integrazione delle tecnologie nei processi produttivi e, in particolare, nell’uso della fatturazione elettronica (spinte quindi da un obbligo di legge, più che per volontà). Ma poi restano lacune nell’uso di tecnologie quali i big data e l’intelligenza artificiale, oltre che ancora nella diffusione del commercio elettronico.

 

Digitale, perse cinque posizione nella classifica europea

Luca Gastaldi

Direttore dell’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano

Fotografia e dati che avevano comunque alzato entusiasmi per la sventolata “conquista” di cinque posizioni, dal 25° al 20°, nella classifica dell’indice Desi 2021 che misura il livello di digitalizzazione dell’economia e della società. Ma che ora sono stati fortemente ridimensionati da una nuova analisi messa a punto da Michele Benedetti, presidente del Consiglio di amministrazione 3PItalia, Luca Gastaldi, direttore dell’Osservatorio Agenda Digitale Politecnico di Milano e da Francesco Olivanti, dell’Osservatorio Agenda Digitale Politecnico di Milano. Lo studio ha un po’ rimesso a posto, riordinando quella classifica, a tutto svantaggio dell’Italia e anticipano l’arrivo di un report ad hoc per la fine di dicembre 2021.
«È bene precisare da subito – spiegano i tre esperti in un articolo appena pubblicato di contro-analisi dei dati – che non è così. O meglio: sì, l’Italia era al 25esimo posto su 27 Paesi nel Desi 2020; peccato che Desi 2020 e Desi 2021 non siano confrontabili». Il Desi 2020 raccoglieva 37 indicatori su 5 dimensioni: connettività, capitale umano, uso di internet, integrazione delle tecnologie digitali (ovvero la digitalizzazione delle imprese), servizi pubblici digitali. Il Desi 2021 – scrivono nella loro analisi - conta solo 33 indicatori su 4 dimensioni: l’area Uso di internet, che era in buona parte un “doppione” dell’area Capitale umano, è stata eliminata, e sono stati sostituiti o aggiunti alcuni indicatori relativi alle altre dimensioni».
Questo significa quindi, che oggi non sappiamo esattamente l’Italia «che posizione avrebbe occupato nel ranking, se la metodologia fosse rimasta quella del 2020» affermano in una prima conclusione i tre esperti. O meglio, precisano poi gli stessi ricercatori, «uno studio del dicembre 2020 ipotizzava, a bocce ferme, un balzo in avanti del Bel Paese di diverse posizioni. Purtroppo, raramente il mondo (del digitale) rimane a guardare e quindi, oltre alla metodologia che è stata rivoluzionata – spiegano nella conclusione - gli altri Paesi hanno continuato a muoversi, a quanto pare più velocemente di noi, e il risultato è presto detto: confrontando il ranking 2020 (con metodologia nuova) con la classifica 2021, l’Italia non ha guadagnato niente, bensì ha perso una posizione: da 19esimi (2020, su dati 2019) a 20esimi (2021, su dati 2020)».

 

Il boom dell’e-government per i cittadini

Traballa quindi, e di molto, il presunto miglioramento della digitalizzazione nelle imprese. Contro invece, sempre rispetto ai dati Desi 2021, il miglioramento del livello di e-government, i servizi digitali erogati dalle pubbliche amministrazioni.
L’ultimo di questi passi è stata la partenza dell’anagrafe tributaria che consente di scaricare online con pochi e semplici passaggi (gratis, senza pagare bollo) 14 certificati per cui finora bisognava recarsi allo sportello. Primo utente autorevole è stato lo stesso capo dello Stato: seduto alla sua scrivania, Sergio Mattarella ha scaricato il suo certificato, compiendo con pochi click gli stessi passaggi che d’ora in poi potranno fare tutti i cittadini residenti nella quasi totalità dei Comuni che ha aderito al nuovo sistema. Immediato il successo (e la comodità): in un solo giorno, il primo, sono stati scaricati oltre 123mila certificati digitali.

Giorgia Dragoni

Osservatorio Digital Identity

Un risultato che ha trovato strada facile anche per l’ampia diffusione che stanno registrando le identità digitali Spid rilasciate ai cittadini: l’Osservatorio Digital Identity del Politecnico di Milano rileva che nel 2021 sono più che raddoppiate, raggiungendo 26,1 milioni di utenze attive a fine ottobre (erano 12,2 milioni a ottobre 2020), con oltre 431 milioni di accessi nel corso dell’anno (il triplo rispetto a un anno fa). Un maggiorenne su due possiede un’identità Spid, il 43% degli italiani. Un boom trainato dai recenti interventi normativi che hanno favorito lo switch-off della Pubblica amministrazione, dagli sforzi di Identity Provider (IdP) e Service Provider (SP), e dalla necessità di accedere al Green Pass, che sarà ulteriormente spinto dalla possibilità di scaricare gratuitamente 14 certificati dall’Anagrafe. Un percorso iniziato a grande velocità, ma che rischia di rallentare.
«La pandemia continua a spingere la diffusione dei sistemi di identità digitale, rendendoli sempre più centrali nella vita dei cittadini – afferma Giorgia Dragoni, Direttore dell’Osservatorio Digital Identity nel presentare la ricerca -. Ma c’è il rischio concreto che questa corsa si esaurisca con il graduale ritorno alla normalità e per questa ragione è necessario uno sforzo comune per valorizzare al massimo le potenzialità dell’identità digitale, che deve essere vista non più come una scelta obbligata per accedere a servizi basilari durante l’emergenza ma come un volano per accelerare la trasformazione digitale del paese».

 

La corsa alle identità digitali non riguarda solo Spid: il 99% degli utenti Internet italiani ha almeno un profilo identificativo per l’accesso online e il 97% possiede almeno un’identità certificata (fra credenziali di home banking, Spid e carta d’identità elettronica 3.0 – la cosiddetta Cie). I sistemi di identità digitale più diffusi sono il social ID (posseduto dal 91%) e l’home banking (87%), 24,7 milioni di italiani sono in possesso della Cie.

Ancora pochi gli heavy user dei sistemi digitali

Restano ancora due, nonostante questa crescita e diffusione, i trend che faticano a consolidarsi: le identità digitali appaiono ancora sottoutilizzate e i cosiddetti “heavy users” (coloro che utilizzano i sistemi di identità digitale più volte alla settimana), restano una minoranza.
Nel primo caso, solo il 5% degli utenti usa la Cie più volte alla settimana e solo il 15% Spid, contro il 41% che usa l’home banking con la stessa frequenza. Una delle principali ragioni è un portafoglio di servizi accessibili ancora limitato, con le PA che hanno appena concluso lo switch off delle credenziali proprietarie imposto dal decreto Semplificazioni e le imprese private ancora più indietro: a fronte di 9.081 enti pubblici che hanno integrato Spid e 1.790 che hanno adottato Cie, sono solo 59 le aziende nel circuito Spid e 3 in Cie.

 

Sul secondo fronte, invece, la ricerca dell’Osservatorio Polimi ha rilevato che coloro che utilizzano i sistemi di identità digitale più volte alla settimana sono solo il 15% per lo Spid, e il 5% nel caso di Cie, mentre salgono al 41% se si guarda alle credenziali home banking.
La maggior parte dei possessori di identità digitali le utilizza poche volte l’anno o alcune volte al mese (medium users): il 71% per Spid, il 65% per Cie e il 51% per l’home banking. Una parte non trascurabile degli iscritti è invece ancora “dormiente”, ovvero costituita da utenti che utilizzano Spid (14%), Cie (30%) e home banking (8%) solo sporadicamente o non le usano affatto.

Valeria Portale

Direttore dell’Osservatorio Digital Identity

«Le identità digitali in Italia mostrano ancora enormi potenzialità inespresse – spiega V aleria Portale, direttore dell’Osservatorio Digital Identity -. L’assenza di una pluralità di servizi a cui accedere tramite questi sistemi rischia di frenare lo slancio degli ultimi mesi. I servizi pubblici, da soli, non possono trainare la crescita necessaria per raggiungere nel 2026 il 70% della popolazione in possesso di identità digitale certificata, come previsto dal Pnrr. Come dimostrano i dati del contesto europeo, i sistemi con una diffusione ampia e un utilizzo strutturale nella quotidianità degli utenti sono caratterizzati da un ecosistema ricco di servizi, che ampliano le potenzialità di queste chiavi di accesso, ne incrementano il valore e ne sostengono la diffusione».

 

Costruire un’identità digitale più conveniente

 

Il report Desi 2021 mette in ulteriore evidenza questo dato: nel 2020 e nel 2021 si è registrata una forte accelerazione nell’adozione di importanti piattaforme abilitanti per i servizi pubblici digitali. Il numero di identità digitali emesse ha raggiunto i 20 milioni in aprile 2021, con un aumento del 400% rispetto ad aprile 2019; le amministrazioni pubbliche che utilizzano lo Spid sono ormai oltre 7.500, +80% sul 2020. L’app IO è stata lanciata in aprile 2020 come punto di accesso unico ai servizi pubblici digitali, anche tramite smartphone; un anno dopo, in aprile 2021, aveva fatto registrare undici milioni di download.

«Non possiamo aspettarci che la crescita dell’identità digitale in Italia continui con lo stesso ritmo sostenuto degli ultimi mesi senza trovare nuovi meccanismi di sviluppo – afferma Luca Gastaldi, Direttore dell’Osservatorio Digital Identity -. Per uscire dal mondo pubblico e diventare il passe-partout per ogni interazione digitale, serve una sistematica strategia di coinvolgimento e una chiara proposta di valore per il mondo privato. Fondamentale sarà costruire un’alternativa di identità digitale trasversale più conveniente rispetto ai sistemi proprietari, integrare ai dati basici degli utenti ulteriori attributi che ne facilitino il riconoscimento nell’accesso ai servizi in diversi ambiti, disegnare un’esperienza d’uso inclusiva per tutte le fasce di utenti e lavorare all’interoperabilità con altri sistemi internazionali».

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