Gorgona
Per gli eventi speciali del cinema Conca Verde, la proiezione del film e l'incontro con il regista Antonio Tibaldi. La vita dentro un carcere unico al mondo, in mezzo al mare, dove gli uomini attraverso il lavoro cercano il proprio riscatto.
Un film che rappresenta un viaggio unico al mondo che parte dal fondo del mare per poi risalire verso la natura del paesaggio e dellโanimo umano.
La vita comincia prestissimo, la mattina, sullโisola di Gorgona, un remoto lenzuolo di terra a 19 miglia marittime da Livorno. Le stalle vengono riaperte, i trattori si mettono in movimento, le attivitร di tutti i giorni riprendono, tra i campi, la mungitura, la manutenzione dei fabbricati. In panetteria si stanno giร sfornando i panini e le focacce che riforniscono lo spaccio, mentre un gregge di pecore costeggia i filari delle vigne per arrivare al pascolo...
Questi uomini affaccendati tra la macchia mediterranea e le stalle sono i detenuti della Casa di Reclusione di Gorgona, ultima colonia penale agricola ancora attiva in Europa. Un istituto che occupa lโintera isola, abitata esclusivamente da carcerati e da personale carcerario, con la sola eccezione di Luisa Citti, discendente di una delle famiglie che popolarono lโisola nellโOttocento e unica residente rimasta oggi a Gorgona.
Antonio Tibaldi รจ un regista italo-australiano, residente a New York. Realizza per UNTV (Televisione delle Nazioni Unite) documentari tematici ambientati in Sud America, Centro America, Africa e Asia. Tra i suoi documentari Godka Cirka (2014) vincitore di oltre trenta premi internazionali, La poltrona del padre (2015) presentato in concorso a IDFA, DocAviv, Dokufest e DOCNYC.
"Da ragazzino mi trovavo su una piccola barca a vela durante una libecciata, la pala del timone si ruppe a poche miglia da Gorgona. Via radio chiedemmo lโautorizzazione di accedere al porticciolo. Eravamo l'unica barca nel porticciolo, trattandosi di un'isola carcere il cui accesso รจ severamente vietato. Seduto nel pozzetto della barca guardavo i campi della valle antistante con questi puntini -- i detenuti 'liberi' dell'isola -- che con tanto di forche e pale, lavoravano la terra. Quella notte non riuscii a dormire. Temevo che uno di questi uomini potesse salire a bordo della nostra barchetta e ucciderci tutti. Mi era rimasto quel vivido ricordo di paura e 'timore del detenuto'. Lโidea di tornare su quellโisola per girare un documentario rappresentava per me un modo di confrontare e contraddire quella paura. Al termine del primo sopralluogo nel 2017, ho scoperto che su questโisola remota esiste un โmondo paralleloโ unico e sorprendente. Non essendoci negozi, nรฉ ristoranti, nรฉ cellulari, nรฉ macchine, nรฉ motorini, รจ come se il tempo si fosse fermato e non avesse contaminato lโisola. Il mio lavoro รจ stato quello di osservare con la telecamera, con pazienza e perseveranza, il comportamento umano che avveniva di fronte a me. Osservare innanzitutto il lavoro di questi uomini, che in questo contesto carcerario, assume unโimportanza monumentale."
โ Antonio Tibaldi
