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Il Mantello di Arlecchino: tessere e seminare il futuro di quartiere

Articolo. Al via la fase delle artiste all’opera e della raccolta delle stoffe nei quartieri di Colognola e Valtesse. È il momento cruciale dell’iniziativa di TTB Teatro Tascabile di Bergamo con Hg80 Impresa sociale. Perché in un progetto di arte partecipata il processo è il valore principale, ancor più dell’esito finale

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Dopo diversi mesi di lavoro sotto traccia, entra nel vivo “Il Mantello di Arlecchino. Dalla circonferenza al centro”, progetto ideato da TTB Teatro tascabile di Bergamo con Hg80 Impresa sociale, condiviso con l’Assessorato alla Cultura e le Reti di quartiere e finanziato da Fondazione Cariplo. L’obiettivo del progetto artistico “è quello di attivare, in questa fase di rinascita dopo il periodo più difficile dell’emergenza sanitaria, processi generativi e rigenerativi sociali attraverso un’operazione culturale partecipata e diffusa nei quartieri della città”.

Il progetto dunque approda oggi nei quartieri inaugurando la fase de “Gli artisti all’opera”. Dall’11 al 13 febbraio – nel quartiere di Valtesse Sant’Antonio-Valverde e dal 18 al 20 febbraio nel quartiere di Colognola – narratori, musicisti, attori di associazioni del quartiere si esibiranno nei cortili, negli androni, nei pianerottoli delle abitazioni, mentre dei “raccoglitori” raduneranno stoffe e tessuti che i residenti vorranno donare attraverso una forma di baratto culturale.

Il raccolto nei due quartieri verrà quindi cucito, annodato, intrecciato, così da creare due opere d’arte site specific realizzate dalle artiste selezionate tramite una call nazionale, promossa grazie alla collaborazione di Miniartextil e Fondazione Bortolaso Totaro Sponga. Tra i 30 partecipanti, la scelta è caduta su due giovani artiste: Simona Anna Gentile (Taranto, 1993), che interverrà nel quartiere di Colognola, e Lisa Martignoni (Svizzera, 1994) che interverrà nel quartiere di Valtesse.

Tre buoni motivi per definirlo un progetto innovativo

In compagnia di Giovanni Berera, coordinatore dei Dipartimenti Educativi della Fondazione Adriano Bernareggi e curatore del progetto di arte visuale del Mantello di Arlecchino, scopriamo perché questo progetto, e in particolare questa fase del progetto, andrebbero seguite con attenzione.

1.Il “come” è più importante del “cosa”

Per una volta non è il pubblico a dover cambiare, ma è il sistema che cambia punto di vista. “‘Il mantello di Arlecchino’ accoglie la sfida, politica oltre che artistica, di condurre cultura e creatività ‘Dalla circonferenza al centro’”, invertendo i poli della nostra mentalità urbanocentrica. L’arte esce fuori dalle dimensioni elitarie e dai convenzionali luoghi di fruizione, per mettersi al servizio delle comunità periferiche, dei loro bisogni, dei loro valori. L’arte abilita le comunità di quartiere ad elaborare e mettere a fuoco le proprie identità, specificità, criticità, memorie e aspirazioni, attivando processi partecipativi di autonarrazione, destinati a durare nel tempo. È un processo che coinvolge sia chi vi partecipa sia chi beneficerà dell’esito finale, purché non si cada nella trappola di soffermarsi soltanto sul “che cosa”, ossia sulla fruizione del “prodotto finale”, mentre la vera sfida è racchiusa dal “perché” e dal “come”.

“Abbiamo selezionato le due idee progettuali più adatte ad avviare un processo di cooperazione artistica nei quartieri – sottolinea Berera – Fondamentale sarà la partecipazione dei residenti, che nei prossimi mesi diventeranno coautori, prendendo parte attiva al progetto insieme alle artiste attraverso il dialogo e la collaborazione. Non è un caso che in entrambi i quartieri saranno realizzate opere di fiber art, utilizzando tessuti donati dai cittadini, che poi saranno intrecciati, cuciti e ricamati. Sono materiali e tecniche artistiche che simbolicamente rimandano a narrazioni, legami, intrecci e relazioni. Proprio per questo le opere saranno frutto e testimonianza della vita nei quartieri”.

2.L’arte al servizio

“Da me non hanno imparato mai nulla, ma da loro stessi scoprono e generano molte cose belle”, scrive Platone nel “Teeteto”. In un progetto partecipativo, l’arte è un medium e, proprio come insegna la maieutica di Socrate, è investita del ruolo di levatrice, che aiuta la comunità nello sforzo di portare in luce i suoi pensieri, le sue idee e le sue verità.

L’approccio delle due artiste scelte per “Il mantello di Arlecchino” non è quello di calare dall’alto, sugli abitanti dei quartieri di Colognola e Valtesse, le proprie visioni pregresse ma è quello di trasformare i quartieri in “cantieri aperti”, spazi collettivi in cui provare a costruire uno sguardo nuovo sui luoghi, una griglia di memorie e prospettive personali e collettive. L’artista è una guida che formula le giuste domande, magari inaspettate, che stimola pensieri nuovi e inediti e poi si pone in ascolto, elabora connessioni e chiavi di lettura.

“Gli artisti sono come antenne che avvertono segnali che sono nell’aria, e che chi vive a terra fa fatica ad interpretare – spiega ancora il curatore – e riesce a tradurli affinché si concretizzino in questo caso non in un’opera personale ma in un’opera aperta, che rimanda al contesto che l’ha generata. L’artista riesce a discostarsi dalla semplice cronaca, piuttosto attiva un processo maieutico, un lavoro di interpretazione e restituzione del patrimonio umano del quartiere che i cittadini sono impegnati a vivere ma che faticano ad esprimere. Non è un’operazione di lettura sociologica del quartiere, è il dissotterramento di un tesoro che già c’è ma che fatica a venire alla luce”.

3.Tessere e seminare

Ci pare interessante che le due artiste che lavoreranno nei due quartieri abbiano scelto di costruire “Il mantello di Arlecchino” affidandosi a due “pratiche” archetipiche, cariche di valenze simboliche e identitarie. Da un lato la tessitura, attività che dalla notte dei tempi risponde all’atavica necessità del raccontare e del comunicare. Non a caso di un libro ci appassioniamo alla trama. I fili si intrecciano in trama e ordito e nel ricamo ogni punto di ago e filo è un segno che concorre a scrivere una storia. La tessitura è un linguaggio non verbale che spesso le donne praticano in gruppo, accompagnandolo con il dialogo, il confronto e la preghiera. Dall’altro lato il seme, una delle metafore più potenti della storia. Un seme è il minuscolo embrione di un potenziale eccezionale, di un futuro tutto da scrivere. Crescerà e darà frutti questo seme ma non potrà farcela da solo, perché avrà bisogno di essere nutrito da chi lo ha seminato.

“Simona Anna Gentile lavorerà nel quartiere di Colognola per arrivare a comporre un grande arazzo collettivo. Lisa Martignoni restituirà a Valtesse grandi semi che custodiscono parole capaci di far nascere e crescere un ‘vocabolario di quartiere’. Il tema fondamentale in gioco – conclude Berera – è la vita che accade nei quartieri, sull’onda della voglia di riappropriarsi della sua dimensione comunitaria che l’esperienza della pandemia ha alimentato. Al centro è il mondo a misura d’uomo del quartiere, fatto di memoria, relazioni, intrecci, storie, ambizioni per il futuro. L’arte è un canale per ricucire e riportare vitalità in questa trama di relazioni che oggettivamente si è sfibrata. In questi contesti, tessere e seminare sono azioni concrete ma con un potenziale simbolico altissimo. Intrecciare e cucire rimandano al mondo delle relazioni e il seminare rimanda alla sfera del nutrire, della crescita, dello sviluppo. I poli del progetto sono sempre memoria e profezia”.

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