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L’elegia delle nostre radici: Pepi Merisio, ora che non c’è più

Articolo. Si è spento lo scorso mercoledì 3 febbraio, all’età di 90 anni “Il fotografo” nell’immaginario collettivo bergamasco, colui che aveva saputo comporre per immagini i volti del nostro territorio. Al pari soltanto del film di Ermanno Olmi

Lettura 3 min.
Sotto il Monte, ritratto di un’operaia della Filanda Fumagalli (1965) (Pepi Merisio)

L’orgoglio della sua piccola patria troppo spesso ci ha fatto dimenticare che Pepi Merisio è riconosciuto come uno dei grandi autori della fotografia italiana, nonché fra i maggiori fotogiornalisti del nostro Paese. Così come facciamo fatica a mettere a fuoco il fatto che la sua indagine “antropologica” sia stata assolutamente controcorrente, guidata dalla ferma volontà di dare voce, nel bel mezzo dell’Italia del miracolo economico, al mondo dei vinti, a un’Italia che eravamo ma che repentinamente non siamo stati più.

Si intitolava “Guardami!” l’ultima mostra antologica dedicata a Merisio, nel 2019 al Museo della fotografia Sestini – Museo delle Storie di Bergamo in Città Alta. Una sorta di “testamento poetico” a rileggerle, oggi che Pepi non c’è più, le parole scritte in quell’occasione: “Il titolo di questa mostra – ‘Guardami’ – l’ho voluto proprio io perché era la domanda che facevo ai miei soggetti al primo incontro. Ho sempre pensato, anzi sentito, che la fotografia debba essere un colloquio e se non ci si guarda negli occhi è molto difficile capirsi. ‘Guardami’, la domanda che c’era nel mio obiettivo fotografico di fronte a un soggetto, uomo o cosa che fosse. E quando lo sguardo quasi faceva scattare da solo l’otturatore, la tensione calava e avevo la sensazione di aver conquistato qualcosa di importante, di vero. Era quindi un discorso di sguardi. E il ‘guardami’ valeva per tutti i soggetti, persino per i paesaggi, perché in tutte le situazioni c’è proprio il momento magico che quasi esige lo scatto”.

Pepi Merisio
(Foto Yuri Colleoni)

Eccolo il segreto per nulla nascosto di Merisio: la semplicità e la verità di una narrazione. “Lui non ha mai voluto sorprendere, scioccare, denunciare, compromettersi con il proprio io nella complessità dell’immagine – ricorda di lui il grande fotografo Ferdinando Scianna – Si è forgiato presto uno strumento artigiano classico, chiaro, semplice, che mostra, documenta, racconta le cose che racconta, non i turbamenti del fotografo”.

Una faccia, un’esistenza

Non è un caso che delle migliaia di foto scattate da Pepi, ci siano rimasti così impressi i “volti”, emblemi della nostra civiltà perduta ma che pure sentiamo ancora fortemente abitare dentro ciascuno di noi: bambini, donne al lavoro, contadini segnati dalla fatica, religiosi e religiose, soldati e persino un Papa Montini così avvicinabile da poter essere l’uomo della porta accanto. Il “Guardami” di Pepi Merisio interrogava proprio quei volti sui quali era intessuta la narrazione di una vita intera, senza maschere, senza filtri né falsificazioni. Tutta verità e niente apparenza.


Facce che sono, appunto, fatte da ciò che ha scandito una vita. Mappe dell’esistenza, che siano incise in una ragnatela di rughe o levigate dallo sguardo di chi crede in un futuro: il lavoro, le abitudini, la fatica, l’orgoglio, il gioco, le scelte, la famiglia, l’ambiente, i sogni, le delusioni.
Osservando i ritratti di Merisio tornano alla mente, quasi fossero una perfetta chiave di lettura dei suoi volti, le parole di Kahlil Gibran: “Ho visto un volto con almeno mille espressioni, e un volto con una sola espressione quasi che fosse contenuto in uno stampo. Ho visto un volto attraverso il cui splendore potevo scorgere la bruttezza sottostante, e un volto il cui splendore dovevo sollevare come un velo per veder quanta bellezza contenesse. Ho visto un volto vecchio, eppure non solcato da nulla, e un volto liscio su cui erano incise tutte le cose. Conosco i volti, perché guardo attraverso la tela che il mio occhio tesse, e osservo la realtà che è al di sotto”.

Il coraggio di metterci la faccia

Il “Ti si legge in faccia” di Pepi Merisio è un omaggio alla verità e all’autenticità. Un appello di una semplicità disarmante persino nella limpidezza della forma, ma paradossalmente diventato difficile da interpretare nella nostra civiltà di oggi, segnata da un progressivo e inesorabile sottrarsi alla connessione innescata da quel confronto/incontro “faccia a faccia” che era sempre stato strumento per costruire e consolidare relazioni sociali.
Tutta colpa della pandemia se non possiamo più leggere gli altri perché possiamo guardare solo volti a metà? Non è certo solo da quando siamo costretti a indossare una mascherina che abbiamo scelto di guardarci attraverso uno schermo o di nasconderci dietro una schiera infinita e comodissima di emoticon e gif. Mille varianti preconfezionate di un’emozione, senza più alcuna sfumatura, che si sostituiscono all’emozione provata per davvero.
E che dire di quell’esercito inquietante di volti plasmati e uniformati dalla chirurgia, che si affanna a cancellare ogni segno, ogni imperfezione, ogni ruga d’espressione (che non a caso si chiama così), ogni impronta della maturità? Come può esserci verità e fiducia se quel volto, e quel corpo, che erano il nostro principale strumento per definire la nostra unicità nel mondo sono diventati un ostacolo da rimuovere in nome degli standard che il mondo richiede ai suoi “prodotti” di successo? A che cosa serve un volto eternamente giovane se diventa muto?

Papa Paolo VI (28 marzo 1964)
(Foto Pepi Merisio)

“E allora il lifting facciamolo non alla nostra faccia, ma alle nostre idee e scopriremo che tante idee che in noi sono maturate guardando ogni giorno in televisione lo spettacolo della bellezza, della giovinezza, della sessualità e della perfezione corporea, in realtà servono per nascondere a noi stessi e agli altri la qualità della nostra personalità, a cui magari per tutta la vita non abbiamo prestato la minima attenzione, perché sin da quando siamo nati ci hanno insegnato che apparire è più importante che essere” dice Umberto Galimberti.

Anche questa, forse, è una delle tante possibili riflessioni che Pepi Merisio ci lascia in eredità. O forse è soltanto una di quelle elucubrazioni alla ricerca di significati reconditi della fotografia che lui proprio non poteva sopportare.
Resta il fatto che l’archivio delle sue fotografie è una vera e propria miniera che potremo esplorare chissà per quanti anni ancora alla ricerca di ciò che siamo stati e che forse intimamente ancora siamo. Tutti possiamo provarci, navigando sul portale archivio.museodellestorie.bergamo.it dell’Archivio fotografico Sestini, per sfogliare le centinaia di fotografie del Fondo Pepi Merisio che il museo ha già provveduto a digitalizzare e catalogare.

Sito Museo delle Storie di Bergamo

Foto ©Museo delle storie di Bergamo, Archivio fotografico Sestini, Fondo Pepi Merisio

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