F rancesco Motta è, dal 2016 – anno d’esordio de «La fine dei vent’anni» –, una delle penne più apprezzate del cantautorato italiano e del rock indipendente. Dopo il successo del primo album, vincitore della Targa Tenco, ne ha poi pubblicati altri quattro e ha partecipato al festival di Sanremo con « Dov’è l’Italia » nel 2019, lo stesso anno in cui ha preso parte al progetto «Faber nostrum», disco tributo a Fabrizio De André, assieme ad altri cantanti italiani. Da maggio di quest’anno, in occasione del decimo compleanno del suo primo disco, Motta è in tour in molti festival italiani assieme ad una band di tutto rispetto, che vede la partecipazione di Cesare Petulicchio alla batteria, Giorgio Maria Condemi alle chitarre, Roberta Sammarelli (ben nota al pubblico bergamasco grazie ai Verdena) al basso e Francesco Chimenti alle tastiere e al violoncello. Con questa formazione, la band arriverà anche a Bergamo, al «NXT Festival», il 29 agosto (qui per i biglietti). Lo abbiamo intervistato per saperne di più su questa data, sul tour e sul prossimo album su cui sta lavorando.
ES: Come è nata la decisione di questo tour e della ristampa? Si tratta solo di una celebrazione decennale o hai sentito il bisogno di tornare al te stesso iniziale, ora che sei alla fine dei tuoi trent’anni?
FM: Direi che nessuno ha voglia di tornare indietro e che nessuno punta ad un’operazione nostalgia. Volevo solo festeggiare un disco che per me è stato importantissimo e vedere che effetto mi faceva cantare quelle canzoni. E devo dire che l’effetto è stato più bello di quello che immaginavo.
ES: E se dovessi fare un bilancio, nel risentire le canzoni, c’è qualche frase che trovi ti rispecchi ancora e invece altre che trovi lontanissime?
FM: Devo dire che tutte, non solo alcune, mi rispecchiano ancora, ma ci sono delle cose che ho capito molto meglio adesso rispetto a dieci anni fa.
ES: Nel 2016 io avevo solo sedici anni e comincio ora a vivere sulla pelle alcune delle cose di cui parli in quei testi. Che effetto ti fa sapere che le tue canzoni sono ancora così attuali per le varie generazioni?
FM: Mi fa davvero molto piacere perché anche in questo tour (“La fine dei vent’anni – 10th anniversary”) stanno arrivando ragazzi che dieci anni fa vivevano “la fine dei dieci anni”. E questo mi piace perché è così che dovrebbero essere le canzoni: non dovrebbero mai invecchiare. Forse, anche il fatto che io non sono mai stato di moda mi ha permesso di non passare di moda proprio in quel senso lì. Peraltro, quest’estate portiamo in giro una canzone nuova che parla proprio di questo («Sopravvissuti»), quindi mi fa molto piacere.
ES: E c’è una frase in particolar modo, in «Una maternità» dove dici «E d’improvviso ti accorgi di quel poco che sei». Ecco, i vent’anni, nell’immaginario collettivo, sono un po’ gli anni in cui ci illudiamo di essere speciali e giganti. Invece tu sembri un po’ rimettere anche un po’ i piedi per terra. È così?
FM: Beh, sì, ma in un senso particolare. Il fatto di sentirsi speciali e unici sono due cose diverse secondo me: è una sensazione che va al di là di un pensiero egocentrico, soprattutto in quel brano. Parlavo di una sensazione passeggera che a tutti capita e che non necessariamente deve succedere alla fine dei vent’anni. Mi succede pure adesso, a volte, di sentirmi non poco, ma piccolo, e secondo me a volte questa cosa serve a ridimensionare un po’ tutto il resto.
ES: Al «Mi ami festival», invece, ti abbiamo visto salire sul palco per cantare «La fine dei vent’anni» con Appino (degli Zen Circus). Per la data di Bergamo, dobbiamo aspettarci qualche sorpresa, qualche altro compagno di viaggio?
FM: Non lo so, ci devo ancora pensare. Sicuramente, il fatto che Roberta Sammarelli (dei SI! BOOM! VOILÀ! ed ex Verdena) sia di Bergamo ci permetterà di festeggiare ancora di più e ne sono veramente contento. Se me l’avessero detto dieci anni fa che avrei fatto il tour de «La fine dei vent’anni» dieci anni dopo proprio con Roberta Sammarelli, forse non ci avrei manco creduto. Più che un semplice ospite, forse Roberta è diventata una sorella, ma, insomma, mi fa veramente piacere il fatto di suonare a Bergamo, un po’ per festeggiare anche lei.
ES: Nel resto del tour, come dicevi prima, hai cantato anche «Sopravvissuti», che, se non sbaglio anticipa anche il quinto album, in arrivo prossimamente. A livello di scrittura, quanto ti sembra diverso rispetto a «La fine dei vent’anni»?
FM: Forse è il disco più vicino all’album di esordio rispetto agli ultimi dischi che ho fatto e il motivo per cui abbiamo messo quel pezzo in scaletta è proprio perché, nel fil rouge del concerto, «Sopravvissuti» ci stava molto meglio rispetto a tanti altri pezzi che ho scritto negli ultimi anni.
ES: E pensi che l’idea di questo tour celebrativo possa aver influenzato il nuovo disco?
FM: Guarda, penso proprio di sì. E te lo dico proprio sinceramente.
ES: Dal punto di vista del suono, invece, gli album sono molto diversi: dalle chitarre dell’esordio ad arrangiamenti anche un po’ più orchestrali. Che legame c’è tra l’identità sonora del prossimo disco e tutti gli altri?
FM: Forse quello che sto facendo ora è un album senza la paura di essere me. A volte, negli album scorsi, c’è stata una ricerca, che per me è stata fondamentale, di andare a scoprire cose nuove e questa ricerca spesso ha portato anche ad un eccessivo allontanarsi da chi sono. Quindi, al quinto disco – e sono tanti cinque dischi – dopo un po’ sei anche stanco delle forzature e, proprio per questo, ora sta venendo fuori un disco assolutamente e onestamente mio. Anche nel male, magari, perché questo non è necessariamente una cosa positiva.
ES: L’ultima domanda, invece, riguarda ancora un tuo testo: dieci anni fa scrivevi «E le mani più grandi / dei tuoi sogni dispersi / dentro cassetti vuoti milioni di versi». Oggi, con cinque album e moltissimi festival e concerti, come è la situazione?
FM: Sicuramente ci sono ancora dei cassetti con milioni di versi che io non ho mai fatto uscire. Anzi, ti assicuro che da quel punto di vista è decisamente peggiorata la situazione.
