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La Terza Cultura di Anna Curir, perché è importante che scienza e umanesimo si parlino

Intervista. Sabato a Dalmine per BergamoScienza una profonda riflessione sulla frattura fra progresso tecnico e indagine etica. In gioco il bene comune e il nostro futuro di specie

Lettura 6 min.

Anna Curir è un’astronoma laureata in matematica. Il suo lavoro è studiare il cosmo. La sua voce è mite quando risponde al telefono dall’Osservatorio Astrofisico di Torino dove lavora dal 1979. La sua seconda laurea è in Scienze della Mente, un percorso che l’ha portata a indagare l’interiorità dell’umano e a prendere l’abilitazione come psicologa.

Il suo sguardo si concentra su quella frattura culturale che divide scienza e umanesimo. Proseguendo con un’analisi dei limiti e delle possibilità dei due mondi, primo passo verso l’apertura di quella che lei definisce la Terza Cultura. Ovvero il punto di congiuntura fra progresso tecnico-scientifico e indagine etica . Per generare uno per la costruzione del bene comune.

Curir sarà a BergamoScienza sabato 12 ottobre alle 21 al Teatro Civico di Dalmine. Il suo libro “L’emergere della terza cultura e la mutazione letale” è pubblicato dall’editrice Il Sirente.

Scienza e arti faticano a parlarsi, anche se il dialogo si sta a poco a poco facendo strada. Resta comunque una frattura tra le due realtà. Quando è accaduto?

All’avvento della Rivoluzione Industriale esisteva una classe dirigente con una formazione completamente umanistica e si è costituita una classe di scienziati e tecnici che doveva gestire a livello concreto i risultati scientifici della trasformazione seguita alla fabbricazione delle macchine e dell’automazione. Le due comunità sono rimaste scisse e ancora oggi lo sono.

Nel 1959 esce il saggio che fa luce sul problema del rapporto tra mondo scientifico e umanistico, “Le due culture” di Charles Percy Snow che lei cita nel suo libro. Quali sono le nuove idee che propone?

Snow era sia uno scienziato sia un letterato e sentiva in modo particolare questa frattura. L’analisi storica di prima è la sua. Questo ha comportato la formazione di un altro potere, che però è degenerato, crescendo in modo totalmente scollato dalla parte umanistica, che deteneva un ruolo di maggiore influenza.

E in Italia?

In Italia poco dopo, cioè all’inizio del Novecento, c’è stata anche una polarizzazione del sapere molto forte con il dominio della filosofia di Benedetto Croce e del suo disprezzo per le scienze naturali: secondo le sue stesse parole infatti “non erano altro che edifizi di pseudoconcetti che con le loro matematizzazioni mutilavano la vivente realtà del mondo”. Questa visione ha influenzato poi la riforma Gentile della scuola, in cui si separò il liceo scientifico, ritenendolo inferiore al classico, che avrebbe dovuto formare la classe dirigente del paese, generando una dominanza degli ideali sulla tecnica, che invece si sarebbe occupata della sola gestione della modernità.

Questa scissione quanto è profonda nella nostra realtà attuale?

In realtà è una scissione che viviamo a tutti i livelli, non solo tra scienza e arti, ma anche sul piano di genere: di tutto questo ne hanno fatto spesa anche le donne, che pagando una storia di segregazione, sono sempre state considerate sole portatrici di empatia e di capacità relazionali e meno portate per gli aspetti più tecnici e ovviamente anche per le materie scientifiche, che sono più dure e richiedono razionalità. Si tratta di un pregiudizio storico consolidato e anche se oggi negli istituti di ricerca scientifica siamo arrivati ad avere un 30% di donne, c’è ancora molto lavoro da fare verso la parità e l’accesso a livelli più elevati. Tornando a noi, tenere le culture separate è deleterio.

Dalla grande tensione tra queste due polarità cosa è emerso?

In una seconda edizione di questa pubblicazione Snow auspica l’avvento di una terza cultura dove scienziati e letterati possano trovare un dialogo. Lo scienziato proponeva soluzioni a livello di istruzione e sosteneva l’importanza di porre attenzione a questa frattura culturale.

Chi ha raccolto il testimone di Snow e come si sono evolute le sue idee?

John Brockman (autore e agente letterario di numerosi scienziati, ndr) ha curato un libro che si chiama “La terza cultura. Oltre la rivoluzione scientifica”, dove sono raccolti contributi multidisciplinari che dibattono su questa frattura e su come risolverla. Esiste anche un portale, edges.org, in cui gli intellettuali dibattono su problemi al confine tra le due culture, dalla libertà, all’etica legata alle biotecnologie.

Su quali soluzioni sta lavorando la scienza per superare questa scissione?

Nel mio libro metto in evidenza alcuni punti come la teoria dei sistemi complessi e quella del disvelamento. La prima nasce dalla fisica: ci sono fenomeni in cui si manifestano delle proprietà emergenti, che non possono essere descritte attraverso le singole componenti del sistema. La cosa più interessante è che questa teoria può spiegare comportamenti in molti ambiti differenti, dalla biologia, alle neuroscienze, a economia e sociologia, è un approccio trasversale, che può portarci verso la Terza Cultura.

Può farci un esempio concreto?

I movimenti della borsa valori, imprevedibili, non si possono studiare osservando il singolo operatore. Pensiamo alla natura e al volo degli stormi con le loro configurazioni in cielo: non si possono studiare considerando solo il singolo esemplare, ma in un’ottica complessiva.

Lei ha parlato anche di un’altra possibilità, il disvelamento...

Sì, si tratta di quello che in fisica quantistica è definito principio di indeterminazione. La più ovvia e assodata distinzione tra le due culture è che la scienza sveli la natura esterna a noi e alzi il velo, descrivendo il cosmo e i suoi meccanismi, mentre l’umanista invece si rivolge all’interiorità. Le ultime scoperte della fisica hanno dimostrato che la natura esterna non è indipendente dal processo di osservazione dell’osservatore. C’è un’interazione.

Cosa intende?

Quando non la osserviamo la natura è sempre lì, con le sue proprietà, ma non lo sappiamo e definirla non è possibile. Questa è l’indeterminazione introdotta dalla meccanica quantistica: senza l’osservazione non abbiamo una teoria perfettamente precisa della realtà, è l’osservare che quantifica e definisce le proprietà fisiche.

Qual è l’elemento di novità che porta con sé la meccanica quantistica?

La fisica non si pone più il problema se i suoi modelli descrivano precisamente la realtà. Vuole solo dei modelli, che ci aiutino ad avere delle previsioni corrette sull’infinitamente piccolo, si va oltre la disputa se questi siano aderenti alla natura o meno, servono solo per spiegare. Ci sono filosofi come Giancarlo Rota o Carlo Rovelli, che vogliono far capire che ci sono degli elementi di soggettività e quindi di umano anche nella costruzione delle teorie scientifiche, noi mettiamo un po’ di nostro mondo interiore.

Un altro esempio?

Certo. Arthur Eddington è un astronomo che nelle sue note sulle osservazioni del cosmo ha scritto che l’uomo studiando il cielo ha creato delle costellazioni che descrivevano animali mitologici. Queste costellazioni servivano per rendere comprensibile il sistema, ma cielo e stelle sarebbero esistiti comunque, solo non sarebbero stati definiti.

C’è un secondo passaggio che cita, quello del metterci del nostro...

Eddington dice che la nostra mente sceglie la configurazione che gli sembra abbia più senso, parla di un elemento selettivo in ognuno di noi che sceglie i materiali che vuole usare per fare le sue rappresentazioni e con questi contribuisce alla costruzione delle rappresentazioni della natura.

Quindi gli animali delle costellazioni sono il nostro modo di capire il cielo?

Esattamente. L’idea di uno scienziato che svela la natura oggettiva e dell’artista che svela quella dell’umano sono molto simili, ci permettono di capire che c’è un unitarietà nella creazione sia scientifica, che artistica. Capire che i processi creativi, i modelli sono gli stessi, questo è un primo grande avvicinamento tra le due culture.

Il processo creativo è uno. Uno stesso modello, anche se cambiano i contesti. Lo scienziato sul cosmo e l’artista sull’umano. È già così ma per tanto tempo non l’abbiamo esplicitato, l’abbiamo rifiutato?

Sì, ne abbiamo preso coscienza solo recentemente.

E qui entra in gioco la Terza Cultura...

Se le due comunità dialogassero tra loro, ciascuna di esse trarrebbe beneficio nel parlare con l’altra. La scienza ha una grande forza: il dubbio, il non avere mai certezze. Ogni scienziato sa che il proprio risultato è destinato a essere superato in futuro, che ci sarà sempre qualcosa di meglio. Questo non credere nelle certezze assolute è un atteggiamento molto sano, perché elimina fanatismi e demagogie: nella scienza c’è sempre spazio per il dissenso. Questo atteggiamento scientifico potrebbe giovare molto ai filosofi e agli umanisti perché insegnerebbe questo atteggiamento di dubbio metodico.

E cosa potrebbero portare arti e filosofia agli scienziati?

Lo scienziato che si apre all’umanesimo si gioverebbe di atteggiamenti critici su quello che fa. La filosofia ci insegna il punto di vista critico. Kant voleva portare la ragione davanti al tribunale della ragione, è un approccio trascendentale che fa sì che la ragione stessa possa giudicare il proprio operato, per criticare sé stessa. Lo scienziato dovrebbe acquisire questo punto di vista filosofico, più critico, sulle proprie operazioni e sulle loro conseguenze. Soprattutto per eventuali ricadute negative sul nostro pianeta o dal punto di vista etico.

L’emergere di questa Terza Cultura pare portare con sé anche dei rischi: nel suo titolo parla di una mutazione letale...

Ernst Mayr in una sua conferenza dice che la mutazione che ha portato all’Homo Sapiens potrebbe essere letale, perché con la nostra intelligenza ci stiamo distruggendo, mentre dovremmo trasformarla in una strategia di sopravvivenza.

Lei nel suo libro parla anche di linguaggio...

Ovviamente il linguaggio è la base. La conoscenza linguistica permette di acquisire le informazioni prima e poi di sviluppare una cultura più profonda. È la cultura che trasforma le persone, non è la pura informazione, non è il possesso dei dati di cui si parla oggi. La cultura è trasformazione e in quanto tale anche la cultura scientifica lo è. La cultura è trasformazione dei nostri punti di vista, tutte le rivoluzioni scientifiche hanno portato a una trasformazione di come vediamo le cose: la scoperta dello spazio curvo ha cambiato la nostra visione del mondo. Entrambe le culture per osmosi con la nostra parte interiore ci trasformano. Poi si aprirebbe il capitolo dell’intelligenza artificiale, ma qui apriremmo un altro discorso.

BergamoScienza