Ho provato emozioni forti e contrastanti la prima volta che sono stata in Africa, nella Repubblica Democratica del Congo. Prima fra tutte un senso di spaesamento di fronte a un luogo che non sapevo come fosse, la sola idea che mi ero fatta dipendeva soprattutto da racconti e fotografie dei reportage letti prima della partenza. Quando mi è capitato tra le mani il saggio di Chiara Piaggio, «L’Africa non è così. Cronache da un continente frainteso» (Einaudi, 2025) è stato illuminante, mi ha aiutato a trovare risposte ad alcuni interrogativi, spiegazioni nella lettura di alcuni contesti e situazioni. Il libro della filosofa e antropologa esperta di Africa subsahariana, che sarà ospite mercoledì 16 settembre , nella cornice di «Molte Fedi» al cineteatro Santa Caterina, è un tuffo nella complessità del continente. Piaggio cerca di tradurla, secondo il suo punto di vista, attraverso le storie, le riflessioni, i fatti di cronaca e le esperienze che ha vissuto durante i suoi numerosi viaggi. La sua prospettiva chiara e diretta aiuta a sciogliere alcuni nodi della narrazione sul continente. È in grado di far immergere il lettore in un confronto onesto con un paese che per anni, e ancora oggi, viene descritto fra cliché e fraintendimenti.
FF: Da oltre 20 anni si occupa del continente africano. Tuttavia, ha detto che l’incontro con l’Africa è stato piuttosto casuale, come si è poi affezionata?
CP: Come racconto all’inizio del libro non ho mai avuto una particolare fascinazione per il Continente. Io non amo l’Africa, nel senso che non ho un rapporto sentimentale con questo luogo. L’ho conosciuto per questioni lavorative e piano piano l’ho scoperto molto più interessante di quanto mi aspettassi. Ho scoperto un continente che mi ha interrogato profondamente, mi ha portato a rimettere in discussione quello che pensavo di conoscere. Ne è nato un interesse che definirei intellettuale. Poi nel corso degli anni ho lavorato in diversi paesi. Prima nel settore della Cooperazione allo Sviluppo, poi mi sono sempre più occupata di quello che stava accadendo in Africa: dai cambiamenti, alle questioni politiche, geopolitiche, di letteratura, della produzione culturale e così via.
FF: In un capitolo descrive il primo impatto con le metropoli deludente, ma che poi si trasforma in «una sorta di bellezza implicita nella mancanza di bellezza apparente». Qual è la chiave di lettura per imparare a vivere il continente e poi raccontarlo?
CP:Sicuramente l’impatto, le prime volte, con le grandi città è stato appunto di delusione perché si tratta di città caotiche, disordinate che non hanno quella bellezza estetica che siamo abituati a cercare. E non hanno neanche, almeno ai miei occhi, quel fascino esotico che attribuiamo solitamente a ciò che è diverso da ciò che immaginiamo, e che magari ritroviamo in altri contesti, come le aree rurali, che rispondono un po’ di più al nostro immaginario sul continente africano. È vero però che con il tempo il mio sguardo è profondamente cambiato: all’inizio le grandi città le usavo proprio come punto di partenza per spostarmi poi altrove, ma nel tempo ho imparato ad apprezzarle. È accaduto nel momento in cui ho smesso di cercare e ho iniziato a viverle: ho scoperto dei contesti molto più interessanti di quello che a prima vista potevano sembrare. Le città africane stanno cambiando alla velocità della luce. Da un po’ di tempo, una volta all’anno, vado ad Accra (capitale del Ghana, ndr) e ogni volta trovo qualcosa di cambiato: sono città che stanno crescendo a ritmi impressionanti. Gli studiosi stimano che entro il 2050 le città africane avranno 950 milioni di abitanti in più. È come se l’intera popolazione europea andasse ad aggiungersi alle città africane nel giro di pochi anni. Il fermento, la vitalità diventano percepibili solo quando si comincia a vivere la città africana con un altro sguardo. A mio avviso non sono luoghi da osservare ma da vivere e assaporare.
FF: Il titolo del suo libro è molto chiaro «L’Africa non è così». Quali sono gli stereotipi che non siamo riusciti a vincere e dove la comunicazione ancora si inceppa?
CP: In realtà il titolo ha un doppio significato perché, da un lato, vuol dire che non c’è una visione univoca e un’unica verità sul continente, ma “l’Africa non è così” vuol dire anche che nemmeno quella che racconto io è l’Africa. Io racconto una parte dell’Africa e la stessa selezione degli argomenti è un punto di vista esterno. Questo in qualche modo fa parte dei tantissimi fraintendimenti che ancora ci sono sull’Africa, come il fatto che capirla sia semplice, più facile rispetto ad altri continenti o che basti conoscere un luogo per conoscerli tutti. Semplificando molto, se volessimo guardare cosa hanno in comune tutti questi fraintendimenti tutto si riduce a una sola cosa: una relazione che rimane inconsciamente gerarchica.
FF: Dopo vent’anni di viaggi e studio in Africa ha la percezione che le tematiche proposte dai media siano sempre le stesse?
CP: Per moltissimi anni l’Africa è stata raccontata attraverso le guerre, la povertà, colpi di Stato e così via. Fatti reali che però non esauriscono la realtà del continente, questo è il punto. Ne raccontano solo una parte. Pensiamo alle guerre, che è qualcosa di cui noi siamo soliti pensare quando ci riferiamo all’Africa. In realtà, oggi le guerre sono in Sudan e in Congo, che rimane un paese complicato, ma non è una caratteristica tipica dell’Africa di oggi. Questo sguardo volto a drammatizzare credo che abbia provocato, paradossalmente, un effetto inverso: ci ha abituato talmente tanto a raccontare l’Africa sotto un determinato angolo di lettura che anche a volte gli eventi realmente drammatici come le guerre passano in secondo piano perché è qualcosa di cui ormai siamo abituati. L’Africa che soffre, l’Africa in guerra, l’Africa povera, l’Africa in difficoltà diventano immagini che in qualche modo non ci colpiscono più e finiscono per non smuovere più nulla. Dall’altra parte sempre più spesso, proprio con lo scopo di bilanciare questa narrazione negativa, si cerca di mostrare le grandi metropoli con i grattacieli, le ville di lusso, la ricchezza culturale e così via. Io credo che questo sia però un altro modo di ridurre l’Africa ad una sola immagine.
FF: Come si può allora restituire un’immagine per quanto possibile fedele?
CP: Quello che forse serve per restituire all’Africa la sua realtà è rimettere al centro la complessità di un continente che è immenso: 55 paesi, immense megalopoli, tipo Lagos e Kinshasa, che hanno intorno ai 20 milioni di abitanti, cittadine più piccole, aree rurali, parchi naturali, aree protette, montagne. Così come si è visto con la risoluzione delle Nazioni Unite, che è stata approvata recentemente, per promuovere l’utilizzo di una mappa che rappresenti in maniera più fedele le proporzioni dei continenti e quindi anche la dimensione dell’Africa, che nei planisferi siamo abituati a vedere più piccola di quanto non sia nella realtà. Significa restituire all’Africa non tanto la narrazione positiva quanto una complessità che nel corso degli anni le è stata sottratta. Con questo mi riferisco anche alla capacità di agire, perché molto spesso l’Africa viene dipinta come un continente passivo. Le attività di resistenza sono state tantissime, le indipendenze non sono piombate dal cielo ma sono state una conquista da parte di questi paesi, quindi è stata sì una storia di conquista di un popolo ma è stata anche una storia di resistenza. E questa è una narrazione che ritorna ancora oggi spesso si sente dire “la Cina sta conquistando l’Africa” oppure “tutti i paesi che sono interessati al continente africano”.
FF: Come percepisce l’interesse crescente verso l’Africa per ragioni geopolitiche, materie prime, fonti rinnovabili, investimenti tecnologici?
CP: Difficile dare una risposta che valga per tutto. Sicuramente l’interesse per certi versi può essere anche positivo anche semplicemente per il fatto che avere più paesi interessati al continente africano permette ai paesi africani di poter negoziare, di poter scegliere di non dipendere da un’unica controparte esterna. Per quello che riguarda le materie prime nello specifico rimane quello che è uno dei grandi problemi dell’Africa e cioè che l’Africa ha mantenuto nel corso del tempo la struttura economica che è stata messa in piedi durante l’epoca coloniale. Infatti si parla spesso di neocolonialismo ma anche gli effetti di quello che è avvenuto in epoca coloniale molto spesso sono ancora presenti. In epoca coloniale le colonie erano pensate come paesi di rifornimento, quindi da dove venivano prelevati i prodotti e portati nei paesi occidentali. Le strade collegavano le miniere ai porti così come le ferrovie. Nel momento delle indipendenze questa struttura non è cambiata del tutto quindi è mancata una fase di industrializzazione. In molti Paesi africani, anche se non tutti, continuano a esportare materie prime e importare prodotti finiti e questo indipendentemente da chi sia l’attore che compra le materie prime e chi sia la controparte. Indubbiamente questo è stato ed è tuttora un grande limite per lo sviluppo dei paesi africani.
FF: Che idea si è fatta, avendo lavorato anche nella filantropia, degli aiuti umanitari e di come vengono messi in campo?
CP: Questo è uno dei temi forse più complessi, perché si hanno molte certezze: si sono viste le campagne di raccolta, si conosce qualcuno che ha lavorato nel mondo della Cooperazione. Nella realtà però è tutto molto più complicato. Nel libro racconto una mia esperienza in Burkina Faso, in un contesto molto specifico, tra il 2000 e il 2010, che in quegli anni era uno degli ultimi paesi per Indice di Sviluppo Umano al mondo e quindi era beneficiario di una grande quantità di aiuti. Quello che mi aveva colpito all’epoca era la pervasività degli aiuti, quanto fossero diventati parte della vita quotidiana e quanto perfino il linguaggio della cooperazione fosse diventato quotidiano. Questa pervasività aveva degli effetti che andavano ben oltre il risultato del progetto. Racconto, ad esempio, un episodio che mi aveva particolarmente colpito quando durante una riunione una persona mi aveva chiesto: «ma voi è da anni che venite qui a fare progetti di cooperazione allo sviluppo, quindi è chiaro che noi non siamo sviluppati. Ma che cosa dobbiamo raggiungere per diventare sviluppati?». Questa domanda mi aveva messo di fronte a una verità. La semplice presenza di tutti quei progetti stava comunicando un messaggio molto chiaro e cioè: non siete sviluppati. Ecco, questo nel tempo è qualcosa che molti hanno teorizzato, che è stato chiamato senso di dipendenza, senso di inferiorità. Questo non significa che tutti i progetti di cooperazione in tutti i paesi africani abbiano questo effetto e siano di per sé problematici, ma che la realtà è molto più complessa di quanto non appaia, perché spesso nelle campagne di raccolta fondi i progetti vengono estremamente semplificati per essere raccontati nel giro di pochi minuti, quando in realtà dietro hanno un lavoro molto più profondo, molto più importante e che, soprattutto, è un lavoro complesso che richiede grande attenzione e grande professionalità.
