Si legge «Pro-ben» ma si pronuncia benessere, inclusione, prevenzione e partecipazione. L’università non è soltanto il luogo degli esami e delle lezioni, ma anche uno spazio in cui si cresce, si costruiscono relazioni, si impara a gestire l’autonomia e, a volte, ad affrontare momenti di difficoltà. È da questa consapevolezza che nasce «Pro-ben», il progetto nazionale finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca per promuovere il benessere psicologico degli studenti.
Che cos’è «Pro-ben»
L’Università degli studi di Bergamo partecipa all’iniziativa insieme a una rete di atenei lombardi coordinata dall’Università di Milano-Bicocca. L’obiettivo? Rendere il benessere una dimensione strutturale dell’esperienza universitaria attraverso un modello di intervento integrato che mette in rete ricerca, didattica, servizi di supporto agli studenti, inclusione, attività sportive e collaborazione con il territorio.
«Il progetto nasce in una fase in cui il benessere degli studenti è diventato una priorità per il sistema universitario, anche alla luce dell’esperienza della pandemia - spiega il professore Agostino Brugnera, responsabile scientifico del progetto - L’idea è stata quella di lavorare sul benessere in modo ampio e strutturato: non solo intervenire quando emerge una difficoltà, ma creare condizioni che aiutino gli studenti a riconoscere e sviluppare le proprie risorse, come resilienza, autonomia e autostima».
Il progetto «Pro-ben» comprende iniziative come la «UniRun Bg», percorsi di formazione rivolti al personale tecnico-amministrativo e workshop dedicati alle cosiddette life skills, le competenze che aiutano a gestire le sfide della vita quotidiana. «Il periodo universitario è un’occasione importante per mettersi in gioco – prosegue Brugnera – significa conoscere persone nuove, costruire relazioni, sperimentare ruoli e contesti diversi, uscire da schemi già consolidati. Anche questo è benessere». Una novità introdotta in questo ultimo anno, tiene a sottolineare il prof. Brugnera, «riguarda l’estensione del servizio a una platea sempre più ampia di destinatari, come i dottorandi».
I numeri
Il mese scorso – nel corso del convegno che si è svolto in ateneo – sono stati presentanti alcuni numeri che testimoniamo i progressi del lavoro svolto: oltre 1.200 studenti sono stati coinvolti nell’indagine sul benessere universitario, più di 280 studenti hanno preso parte ai laboratori su stereotipi, discriminazioni e inclusione, 80 nei progetti dedicati alle life-skills e oltre 130 componenti del personale tecnico amministrativo sono stati formati per intercettare precocemente il disagio.
Counseling psicologico
Uno dei pilastri di «Pro-ben» è il servizio di counseling psicologico dell’ateneo bergamasco, coordinato dal dottor Luca Bonini. Le richieste che arrivano dagli studenti raccontano una realtà complessa. «Molto spesso si parte dall’ansia da prestazione - spiega - Ma dietro la paura dell’esame si nascondono malesseri più profondi: il perfezionismo, la difficoltà nel definire la propria identità adulta, le relazioni, l’autonomia, l’ingresso nel mondo del lavoro».
Gli anni universitari coincidono infatti con una fase di vita caratterizzata da grandi cambiamenti e responsabilità. Per alcuni studenti le difficoltà richiedono un supporto specialistico, ma nella maggior parte dei casi il counseling rappresenta uno spazio di ascolto e orientamento utile per affrontare momenti di fatica e incertezza. Se fino a qualche anno fa rivolgersi a uno psicologo poteva essere vissuto come uno stigma, oggi la situazione appare diversa. «Dopo il Covid molte resistenze sono cadute - osserva Bonini - Gli studenti hanno una maggiore consapevolezza dell’importanza della salute mentale. Tuttavia, è fondamentale continuare a fare sensibilizzazione e rendere questi servizi sempre più accessibili e vicini alle persone». Per Bonini il ruolo dell’università non può limitarsi alla sola formazione accademica, ma «le istituzioni educative devono candidarsi a essere luoghi di benessere e di cura. Quando uno studente attraversa un momento difficile, sapere che esiste uno spazio di ascolto facilmente accessibile può fare la differenza». Il consiglio agli studenti che si sentono sopraffatti di fronte a «situazioni che possono sembrare impossibili da affrontare. Avere il coraggio di chiedere aiuto è già un primo passo importante. Parlare con qualcuno permette spesso di trovare prospettive che da soli non si riescono a vedere», conclude Bonini.
In questa puntata dedicata ad approfondire uno dei percorsi messi a disposizione da UniBg abbiamo intervistato tre studenti che, in ambiti differenti, hanno usufruito del servizio.
Formazione a tutor e rappresentati
Tra i partecipanti alle attività formative di «Pro-ben» c’è anche Arianna Bossi, studentessa magistrale in Scienze pedagogiche, rappresentante degli studenti e tutor per gli studenti lavoratori.
Il suo coinvolgimento è nato da un’indagine sul disagio giovanile promossa dall’ateneo e si è poi sviluppato attraverso una serie di incontri formativi. «Uno degli aspetti più interessanti è stato imparare a riconoscere situazioni di fragilità che possono emergere nel rapporto con gli studenti – racconta la studentessa – Noi tutor non siamo psicologi, ma possiamo diventare figure di riferimento capaci di intercettare un bisogno e indirizzare la persona verso i servizi più adeguati». Secondo Bossi, il progetto ha avuto il merito di coinvolgere non solo gli studenti, ma anche tutor, rappresentanti e personale universitario, creando una rete diffusa di attenzione e supporto. «Particolare attenzione è stata dedicata anche agli studenti fuori sede e internazionali, che spesso si trovano lontani dalla famiglia e dai propri punti di riferimento – aggiunge Bossi - Per loro sono state organizzate attività specifiche, dai corsi di autodifesa agli incontri dedicati al rilassamento e alla socializzazione».
E agli studenti internazionali
«Pro-ben» non si rivolge soltanto agli studenti che stanno attraversando una difficoltà. Una parte importante del progetto è dedicata allo sviluppo di competenze personali e relazionali. Lo racconta Gikey Drammeh, studente magistrale di Accounting, Governance and Sustainability al secondo semestre. Il percorso è stato soprattutto un’occasione per acquisire maggiore autonomia nella vita universitaria: «Mi ha aiutato a sviluppare competenze pratiche e relazionali – racconta il trentaquattrenne originario del Gambia - Ho imparato a orientarmi meglio nei servizi dell’università e a gestire aspetti della vita quotidiana. Ma soprattutto ho migliorato il modo di relazionarmi con gli altri e di comunicare in ambienti condivisi». L’esperienza gli ha fatto comprendere quanto siano importanti il rispetto reciproco e la capacità di costruire una comunità accogliente. «Vivendo insieme a persone diverse si impara ad ascoltare e a trovare un equilibrio. Questo aiuta non solo a stare meglio, ma anche a concentrarsi sui propri obiettivi e sul proprio percorso», conclude Drammeh.
Il messaggio che emerge dalle esperienze raccolte è chiaro: il benessere psicologico non riguarda soltanto chi sta vivendo un disagio, ma tutta la comunità universitaria. Per questo l’università di Bergamo continuerà nei prossimi mesi a promuovere le attività del progetto attraverso mail universitaria, incontri, newsletter, social network e iniziative aperte agli studenti. Perché studiare significa anche imparare a stare bene con sé stessi e con gli altri. E l’università può essere il luogo giusto per iniziare a farlo. A raccontarne l’impatto è Ebrima Ceesay, uno studente originario del Gambia, 35 anni, iscritto al corso di laurea magistrale in Economics and Finance con specializzazione in sostenibilità, al secondo anno di permanenza a Bergamo. «”Pro-ben” ci ha permesso di capire come convivere in residenza con studenti provenienti da paesi diversi. Abbiamo imparato ad aprirci alle altre culture e a costruire relazioni», spiega. Uno degli aspetti più significativi è proprio la dimensione sociale della vita universitaria in residenza: prima del programma, i rapporti tra studenti erano più superficiali. «Ci si incontrava, ci si salutava, ma non c’erano veri momenti di confronto. Grazie agli incontri formativi invece, abbiamo avuto l’occasione di conoscerci meglio». Il percorso non si limita alla dimensione interculturale, ma include anche informazioni pratiche sulla gestione della vita quotidiana negli alloggi universitari, dalle regole della raccolta differenziata alle modalità di utilizzo dei servizi comuni, come la lavanderia. Elementi che, sottolineano entrambi gli studenti, risultano fondamentali per vivere in autonomia. Gli studenti internazionali sono molto soddisfatti e sottolineano il valore del programma: «È un modo per unire gli studenti e permettere loro di conoscersi davvero. Consiglio di continuare con queste attività, perché aiutano a creare una comunità reale all’interno delle residenze».
