L’edizione che sta per iniziare ha tutte le carte in regola per entrare a far parte di quelle veramente memorabili. Il festival di scienza che ogni anno, per dieci giorni, stravolge la routine della bella città lombarda, è ormai diventato un appuntamento imperdibile per molti professionisti della ricerca e per tutti gli appassionati. Io stesso, ogni volta che ho avuto l’occasione di partecipare, sono stato travolto dall’entusiasmo delle migliaia di giovani che affollano le varie iniziative e che ti fermano per la strada per una foto o per farti qualche domanda, o per avere una firma su un libro.
Quello che lo rende unico e inimitabile è il fatto che Bergamo è ancora una città a misura d’uomo e gli organizzatori e le centinaia di volontari, che sono l’anima del festival, sono riusciti a conquistare il cuore dei suoi abitanti. Chiunque partecipi sente che è l’intera città ad aver adottato il festival come una propria creatura. Questo lo rende davvero speciale, a ogni angolo si respira la consapevolezza di una città che ha scoperto che la scienza non solo è una disciplina meravigliosa, ma è anche la chiave migliore per affrontare il futuro.
Non c’è altra spiegazione per il successo straordinario di quello che tutti ormai considerano il festival scientifico più importante d’Italia e uno dei più autorevoli del mondo. La peculiarità di «BergamoScienza» ha travalicato da tempo i confini nazionali. Questo spiega perché i più autorevoli scienziati del mondo accettino con entusiasmo l’invito a partecipare.
Con l’edizione di quest’anno si superano i duecento appuntamenti gratuiti fra conferenze, laboratori, spettacoli, concerti, mostre ed esperienze interattive. «Convergenze» è il filo conduttore scelto per questa edizione che esplorerà le interazioni, a volte sorprendenti, fra i vari campi del sapere. Per questo neuroscienziati di fama mondiale dialogheranno con studiosi del linguaggio; astrofisici che analizzano i fenomeni più catastrofici dell’universo si alterneranno a biologi e botanici che sviluppano piani per mitigare gli effetti del cambiamento climatico; paleoantropologi abituati a studiare le tracce più antiche lasciate dall’uomo su questo pianeta discuteranno le loro ricerche dopo aver ascoltato gli studi più recenti sull’intelligenza artificiale; scienziati che costruiscono i materiali del futuro mescoleranno le loro visioni con quelle di letterati e umanisti. È il ricchissimo programma costruito dal comitato scientifico del festival, diretto da Telmo Pievani, chiamato recentemente a succedere a Gianvito Martino, che ne è stato, per anni, l’anima e il cuore organizzativo.
Ci saranno anche incontri a più voci sui progetti di collaborazione scientifica internazionale che coinvolgono Paesi in conflitto fra loro. Gli astronauti della ISS, la stazione spaziale orbitante attorno alla Terra, racconteranno la loro esperienza di condividere le missioni con astronauti russi e americani in un momento di forti tensioni fra i due paesi. Nella giornata inaugurale del festival, oggi 1° ottobre, si parlerà di «SESAME», acronimo di Synchrotron-light for Experimental Science and Applications in the Middle East. Si tratta di un progetto visionario che ha costruito una collaborazione fra persone di culture e religioni diverse, musulmana, ebraica, cristiana, provenienti da paesi che si considerano nemici. Il risultato è una moderna infrastruttura di ricerca, un sincrotrone di nuova generazione, costruita ad Allan, nei pressi di Amman, Giordania e che opera sotto l’egida dell’Unesco. Proprio quest’anno si è unita anche l’Italia a questa specie di miracolo che è sostenuto da Giordania, Bahrain, Cipro, Egitto, Iran, Israele, Pakistan, Autorità Nazionale Palestinese e Turchia. Veder lavorare fianco a fianco scienziati e giovani ricercatori provenienti da questi paesi in un momento così difficile come quello che stiamo vivendo apre uno spiraglio di speranza per il futuro.
Fra le iniziative di maggior rilievo spicca l’incontro del 7 ottobre con Susumu Kitagawa, Premio Nobel per la Chimica 2025, premiato insieme a Richard Robson e Omar Mwannes Yaghi per la scoperta dei cosiddetti metallorganici. Si tratta di nuovi materiali che hanno la capacità di accogliere al proprio interno atomi e molecole di piccole dimensioni. Somigliano a super-spugne dotate di grande capacità di assorbimento. Come recita la descrizione della scoperta da parte del Comitato Nobel: «Un paio di grammi di Mof-5 (un particolare reticolo metallorganico) contiene una superficie grande come un campo da football». Questi materiali possono essere ingegnerizzati per intrappolare gas specifici. Sono stati utilizzati per raccogliere acqua dal vapore presente nell’atmosfera o per estrarre dall’acqua sostanze inquinanti come i famigerati Pfas. Qualcuno progetta di utilizzare queste spugne ultra-porose per purificare l’acqua o per catturare anidride carbonica dall’aria e ridurre, almeno in parte, le emissioni che provocano i cambiamenti climatici
Il 2 ottobre i partecipanti avranno l’occasione di conoscere di persona una delle scienziate più importanti del nostro tempo, l’astrofisica britannica Jocelyn Bell, cui si deve la scoperta delle pulsar. Nel 1967 la giovane scienziata lavorava sotto la direzione di Antony Hewish, ma fu lei a trovare quel segnale, un impulso di radiazione periodico, che si presentava, con assoluta regolarità, ogni pochi secondi. Fu grazie a lei che fu possibile identificare questa nuova classe di corpi celesti. Si tratta di stelle di neutroni prodotte dal collasso di stelle di grandi dimensioni e che ruotano su se stesse a grande velocità attorno a un asse di rotazione che non coincide con l’asse del forte campo magnetico della stella, per cui si emette un forte segnale periodico. Era stata lei a fare la scoperta del secolo, ma l’articolo su Nature fu pubblicato con Hewish primo firmatario e fu lui ad essere premiato con il Nobel nel 1974. La terribile ingiustizia è stata sanata, almeno parzialmente, solo di recente, nel 2018, quando a Jocelyn Bell sono andati i tre milioni di dollari dello Special Breakthrough Prize in Physics.
Un altro grande nome della fisica mondiale è atteso il 4 ottobre. Si tratta di un mio carissimo amico, il fisico belga-americano Francis Halzen che illustrerà uno degli esperimenti più ambiziosi mai realizzati: «IceCube», il primo telescopio di neutrini al mondo, che equipaggia un chilometro cubo di ghiaccio dell’Antartide. Sarà un onore per me dialogare con Francis e fargli raccontare una delle scoperte più clamorose di questo inizio secolo. «Ice Cube» ha rivelato neutrini che hanno energie centinaia di volte superiori a quelle dei protoni che facciamo collidere in LHC. Grazie a queste nuove scoperte si stanno ricostruendo le immani catastrofi cosmiche che si producono in lontanissime galassie al cui centro ruggiscono buchi neri super-massicci, capaci di inghiottire enormi quantità di materia e di distribuire messaggeri di alta energia per l’universo intero.
