Nuovi equilibri globali e tassazione d’impresa

Dalla crisi 2008 alla Global Minimum Tax, la fiscalità internazionale evolve anche attraverso le riforme OCSE. L’Italia si adegua, ma lo stallo USA rischia di indebolire l’imposta minima e l’attrattività degli investimenti in UE.

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A partire dalla crisi finanziaria del 2007-2008, il ruolo della tassazione delle società è stato al centro dell’attenzione pubblica. Il dibattito si è focalizzato sulla dimensione e complessità delle catene del valore globali, sulla crescente importanza degli asset intangibili e sul rapido sviluppo di nuove tecnologie, tutti elementi che hanno messo alla prova il tradizionale modello di allocazione dei profitti e delle potestà impositive tra gli Stati.

La crescente globalizzazione dell’economia e la maggiore facilità rispetto al passato nella ricollocazione dei fattori produttivi a più alto valore aggiunto – sempre più rappresentati da beni immateriali piuttosto che beni fisici – hanno spinto molti Stati ad usare la leva fiscale per attrarre investimenti esteri, innescando una competizione fiscale fra Paesi che è risultata in una riduzione progressiva della tassazione delle società.

Inoltre, i drammatici eventi che hanno contrassegnato l’ultimo quinquennio hanno contribuito ad una spinta all’avvicinamento dei siti produttivi ai mercati di consumo e ad una rivisitazione delle catene logistiche. Fenomeni di onshoring, reshoring o friendshoring si verificano sempre più spesso. L’Italia, oltre al corollario di incentivi per l’acquisto di asset tecnologicamente avanzati (Industry 4.0 ed il nuovo iper-ammortamento), ecosostenibili (Industry 5.0) e legati allo sviluppo e sfruttamento di beni immateriali (credito ricerca, sviluppo ed innovazione; Patent Box), ha introdotto una detassazione parziale dei profitti, proprio allo scopo di favorire il rimpatrio di aziende o rami d’azienda produttivi attualmente collocati fuori dall’UE.

L’iniziativa OCSE e la Global Minimum Tax

Per superare le tensioni bilaterali fra paesi, l’OCSE ha guidato un ambizioso processo di riforma fiscale globale attraverso il BEPS Framework (Base Erosion and Profit Shifting) a partire dal 2013. Nel 2021, 136 paesi, inclusi Stati Uniti e membri dell’UE, hanno raggiunto un accordo storico su due pilastri:

- «Pillar One»: riallocazione di una parte dei diritti impositivi delle grandi multinazionali nei paesi dove generano vendono i loro prodotti o servizi, anche senza presenza fisica.

- «Pillar Two»: introduzione di un’aliquota minima globale del 15% per le imprese con fatturato superiore a 750 milioni di euro, per contrastare la competizione fiscale al ribasso da parte degli Stati.

L’UE ha recepito rapidamente il Pillar Two con la Direttiva 2022/2523, che imponeva agli Stati membri di implementare la Global Minimum Tax entro il 2024. L’Italia ha avviato il processo di recepimento con il Decreto Legislativo n. 209/2023, applicando l’imposta minima globale alle multinazionali operanti nel paese a partire dal 2024. Gli USA, invece, hanno mostrato crescenti resistenze e l’amministrazione Trump ha espresso aperta opposizione verso alcuni aspetti essenziali del progetto. Questo stallo rischia di compromettere l’intero impianto della Global Minimum Tax. Senza la partecipazione degli USA, che ospitano una consistente parte delle multinazionali interessate, l’efficacia della riforma appare davvero limitata e rischia di trasformarsi in un disincentivo agli investimenti nell’UE.

Per superare questo stallo, di recente l’OCSE ha proposto una soluzione di compromesso (l’approccio side by side) per confermare l’applicazione della Global Minimum Tax, ma al contempo consentire alle multinazionali americane di continuare ad adottare la normativa americana esistente.

Una riflessione seria sull’ equilibrio fiscale

La fiscalità internazionale si trova a un crocevia. Dopo tre decenni di tentativi di armonizzazione, i progressi verso un sistema fiscale basato su principi globali e condivisi si alternano a spinte verso approcci unilaterali. L’amministrazione Trump si è opposta apertamente a iniziative come la Global Minimum Tax e ha minacciato ritorsioni contro le Digital Services Taxes europee.

L’UE si scontra con le difficoltà di un mondo geopolitico frammentato, in cui la competizione fiscale rimane una leva strategica per molti Stati. L’OCSE continua nel suo lavoro per cercare di riconciliare le diverse posizioni. In questo contesto, l’Italia può giocare un ruolo cruciale nel favorire il dialogo, ma dovrà affrontare sfide complesse: bilanciare gli impegni europei con le necessità nazionali, attrarre investimenti stranieri senza cedere alla corsa al ribasso fiscale e promuovere un sistema internazionale che garantisca equità senza penalizzare la competitività. La costruzione di un equilibrio fiscale globale richiede un impegno politico congiunto, compromessi e una visione di lungo termine.

La storia degli ultimi trent’anni dimostra che questo percorso è irto di ostacoli, ma anche che la cooperazione rimane l’unica via percorribile per affrontare le sfide di un’economia globale sempre più interconnessa, in quanto il proliferare di misure unilaterali determina complessità e inefficienze nel sistema economico e una perdita di valore economico a livello globale

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