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Dai dischi all’arte: a Bergamo nasce la Paredes Expression Arte Gallery

Articolo. In via Battisti, nello spazio che accoglieva Dentico Dischi, l’artista Sady Luz Paredes ha dato vita a una nuova galleria d’arte che, dal 27 giugno al 9 luglio, ospita la collettiva «Libere espressioni»

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Ci sono indirizzi che cambiano insegna, ma non smettono di custodire quello che sono stati. Via Cesare Battisti 7/a, a Bergamo, è uno di questi: prima era Dentico Dischi, luogo di riferimento per generazioni di bergamaschi in cerca di musica, copertine da sfogliare, consigli giusti e piccoli riti da iniziati. Oggi, al posto dei dischi, ci sono tele, colori, oggetti, installazioni. Ma qualcosa, in fondo, continua a girare.

La Paredes Expression Arte Gallery nasce proprio lì, in uno spazio che aveva già imparato ad accogliere linguaggi, desideri, ascolti. Ed è forse anche per questo che la galleria di Sady Luz Paredes non sembra pensata soltanto per esporre opere, ma per farle incontrare: come se alla musica rimasta nelle pareti si fossero aggiunte altre voci, altri alfabeti, altre geografie.

Dentro questo passaggio di testimone - dai vinili alle immagini, dall’ascolto alla visione - prende forma l’idea di una galleria come luogo di attraversamento. Ci arrivano artisti diversi, con provenienze e biografie differenti. Eppure, nulla chiede di essere addomesticato dentro un ordine troppo preciso: ogni opera porta con sé una traiettoria, ogni colore una storia, ogni presenza un modo differente di abitare lo spazio.

È da questa idea di incontro che nasce il lavoro di Sady Paredes, artista, proprietaria e curatrice della galleria. La sua storia personale attraversa luoghi, mestieri e appartenenze: dalla Colombia all’Italia, dalla moda alla pittura, dal desiderio coltivato nell’infanzia alla scelta, oggi, di creare uno spazio in cui anche altri artisti possano trovare una possibilità di espressione.

Un desiderio rimasto «nascosto nel baule»

Prima di aprire una galleria, Sady Paredes ha costruito un lungo percorso nella moda. Ha 58 anni, ha studiato da stilista a Bergamo e per venticinque anni ha lavorato in Colombia, dove è nata e aveva una sartoria e una linea premaman. La pittura, però, era rimasta come una voce sotterranea, un desiderio antico mai davvero dimenticato. Il primo incontro con l’arte risale all’infanzia, a Cartagena, la sua città. «Quando avevo nove anni ho partecipato a un concorso creativo intercollegiale e ho vinto», racconta. È lì che capisce che la pittura le appartiene, che quel linguaggio le viene naturale. Poi la vita la porta altrove, verso il lavoro, la moda, l’impresa. «L’arte e la pittura mi venivano bene, ma le ho lasciate come chiuse in un baule».

Quel baule, però, non è mai stato chiuso del tutto. Ovunque andasse, Sady cercava musei, opere, chiese. Dell’Italia, dice, l’ha sempre colpita soprattutto questa possibilità: incontrare l’arte non soltanto nei grandi spazi espositivi, ma dentro i luoghi quotidiani, nelle città, nelle architetture, nelle chiese. Un patrimonio diffuso, capace di rendere l’esperienza estetica parte della vita.

Nel 2019 quel desiderio riemerge con più forza: Sady si iscrive all’Accademia Carrara, indirizzo pittura, dove oggi sta concludendo il suo percorso. A Bergamo vive stabilmente da nove anni, ma il suo legame con l’Italia è più antico: «Sono arrivata in Italia per amore. Sono 38 anni ormai». Dell’Italia, ricorda, la attiravano l’arte, la gente, la cucina, la cultura. E la possibilità di lavorare qui, dice, è stata per lei qualcosa di bellissimo.

Una galleria per ampliare gli orizzonti

Quando le si chiede che cosa significhi abitare artisticamente un territorio non solo geografico, ma umano, culturale e affettivo, Sady risponde d’istinto: «Ampliare gli orizzonti». È forse questa la chiave più precisa per leggere l’obiettivo della Paredes Expression Arte Gallery. La galleria nasce anche da una consapevolezza molto concreta. «Alla mia età ho pensato che non c’era molto tempo», racconta, come se il desiderio di aprire uno spazio non potesse più restare sospeso. Poi arriva il luogo, quasi per destino: via Cesare Battisti 7/a, dove un tempo si trovava Dentico Dischi, negozio molto conosciuto dai bergamaschi. Per Sady anche questo passaggio ha un valore simbolico. In quello spazio c’era già stata musica, memoria, frequentazione. L’idea che l’arte visiva potesse entrare in dialogo con la storia musicale del luogo ha dato al progetto una direzione ulteriore: non cancellare ciò che c’era prima, ma attraversarlo, trasformarlo, farlo continuare in un’altra forma.

Anche il nome della galleria contiene una piccola dichiarazione poetica. «Paredes», in spagnolo, significa pareti: quelle che accolgono le opere, ma anche quelle che possono diventare superfici di relazione. «Expression», invece, rimanda al cuore stesso della sua idea di arte. L’espressione non è soltanto tecnica, stile o linguaggio: è possibilità di dire chi si è, di rendere visibile qualcosa che altrimenti resterebbe nascosto.

Non solo galleria, ma luogo accessibile

La Paredes Expression Arte Gallery non vuole essere soltanto uno spazio espositivo tradizionale. Quando qualcuno le ha chiesto se volesse aprire una galleria o un mercato, Sady ha risposto: «Entrambe le cose. Non per sminuire il valore dell’arte, ma per avvicinarla alle persone». La sua idea è che l’arte possa essere anche accessibile, regalabile, quotidiana. Accanto alle opere trovano posto piccoli oggetti e forme di artigianato, pensati per chi desidera portare via qualcosa, magari anche solo un piccolo frammento di bellezza. «Tutto può diventare arte», dice. C’è poi una vocazione particolarmente forte: offrire spazio agli artisti giovani o a chi non ha ancora avuto molte occasioni per esporre. «Non devi essere un grande artista per trovare accoglienza tra queste pareti», spiega.

La galleria nasce anche con questa intenzione: permettere a qualcuno di cominciare, provare, farsi vedere. Per chi entra da visitatore, invece, Sady desidera un’esperienza semplice e immediata: che si trovi bene, che senta energia, che riconosca la galleria come un bel posto. Il colore è fondamentale. «Da colombiana, in uno spazio per me deve esserci colore, è un elemento fondamentale e imprescindibile», racconta. E infatti chi entra spesso le restituisce parole come vivacità, energia, accoglienza. Gli artisti, abituati a spazi più neutri, talvolta si trovano quasi frastornati. Ma per lei sarebbe noioso il contrario: una galleria troppo spoglia, troppo silenziosa, incapace di vibrare.

Dal 27 giugno, la mostra «Libere espressioni»

Questa idea di galleria come spazio aperto trova una forma concreta nella mostra «Libere espressioni», collettiva visitabile da sabato 27 giugno al 9 luglio. Il titolo nasce dal rapporto di amicizia e conoscenza tra molti degli artisti coinvolti: alcuni sono compagni di Accademia, altri Sady li ha incontrati durante esposizioni a cui ha partecipato, altri ancora si sono candidati spontaneamente.

Il punto comune è il desiderio di farsi conoscere. Per questo la mostra non cerca un’uniformità forzata, ma sceglie la varietà come valore. «Quando entro in un’esposizione collettiva mi piace la diversità, altrimenti mi annoio. Credo che questa caratteristica permetta di raggiungere sensibilità differenti: se un’opera non parla subito a un visitatore, un’altra può aprire una strada, creare una risonanza, accendere una curiosità», racconta Sady. Nella collettiva convivono nazionalità diverse - italiane, colombiane, messicane, inglesi, albanesi, ucraine - e opere che lavorano su tela, texture, tonalità materiche e linguaggi differenti. È qui che prende corpo quel «viaggio di realtà simultanee» evocato dalla mostra: non un percorso lineare, ma una geografia plurale di immagini e presenze.

Tra le opere, Sady segnala anche la propria installazione «Naveando» (navigando, ndr), composta da piccole barche di carta che sembrano sculture leggere. Sono realizzate con collage e interventi artistici e hanno già viaggiato in diverse città, anche in Colombia, mentre ora abitano quasi stabilmente la galleria. In quelle barchette si può leggere forse una possibile immagine del suo stesso percorso: partenza, attraversamento, memoria, approdo.

C’è poi un’opera di Alessandro Pecis Cavagna che, secondo la curatrice, merita particolare attenzione. Parla di guerre, di nazioni, di rapporti tra popoli. Sady non vuole raccontarla troppo: «Bisogna venire a vederla!». Un invito che restituisce bene la sua convinzione: l’arte va incontrata dal vivo.

Vedere dal vivo, ascoltare, sostare

In un tempo in cui molte immagini vengono consumate velocemente online, per Sady lo spazio fisico resta fondamentale. Internet è importante per far conoscere il lavoro degli artisti, ma non basta: le opere, dice, hanno bisogno di essere viste dal vivo. Lo schermo può correggere, alterare, migliorare artificialmente la realtà. La presenza, invece, restituisce materia, dimensione, rapporto con il corpo e con lo sguardo. All’inaugurazione di «Libere espressioni» ci sarà anche la musica del pianista e tastierista Stefano Chiappa. Non è un elemento decorativo, ma un modo per ampliare l’esperienza. «La musica fa parte dell’arte. Guardare un’opera con un sottofondo musicale può trasformare la visita in qualcosa di più intenso, quasi una sorpresa», spiega Sady. Alla fine, se dovesse raccontare la mostra a chi non frequenta abitualmente le gallerie d’arte, la curatrice sceglierebbe parole semplici: «Un’occasione per affacciarsi alla vivacità, per una ricarica di energia positiva».

Una strada da alleggerire

Guardando alla mostra e alla galleria, Sady non parla di un punto d’arrivo, ma di un nuovo inizio. Dice che le viene voglia di fare di più per gli artisti giovani, di costruire uno spazio in cui i lavori possano essere rispettati, conosciuti, messi in relazione. È un percorso lungo, ma capace di dare soddisfazione. Il futuro che immagina per la Paredes Expression Arte Gallery è fatto di passaggi, incontri, ritorni. Vorrebbe che la gente avesse voglia di entrare, di fermarsi, di sentirsi bene. Vorrebbe che la galleria diventasse un punto di riferimento per gli artisti e per chi cerca qualcosa, anche senza sapere esattamente cosa.

«Il mio sogno è che chi arriva qui cercando qualcosa lo trovi», dice. Forse è questa la frase che più di tutte racconta il senso del suo progetto. La galleria come luogo di attraversamento, appunto: tra Paesi, linguaggi, biografie, generazioni, desideri. Un luogo in cui l’arte non resta distante, ma prova ad avvicinarsi. A fare spazio. Ad alleggerire, almeno un poco, la strada.

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