Non è solo una questione estetica, tantomeno decorativa. L’arte pubblica nata da processi condivisi redistribuisce voce, mette in discussione le gerarchie decisionali, ridefinisce chi ha diritto di intervenire nello spazio comune. In un tempo in cui la partecipazione rischia spesso di ridursi a formula, «APP! – Arte Pubblica Partecipata» per una nuova identità collettiva prova a riattivarne il senso più concreto, lavorando dal basso, dentro le comunità, trasformando il gesto artistico in un terreno di confronto e costruzione collettiva.
È un lavoro che non lascia tracce solo sui muri o sull’asfalto, ma nelle relazioni che si attivano, nei margini che si accorciano, nelle distanze che si fanno attraversabili. Un lavoro lento, fatto di ascolto, di parole raccolte e rimesse in circolo, di immagini che emergono prima come intuizioni condivise e poi come segni visibili. Qui l’arte non arriva per occupare uno spazio, ma per negoziarlo. Non impone una visione, la costruisce insieme. E in questo spostamento sottile, ma radicale, si gioca anche una diversa idea di città e di territorio: non un insieme di luoghi da attraversare, ma una trama viva di presenze, conflitti, possibilità.
Il progetto, ideato da Hg80 Impresa Sociale insieme alla Cooperativa Sociale Patronato San Vincenzo con il progetto Tantemani, affonda le radici nelle progettualità di Bergamo Brescia Capitale della Cultura 2023 e si muove tra città e provincia con un obiettivo preciso: coinvolgere direttamente le persone nella progettazione e realizzazione delle opere, raggiungendo anche le aree periferiche e marginali. Non come pubblico, ma come soggetti attivi. «Il progetto lavora tra centro e aree periferiche in stretta relazione con i luoghi dove l’identità collettiva si costruisce ogni giorno e dove l’arte può diventare infrastruttura di relazione. Gli strumenti di lavoro sono la partecipazione attiva e la co-creazione: attiviamo processi in cui comunità e gruppi vulnerabili contribuiscono alla costruzione dell’immaginario pubblico», spiega Davide Pansera, direttore creativo progetto Tantemani.
Tre le azioni principali, tra loro connesse, il festival urbano «M.UR.A.», un campo da baskin a San Pellegrino Terme e un percorso artistico lungo la linea del tram in Val Seriana. Tre modalità diverse di attivare lo spazio pubblico, tutte costruite a partire dall’ascolto.
Il primo tassello è «M.UR.A.», il primo «Festival di Arte Pubblica» della città di Bergamo, promosso dal Comune di Bergamo e realizzato nell’ottobre 2025. Più che un evento concentrato, è stato un attraversamento: sette interventi di street art firmati da artisti nazionali e internazionali, laboratori partecipati con gruppi di cittadini, incontri dedicati al ruolo dell’arte nello spazio pubblico, momenti di convivialità, proiezioni, visite guidate in bicicletta. Il tema, “fare comunità”, non è rimasto una dichiarazione di intenti, ma ha preso forma nei processi: nelle discussioni, nelle mani che hanno lavorato insieme, nelle relazioni che si sono consolidate. «M.UR.A.» ha funzionato come un innesco, rendendo visibile la possibilità di un dialogo più ampio tra istituzioni, operatori culturali e abitanti.
Se in città il progetto ha aperto una riflessione, è nelle valli che «APP!» entra in una fase più operativa, quasi capillare. A San Pellegrino Terme il focus è un campo sportivo, quello dell’oratorio, che diventa spazio di trasformazione condivisa. Qui si inserisce «SAB – Street Art Ball Project», che vede protagonista l’artista Paolo Baraldi. Nel febbraio scorso si sono svolti due laboratori partecipati, realizzati in collaborazione con l’oratorio e con la squadra locale di baskin dell’associazione «Pollicino 2.0». Un lavoro di raccolta: idee, desideri, visioni legate a quello spazio e al suo utilizzo. Da questo materiale nascerà l’intervento artistico, previsto tra il 20 e il 26 aprile, che trasformerà il campo non solo visivamente, ma anche simbolicamente. «Immaginarsi un luogo rinnovato attraverso l’arte significa voler creare nuovi punti di riferimento condivisi nei luoghi che si abitano e se è vero che l’immaginario di una comunità misura l’intensità della vita sociale di un luogo, allora SAB Project è un termometro piuttosto efficace per misurare tale intensità», racconta Paolo Baraldi, art director di SAB Project. Non è un dettaglio secondario la presenza del baskin, disciplina sportiva inclusiva già praticata sul territorio: le linee di gioco verranno integrate nel progetto, rendendo il campo un dispositivo accessibile, aperto, attraversabile da corpi e abilità differenti. L’inaugurazione, prevista per maggio, sarà il momento in cui questo processo tornerà alla comunità.
Il terzo asse del progetto si muove lungo una traiettoria quotidiana: quella del tram. «Pensiline d’arte» coinvolge infatti tutte le fermate della linea T1 della TEB Spa in bassa Val Seriana, da Bergamo fino ad Albino, passando per Torre Boldone, Ranica, Alzano Lombardo, Nembro e Pradalunga. Qui l’intervento è affidato all’artista Luca Font, che sta conducendo diversi laboratori partecipati – sette incontri distribuiti nei vari Comuni – coinvolgendo gruppi eterogenei, comprese persone in condizione di vulnerabilità. Anche in questo caso, l’opera finale non sarà un gesto isolato, ma la sintesi di un processo condiviso. Nella seconda metà di maggio, le quattordici pensiline della linea verranno trasformate a partire dai materiali emersi durante gli incontri, dando forma a una sorta di racconto diffuso lungo il tragitto. A giugno, una visita guidata in tram permetterà di attraversare queste opere come un unico percorso, restituendo unità a ciò che nasce frammentato.
«APP!» si costruisce così per stratificazioni: un festival che apre, un campo che si ridisegna, una linea che si racconta. In comune c’è una stessa postura, che rifiuta l’idea dell’arte come intervento calato dall’esterno e la riporta a una dimensione relazionale. Non si tratta solo di “abbellire” spazi, ma di interrogarli, di metterli in discussione insieme a chi li vive. La tenuta del progetto sembra, infatti, stare soprattutto nella capacità di attivare processi che continuano oltre il singolo intervento. Perché se è vero che le opere resteranno – sui muri, sull’asfalto, sulle pensiline – è altrettanto vero che il cuore del progetto sta altrove: nei passaggi, negli incontri, nelle negoziazioni invisibili che precedono ogni segno. «APP!» lavora proprio lì, in quella zona intermedia dove l’identità collettiva non è un dato, ma qualcosa che si costruisce, lentamente, insieme.
