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Ottant’anni di Repubblica, alla Biblioteca Mai una mostra sulla ricostruzione democratica

Articolo. Oltre sessanta documenti originali, fotografie, giornali e testimonianze per ripercorrere il triennio 1945-1948, dalla Liberazione alla nascita della Costituzione. Visitabile fino al 29 novembre

Lettura 7 min.

Per l’Italia del 1945, e per Bergamo, la Liberazione non fu un lieto fine con i titoli di coda: fu piuttosto l’inizio di un’impresa enorme, fatta di macerie materiali e morali, di scelte politiche e di una democrazia tutta da costruire. C’era un Paese da ricostruire, famiglie alle prese con la mancanza di cibo e di lavoro. E c’era soprattutto da ritrovare una direzione dopo vent’anni di dittatura: capire come tornare a partecipare alla vita pubblica, come scegliere i propri rappresentanti, come costruire istituzioni nuove.

È da qui che parte «Nostra è questa Italia per la quale abbiamo lottato». 1945-1948: Bergamo nella ricostruzione democratica, la mostra allestita nell’atrio Scamozziano della Biblioteca Civica Angelo Mai fino al 29 novembre, nell’ambito del programma «80Democrazia» . Oltre sessanta documenti, fotografie, giornali e testimonianze riportano alla luce una stagione decisiva, osservata da una prospettiva precisa: quella di Bergamo e delle persone che, in quegli anni, contribuirono a costruire la Repubblica.

Il titolo riprende una frase pubblicata nel 1945 sull’edizione bergamasca di «Noi Donne», periodico dell’Unione Donne Italiane. Una rivendicazione che restituisce bene lo spirito del tempo e, soprattutto, la volontà delle donne di essere parte attiva della ricostruzione del Paese. Perché la nascita della Repubblica non fu soltanto una questione istituzionale: fu anche l’allargamento della partecipazione politica e civile a chi, fino a quel momento, ne era stato escluso.

«Quelle parole rimandano a una volontà collettiva di partecipazione: non assistere semplicemente alla Ricostruzione , ma prendervi parte», spiega Michele Linfozzi, componente del comitato scientifico della mostra per il Museo delle storie di Bergamo. «Il titolo ben rappresenta anche la volontà dell’Amministrazione cittadina e dell’Assessorato alla culturale nel dare il “la” a un progetto corale», continua. Infatti, la mostra è il risultato del lavoro di un comitato scientifico plurale, composto da diverse istituzioni: l’assessorato alla Cultura del Comune di Bergamo, l’Archivio di Stato di Bergamo, la Biblioteca Civica Angelo Mai e Archivi Storici, l’Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell’Età Contemporanea (Isrec), il Museo delle storie di Bergamo e il Sistema Bibliotecario Urbano. In stretta collaborazione con il Comune, il progetto scientifico è stato coordinato dal Museo delle storie, in particolare da Roberta Frigeni, Lia Corna e Michele Linfozzi.

«La mostra – ha sottolineato la sindaca Elena Carnevali – ricostruisce la nascita delle istituzioni democratiche in un Paese segnato dalla guerra, dalla povertà e dalle divisioni. È anche la storia di donne che finalmente votano, vengono elette ed entrano nelle istituzioni, e di una Costituzione nata dal confronto e dal dialogo tra donne e uomini liberi».

Tre piani per raccontare la storia

L’allestimento si sviluppa su tre livelli: quello fisico dei documenti originali esposti in teca, quello multimediale con postazioni interattive e audiovisive, e infine quello simbolico affidato ad elementi scenografici. A quest’ultimo rimandano i grandi pannelli fotografici sospesi tra le colonne. Tra le colonne dell’atrio scamozziano sono sospesi sei grandi pannelli scenografici che riproducono proclami, manifesti e fotografi risalenti agli anni della Ricostruzione. Non si tratta soltanto di immagini a corredo del racconto: sono frammenti di una storia che prende forma davanti agli occhi, restituendo volti, parole e luoghi della Bergamo di quegli anni.

Tra i documenti figura anche un manifesto del Comitato di Liberazione Nazionale di Bergamo conservato dall’Isrec. Su questo manifesto campeggiano i colori della bandiera italiana e le parole «Ricostruire. Ricostruire. Ricostruire». Nell’immediato dopoguerra, questo imperativo aveva un significato molto concreto: rialzare una città nella quale mancava quasi tutto, restituire fiducia e ricominciare a immaginare un futuro. «Come ha sottolineato Luciana Bramati, presidente dell’Isrec di Bergamo, in occasione dell’inaugurazione della mostra, questo documento restituisce bene l’urgenza di quel momento», racconta Linfozzi.

Sullo sfondo di queste parole si intravedono una città che torna a riempirsi e cittadini che riprendono posto nella vita pubblica. La ricostruzione materiale procede insieme a quella civile e morale.

Un altro documento è la prima pagina de «L’Eco di Bergamo» del 7 giugno 1946. Lo spoglio delle schede è ancora in corso, ma il giornale annuncia già l’elezione di quattro bergamaschi all’Assemblea Costituente: Antonio Cavalli, Giuseppe Belotti, Carlo Cremaschi e Rodolfo Vicentini. Sono tutti esponenti della Democrazia Cristiana, accomunati dall’opposizione al fascismo e da riconoscimenti legati alla loro attività patriottica e partigiana. Una pagina che permette di osservare la storia mentre accade, quando il risultato elettorale non è ancora del tutto definito e il futuro istituzionale del Paese sta prendendo forma.

Il percorso espositivo si amplia poi grazie a due postazioni multimediali: una propone filmati dell’Istituto Luce del 1946, l’altra una selezione di cento articoli della stampa locale e di proclami dell’epoca. A completare l’esperienza c’è il sito 80repubblicabergamo.it, che rimarrà fruibile anche al termine della mostra E dove è possibile leggere i testi che accompagnano la mostra e consultare nel dettaglio i documenti esposti.

A dare ulteriore forza simbolica all’allestimento è un grande tricolore di lana, delle dimensioni di 4,50 per 3 metri, appartenente alla collezione della Biblioteca Mai e databile al XX secolo. Privo dello stemma sabaudo, è stato restaurato proprio in occasione della mostra. Un oggetto che porta con sé il passaggio da una forma di Stato all’altra e che, nel contesto dell’esposizione, diventa una presenza tutt’altro che decorativa.

La direttrice della Biblioteca Civica Angelo Mai e degli Archivi Storici, Cristiana Iommi, ha ricordato come il palazzo della Biblioteca sia «un luogo che è civico nel suo spirito ancor prima che per la sua funzione». Un luogo nel quale i documenti possono tornare a parlare: non soltanto memoria conservata, ma «testimonianze vive capaci di parlare anche al nostro presente».

Tre sezioni per ripercorrere il triennio 1945-1948

La mostra espone documenti di natura differente conservati dalle istituzioni che compongono il comitato scientifico. L’Archivio di Stato di Bergamo, in accordo con la Direzione Generale Archivi del Ministero della Cultura, ha concesso l’utilizzo della maggior parte dei documenti in teca. Nella selezione di queste testimonianze ha avuto grande importanza il lavoro di Lucia Citerio e di Alessandro Ruzzon.

La mostra si articola in tre sezioni, che seguono il percorso che dalla Liberazione arriva fino alla promulgazione della Costituzione. La prima, «Dalla Liberazione alla “difficile opera di ricostruzione”», restituisce le condizioni di un territorio che deve fare i conti con le conseguenze della guerra. La fine del conflitto non coincide con il ritorno immediato alla normalità: restano la crisi alimentare e sanitaria, la disoccupazione, le difficoltà delle infrastrutture e di un sistema produttivo da rimettere in funzione.

La seconda sezione, «Dalla “Rinascita municipale bergamasca” alla Costituente», segue il ritorno alla partecipazione politica. Nella primavera del 1946 si svolgono le elezioni amministrative, mentre il 2 e 3 giugno gli italiani sono chiamati a scegliere tra Monarchia e Repubblica e a eleggere l’Assemblea Costituente. Per la prima volta votano anche le donne. A Bergamo, Betty Ambiveri e Mina Giavazzi sono tra le prime donne elette nel Consiglio comunale: la loro presenza segna un passaggio importante nell’ingresso femminile nella vita politica cittadina.

La vicenda bergamasca presenta anche una particolarità rispetto al quadro nazionale. Nel referendum istituzionale del giugno 1946, la provincia di Bergamo è infatti l’unica in Lombardia in cui, seppure di misura, prevale la Monarchia. Un risultato che restituisce la complessità delle scelte e delle sensibilità politiche presenti sul territorio, anche in un momento nel quale il Paese si avvia verso la Repubblica.

La terza sezione, «Dai Costituenti bergamaschi alla Costituzione», si apre con una teca dedicata ai quattro rappresentanti bergamaschi eletti all’Assemblea Costituente: Antonio Cavalli, Carlo Cremaschi, Giuseppe Belotti e Rodolfo Vicentini. Il loro lavoro si inserisce nel percorso che porta all’approvazione della Costituzione, il 22 dicembre 1947. Tra i documenti esposti si trovano la scheda patriota di Giuseppe Belotti, rilasciata dal Corpo Volontari della Libertà, e un opuscolo che raccoglie i suoi quattro interventi alla Costituente. Un legame con la storia cittadina che si ritrova anche nella Sala Manzoniana della Biblioteca Mai, intitolata a Belotti il 12 ottobre 2026.

Come ha osservato l’assessore alla Cultura Sergio Gandi, la mostra permette di cogliere la complessità di quel percorso e le difficoltà specifiche attraversate da Bergamo. I documenti rendono concreta una storia che rischierebbe altrimenti di restare lontana, restituendo anche il ruolo delle donne e il valore del lavoro condiviso tra istituzioni culturali. Un patrimonio che, attraverso questo progetto, viene reso accessibile a un pubblico più ampio.

Incontri, approfondimenti, percorsi per le scuole

La mostra è accompagnata da un programma di appuntamenti che approfondiscono alcuni dei temi centrali del triennio 1945-1948. Lo scorso ottobre, negli spazi di gres art 671, Serena Dandini ha presentato «Paura non abbiamo. Le donne che hanno fatto la Repubblica». Il calendario prosegue giovedì 19 novembre alle 18 con Marcella Cattaneo e l’appuntamento «Costruire la memoria. La Costituente, il monumento pubblico e l’identità della Repubblica». Il 29 novembre alle 11, invece, Angelo Maestroni dialogherà sulla Costituzione con gli assessori Sergio Gandi e Marcella Messina.

Un’attenzione particolare è riservata alle scuole. Il progetto educativo, gratuito e rivolto alle classi della primaria e della secondaria, è curato dal Museo delle storie di Bergamo e dall’ Isrec. Sono previste visite e attività laboratoriali che invitano gli studenti a confrontarsi direttamente con i documenti, trasformando la visita in un’occasione di ricerca e partecipazione. Le adesioni hanno già superato i seicento studenti e le attività hanno registrato il tutto esaurito.

Il lavoro con le classi permette di avvicinare la storia non soltanto attraverso date e nozioni, ma partendo dalle testimonianze lasciate da chi l’ha vissuta. Linfozzi racconta, per esempio, la reazione degli studenti davanti a un documento compilato a mano da Carlo Cremaschi, nel quale sono riportati i dati sull’affluenza elettorale: l’81% alle elezioni amministrative nel 1946 e quasi il 90% alle successive elezioni politiche. «Dopo la guerra andavano a votare tutti in massa», è stato il commento spontaneo di alcuni ragazzi. Una considerazione semplice, ma capace di aprire una riflessione sul significato della partecipazione. «L’obiettivo è trasmettere le basi dell’Italia repubblicana e democratica attraverso documenti e testimonianze, andando oltre ogni retorica celebrativa», spiega Linfozzi. Un’occasione per ragionare anche sul presente e sul valore dell’educazione civica, coinvolgendo le nuove generazioni in una storia che riguarda direttamente il loro futuro.

C’è una fotografia, tra quelle che accompagnano il percorso, che forse più di tante parole riesce a raccontare il senso di questa storia: una giovane bergamasca davanti all’urna elettorale, il 2 giugno 1946. Non sappiamo che cosa pensasse in quel momento, né quale futuro immaginasse per sé e per il Paese. Sappiamo però che quel gesto, insieme a quello di milioni di altre donne e uomini, ha contribuito a mettere in moto la democrazia in cui viviamo.

A ottant’anni di distanza, quella ragazza non è poi così lontana dai giovani che oggi attraversano le sale della Biblioteca Mai, si fermano davanti ai documenti e commentano, quasi increduli, che dopo la guerra andavano a votare tutti in massa. È forse in questo cortocircuito tra passato e presente che la mostra trova uno dei suoi risultati più importanti: far capire che la democrazia non è un oggetto consegnato una volta per tutte, né una formula da imparare a memoria. È una costruzione collettiva, fatta di partecipazione, responsabilità e possibilità di scelta.

La Repubblica, in fondo, non è nata soltanto ottant’anni fa. Continua a essere affidata anche a chi, oggi, ha l’età di quella ragazza davanti all’urna. E a chi, domani, sarà chiamato a decidere che cosa fare di quell’Italia che qualcuno, nel 1945, aveva già cominciato a chiamare «nostra».

Informazioni

La mostra è visitabile negli orari di apertura della biblioteca: dal lunedì al venerdì (9 - 17.30); sabato (9-13) e domenica (10-13). Sono previste visite guidate gratuite per il pubblico adulto nelle seguenti date: 8-15 e 22 novembre alle 11.30; e 29 novembre alle 10 .

Per informazioni e prenotazioni: [email protected]. Per approfondire il percorso e consultare i documenti: 80repubblicabergamo.it.