< Home

Novità in sala: quattro film per salutare la primavera

Articolo. Da Andrea De Sica a François Ozon, un viaggio tra le novità che esplorano amore, classi sociali e trasformazioni culturali

Lettura 5 min.
Gli occhi degli altri

Dalla Colombia di un intellettuale ai margini allo “straniero” di Camus, dal folk americano alla vicenda Casati Stampa: storie diverse per raccontare identità, potere e trasformazioni sociali. Scopriamo insieme i film del momento.

«Gli occhi degli altri» di Andrea De Sica

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, «Gli occhi degli altri» si ispira liberamente al delitto Casati Stampa, uno dei fatti di cronaca che più hanno scosso l’immaginario e i costumi dell’Italia di fine anni Sessanta. Nell’agosto del 1970 il marchese Camillo Casati Stampa uccise a fucilate la moglie Anna Fallarino e il suo amante Massimo Minorenti (nel film interpretati da Filippo Timi, Jasmine Trinca e Matteo Olivetti), per poi togliersi la vita al culmine di una vicenda privata segnata dal voyeurismo e pratiche sessuali estreme. De Sica rielabora questo materiale cambiando i nomi dei protagonisti e introducendo elementi di finzione, restando tuttavia fedele al nucleo più perturbante della vicenda: l’idea di una perversione che si sviluppa all’interno di una classe chiusa, arroccata nel proprio privilegio e convinta che quel privilegio possa autorizzare qualsiasi trasgressione, anche la più estrema.

È il ritratto di un’aristocrazia in decomposizione morale e culturale, incapace di confrontarsi con il mondo esterno e convinta della propria superiorità sulle classi subalterne (in una sequenza del film il marchese cerca di comprare il figlio nascituro dei suoi due servitori). Non è casuale che l’omicidio venga collocato simbolicamente nella notte tra il 1969 e il 1970, suggerendo un passaggio d’epoca, la fine di un ordine sociale ormai esaurito e l’ingresso in un’Italia che, superato il boom economico, si avviava verso una modernità più conflittuale, segnata da tensioni sociali e da una crescente radicalizzazione dello sguardo sulla lotta di classe. Eppure, nonostante le ambizioni, il film resta prigioniero di una messa in scena calligrafica e monocorde, appesantita da una scrittura verbosa e didascalica. La materia scandalosa che dovrebbe turbare finisce per raffreddarsi, mentre il sistema patriarcale incarnato dal protagonista maschile appare più caricaturale che realmente disturbante. Il racconto procede insomma per schematismi, senza mai diventare incisivo e restando prevedibile, quasi compiaciuto nella propria ricostruzione. A distanza di oltre sessant’anni, viene allora da chiedersi cosa resti di questa storia. Forse poco più di ciò che è sempre stata: la cronaca di un omicidio consumato dentro la vacuità di una vita privilegiata, abitata da figure incapaci di lasciare un segno che vada oltre il proprio vuoto.

Durata: 1h30
In programma al Capitol, Uci Orio e Anteo Treviglio

« The History of Sound » di Oliver Hermanus

In concorso al Festival di Cannes dello scorso anno, «The History of Sound» arriva in sala accompagnato da molta attesa, soprattutto per la coppia inedita formata da Paul Mescal e Josh O’Connor nei ruoli principali. Ambientato nei primi decenni del Novecento, il film segue due giovani uomini, Lionel e David, studenti e musicisti, che intraprendono un viaggio attraverso il New England con l’obiettivo di registrare i canti popolari delle aree rurali, lontane dai centri abitati, per costruire un archivio sonoro della cultura del paese. Quello che inizia come un lavoro di raccolta etnografica si trasforma progressivamente in una storia d’amore mai dichiarata apertamente, ma suggerita attraverso gesti, silenzi e complicità. Un sentimento destinato a confrontarsi con le traiettorie della vita – la guerra, le carriere, gli affetti familiari – che ne metteranno alla prova la solidità.

La musica è il vero dispositivo narrativo del film: non solo elemento atmosferico, ma strumento per mappare una cultura e coglierne le connessioni interne, anche in un territorio vasto e frammentato come quello americano. In questo senso, «The History of Sound» racconta anche la nascita di una nazione intesa come identità culturale condivisa. Il folk – di cui i due protagonisti sono incarnazione – si declina così in due tensioni complementari: David ne rappresenta la dimensione vitale, istintiva, quasi carnale; Lionel quella più mentale, riflessiva e analitica. Ed è proprio nello scarto tra queste due posture che il film trova il suo equilibrio e la sua profondità. Il regista, sudafricano, osserva gli Stati Uniti da una posizione esterna, oscillando tra rigore nella ricostruzione storica e una forma di stupore più immediato, talvolta un po’ troppo manierista. Questa attenzione formale rischia infatti di irrigidire il film, rendendolo quasi trattenuto; è però anche ciò che impedisce alla narrazione di scivolare verso una deriva sentimentale troppo marcata. Ne risulta un’opera elegante, che lavora sulla memoria e su ciò che resta quando le storie individuali si dissolvono dentro un mondo – e una storia – immensamente più grandi, come quella dell’America del Novecento.

Durata: 2h07
In sala da oggi

«Un poeta» di Simón Mesa Soto

Passato al Festival di Cannes 2025 dove ha vinto il premio della giuria nella sezione «Un certain regard», «Un poeta» è una delle rivelazioni della stagione. Un film crudele, a tratti persino spietato nel modo in cui guarda al suo protagonista, ma capace anche di trovare una leggerezza inattesa, che evita ogni deriva compiaciuta o puramente drammatica. Racconta la storia di Oscar, uomo sulla cinquantina che vive a Medellín con l’anziana madre, senza un lavoro stabile e con un rapporto distante con la figlia adolescente. Si definisce poeta, ma dopo una raccolta pubblicata in gioventù è rimasto ai margini, ignorato anche dall’ambiente letterario. Quando conosce Yurlady, una studentessa dotata che frequenta uno dei corsi di poesia che tiene nei licei, intravede la possibilità di dare un senso alla propria esistenza aiutandola a cambiare vita. Un tentativo destinato però a trasformarsi in un nuovo fallimento e nell’ennesima complicazione.

Il film segue la figura grottesca di Oscar con uno sguardo che è insieme feroce e indulgente. Feroce perché non lo giustifica, non lo protegge né lo assolve, anzi ne espone con precisione le contraddizioni e le continue cadute. Indulgente perché non insiste mai sul dramma, ma lascia affiorare una sottile vena ironica sottile, che alleggerisce il racconto. Ed è proprio qui che il film trova una sua originalità: prende un tema che potrebbe sembrare paludato – la figura dell’intellettuale fallito in lotta con il mondo – e lo spoglia dei cliché più risaputi, costruendo un antieroe ricco di complessità, la cui traiettoria esistenziale resta fino in fondo priva di qualsivoglia consolazione. Viene fuori un racconto che si vede di rado nel cinema contemporaneo e che coglie con grande lucidità una crisi culturale – incarnata dalla poesia, forse la forma d’arte più marginale oggi – sotto gli occhi di tutti, in Colombia come altrove. Oscar diventa così il simbolo di un’intellettualità rimasta senza spazio, incapace di trovare una collocazione nel presente e destinata a muoversi ai margini, tra ostinazione, irrilevanza e inevitabile sconfitta.

Durata: 2h
In sala da oggi

«Lo straniero» di François Ozon

Con «Lo straniero» – presentato alla Mostra di Venezia dello scorso settembre – François Ozon si confronta direttamente con uno dei testi più celebri della letteratura del Novecento. L’adattamento dal romanzo di Albert Camus – inizialmente pensato solo come punto di partenza per un progetto in tre episodi ambientato nella contemporaneità – diventa qui un confronto frontale con l’opera originale e senza dubbio una delle sfide più ambiziose affrontate dal regista negli ultimi anni. Ozon sceglie la fedeltà al testo di partenza, pur senza rinunciare a qualche variazione, raccontando la vicenda – ambientata nell’Algeri dei primi anni Quaranta – di Meursault (Benjamin Voisin), impiegato francese sulla trentina che, appena tornato dal funerale della madre, evento vissuto senza particolare partecipazione, inizia una relazione con Marie (Rebecca Marder), una giovane ex collega connazionale, e si lascia trascinare con scarso interesse negli affari ambigui del vicino Raymond (Pierre Lottin), fino a compiere l’omicidio di un ragazzo arabo. Un gesto improvviso e quasi privo di spiegazione che lo trascina al centro di un processo in cui sarà giudicato più per ciò che è che per ciò che ha fatto.

Con uno stile rarefatto – nettamente diverso dal precedente adattamento di Luchino Visconti, più libero e meno centrato – Ozon lavora per sottrazione, evitando ogni enfasi e mantenendo una distanza costante dal protagonista, in una consonanza con il romanzo che anche la scelta del bianco e nero contribuisce a rafforzare. Ma è nelle deviazioni che il film trova la sua specificità. In particolare, nella maggiore attenzione alla dimensione (e alla conseguente colpa) coloniale, che nel romanzo resta sullo sfondo e qui emerge con più chiarezza, soprattutto nel confronto tra Marie e Djamila (la sorella della vittima) durante il processo. Al tempo stesso, «Lo straniero» resta un’opera profondamente esistenziale. Attraverso il testo di Camus, Ozon interroga temi come la morte, la religione, il rapporto con gli altri e l’assurdità dell’esistenza. Ne viene fuori un film misurato, che evita attualizzazioni forzate e lavora sul testo con precisione, mantenendo un equilibrio solido tra fedeltà e rilettura.

Durata: 2h
In sala dal 2 aprile

Approfondimenti