Cristiana Iommi, direttrice della Biblioteca Civica Angelo Mai, dal suo ufficio abbraccia con lo sguardo la Sala Tassiana, custode dei monumentali Globi Coronelli, il Salone Furietti e, oltre la finestra, Piazza Vecchia e il Palazzo della Ragione. Tra questi due orizzonti, dove si manifesta lo spirito della città, si sviluppa una conversazione che attraversa alcuni dei temi più urgenti che oggi interrogano una biblioteca storica: l’identità, il rapporto tra patrimonio e innovazione tecnologica, l’accessibilità, sia culturale sia fisica, l’apertura alla collettività e ai suoi nuovi bisogni.
LL: In un tempo in cui il sapere circola sempre più attraverso contenuti rapidi e digitali, che cosa significa oggi essere una biblioteca storica? Come sta cambiando l’identità della Biblioteca Civica Angelo Mai e quale funzione pubblica è chiamata ad assumere oggi?
CI: Oggi il primo approccio passa quasi sempre dal digitale, ma questo non significa che i luoghi fisici della conoscenza abbiano perso il loro ruolo. Al contrario, digitale e biblioteca non sono alternative, bensì strumenti complementari, che rispondono a esigenze informative e di contenuto diverse. L’Angelo Mai è una biblioteca storica di conservazione: custodisce i fondi antichi della città, ma anche la documentazione dell’età moderna e contemporanea, garantendo la continuità della memoria di Bergamo. È un luogo in cui l’informazione non si limita a essere consultata, ma viene vissuta, grazie anche alla mediazione di bibliotecari e archivisti che accompagnano il pubblico in percorsi di conoscenza più ricchi e articolati. La vera questione riguarda oggi l’identità. Non tanto chiedersi quale debba essere il ruolo di una biblioteca storica, quanto comprendere che cosa la collettività si aspetti da essa. La funzione pubblica della Biblioteca Angelo Mai, quindi, si costruisce nel dialogo con la città, attraverso azioni capaci di interpretare la contemporaneità senza rinunciare alla propria natura.
LL: L’Istat indica la partecipazione culturale come una componente essenziale del benessere, ma evidenzia anche persistenti disuguaglianze nell’accesso alla cultura. Quali pubblici percepiscono oggi la Biblioteca Angelo Mai come un luogo anche proprio e quali, invece, continuano a sentirla distante?
CI: La Biblioteca Civica Angelo Mai sta attraversando una fase di profonda trasformazione, che riguarda non solo le attività culturali, ma anche l’edificio e il modo stesso di concepire la propria funzione. In questo percorso, il tema dell’accessibilità è centrale. Le biblioteche storiche di conservazione scontano ancora la percezione di essere luoghi destinati a un pubblico specialistico, composto da studiosi e ricercatori, quasi che esistessero utenti legittimati a entrarvi e altri meno. È proprio questa idea che oggi occorre superare. L’accessibilità, infatti, non è soltanto fisica: è anche culturale. Significa costruire un’istituzione nella quale chiunque possa riconoscersi e sentirsi accolto. Per questo l’accessibilità deve diventare un principio che orienta fin dall’inizio la progettazione delle attività. Su questi temi la Biblioteca Angelo Mai è impegnata da tempo, anche attraverso un confronto con il Ministero della Cultura e con altri istituti nazionali. L’idea di fondo è che l’accessibilità sia un percorso, non un traguardo: un processo che inevitabilmente incontra resistenze e richiede equilibrio tra esigenze diverse. Una biblioteca, infatti, deve continuare a garantire la ricerca e lo studio, ma nello stesso tempo aprirsi a mostre, incontri, eventi e nuove forme di partecipazione. La sfida consiste proprio nel tenere insieme queste diverse funzioni, senza contrapporle.
LL: I fondi antichi, le donazioni, gli archivi personali raccontano della relazione tra cittadini e istituzioni. In una fase in cui questo rapporto appare spesso fragile, quale patto sente oggi di dover costruire la Biblioteca Angelo Mai con Bergamo?
CI: La Biblioteca Civica Angelo Mai deve molto ai bergamaschi. Il suo straordinario patrimonio - quasi 900.000 documenti distribuiti lungo oltre 11 chilometri di scaffali - è il risultato di una storia di donazioni che, dalla fine del Settecento, non si è mai interrotta. È proprio questa generosità ad aver costruito l’eccezionale ricchezza e varietà delle collezioni della Biblioteca. Molti dei fondi che oggi conserviamo avrebbero potuto essere immessi sul mercato, ma sono stati affidati alla Biblioteca perché ritenuta il luogo più adatto a custodirli e a trasmetterli alle generazioni future. Questo rappresenta un segno concreto della fiducia che la città continua a riporre nella Mai e del legame profondo che unisce i bergamaschi a questa istituzione. Oggi la sfida è anche far comprendere che la Mai può accompagnare le persone in tutte le stagioni della vita: non solo come luogo di ricerca e studio, ma anche come spazio dove leggere un quotidiano, consultare una ricca emeroteca, partecipare a incontri, mostre e iniziative culturali, o contribuire in prima persona alla costruzione del racconto della città. Il patto che la Mai intende rafforzare con Bergamo è proprio questo: valorizzare un patrimonio costruito dalla comunità restituendolo alla comunità stessa, ampliando le occasioni di partecipazione e facendo emergere tutte le possibilità che questo luogo offre.
LL: Negli ultimi vent’anni la digitalizzazione ha trasformato profondamente il lavoro delle biblioteche. Qual è oggi la sfida più importante nella costruzione di questo nuovo rapporto tra patrimonio storico e tecnologie digitali?
CI: Nell’immaginario comune digitalizzare significa semplicemente scansionare un documento. In realtà è un processo molto più complesso: significa riprodurlo, descriverlo attraverso metadati, indicizzarlo, renderlo ricercabile e, soprattutto, garantirne la conservazione nel tempo. La vera sfida non è quindi la digitalizzazione in sé, ma la costruzione di sistemi capaci di valorizzare e preservare il patrimonio digitale. Il digitale offre infatti possibilità straordinarie di relazione tra patrimoni diversi. Biblioteche, archivi, musei, collezioni fotografiche, audiovisive e storico-artistiche possono dialogare attraverso piattaforme interoperabili, generando nuove connessioni e nuove forme di conoscenza. È inoltre importante superare un equivoco molto diffuso: la fruizione digitale non svuota le biblioteche, ma ne amplia il pubblico. Rendere accessibili le collezioni online significa raggiungere studiosi, università, istituti di ricerca e biblioteche di tutto il mondo, ma anche cittadini e appassionati che difficilmente potrebbero consultare direttamente il patrimonio. Per la ricerca, poi, gli strumenti digitali sono diventati indispensabili. Consentono confronti tra manoscritti, ricostruzioni di provenienze, analisi di segni di possesso e collegamenti che sarebbero impossibili senza banche dati condivise. In questa direzione si inserisce anche l’imminente ingresso della Biblioteca Angelo Mai nel progetto “Archivio dei Possessori” della Biblioteca Nazionale Marciana: una piattaforma che raccoglie ex libris, annotazioni manoscritte e altri segni di provenienza per ricostruire la storia delle collezioni.
LL: In un’epoca in cui tutto sembra dover essere immediatamente accessibile, come si tiene insieme il dovere della conservazione con quello della restituzione? Dove si colloca oggi il punto di equilibrio tra tutela, ricerca e apertura alla comunità?
CI: Per lungo tempo conservazione e fruizione sono state considerate quasi due esigenze contrapposte. In realtà non lo sono. Come ricorda anche Salvatore Settis, tutela e valorizzazione sono dimensioni complementari: conservare un patrimonio significa anche renderlo conoscibile, promuoverlo e trasmetterlo. La conservazione, da sola, non basta. Un patrimonio acquisisce pienamente valore quando viene studiato, raccontato e condiviso. Il tema della memoria aiuta a comprendere questo equilibrio. La memoria non coincide con il semplice custodire qualcosa. Memoria è ciò che rimane vivo perché viene ricordato, conosciuto e trasmesso. Un documento conservato ma sconosciuto è certamente tutelato, ma non partecipa ancora pienamente alla costruzione dell’identità collettiva. È proprio questa la responsabilità di una biblioteca storica come la Biblioteca Civica Angelo Mai. Essere la custode della memoria della città significa certamente conservarne il patrimonio, ma anche farsene interprete e promotrice, affinché quella memoria continui a essere condivisa dalla comunità. La tutela rappresenta il punto di partenza, non il punto di arrivo: la missione della Biblioteca si compie quando la conservazione si traduce in conoscenza, ricerca e partecipazione.
LL: Se dovesse descrivere la Biblioteca Civica Angelo Mai non attraverso il patrimonio che conserva, ma attraverso la trasformazione che desidera generare nella città nei prossimi anni, quale immagine sceglierebbe? Qual è la sfida culturale più importante che la attende?
CI: La vera trasformazione riguarda soprattutto i pubblici: non tanto aumentarne il numero, quanto cambiarne la composizione e il modo in cui percepiscono e vivono la Biblioteca. La Mai sta già lavorando in questa direzione. Sempre più giovani partecipano alle attività proposte, anche su temi complessi e di stretta attualità. È il segno che una biblioteca storica può diventare uno spazio di confronto, capace di intercettare nuovi interessi senza rinunciare alla propria identità. Per questo, dal 2023 la Mai ha avviato un percorso di riposizionamento, che punta a rafforzarne il ruolo come luogo della cultura aperto alla città. Questo significa costruire relazioni sempre più solide con le altre istituzioni culturali, condividere progetti, ricerche, mostre e iniziative. Le collaborazioni con realtà come la Biblioteca Ambrosiana, l’Accademia Carrara e l’Università rappresentano un elemento strategico di questa visione: fare rete significa moltiplicare le opportunità di ricerca e di partecipazione. La sfida più importante resta però il progetto di San Michele, destinato a rappresentare l’evoluzione culturale e architettonica della Biblioteca. L’obiettivo è creare uno spazio nel quale conservazione, ricerca, divulgazione e partecipazione convivano in modo naturale, facendo dialogare costantemente il patrimonio con la vita della città. L’immagine che meglio descrive la Biblioteca Angelo Mai dei prossimi anni è quindi quella di una biblioteca con porte aperte: un luogo che custodisce il patrimonio, ma soprattutto lo mette continuamente in relazione con le persone, con le altre istituzioni e con la vita culturale della città.
