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La lezione di Isabella Guanzini sull’ascolto arriva a «Filosofi lungo l’Oglio»

Articolo. La teologa e filosofa, docente all’Università di Linz, sarà ospite del festival lunedì 27 luglio a Seniga (BS) con una riflessione che invita a “fermarsi” per prestare attenzione al mondo e agli altri

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La filosofa e teologa Isabella Guanzini (Foto Gian Vittorio Frau)

«E ascese un albero. O puro trascendere! / Orfeo canta! Oh alto albero che nell’orecchio sorge!». Così recita il primo componimento de «I sonetti a Orfeo» di Rainer Maria Rilke. Sembra quasi che il poeta elegga il timpano a luogo privilegiato dell’essere, centro fecondo originario da cui ogni cosa prende forma. Di questo, è convinta Isabella Guanzini, filosofa e teologa nonché professoressa ordinaria di Teologia fondamentale all’Università di Linz, che, alle 21 di lunedì 27 luglio a Seniga (BS), all’interno della rassegna «Filosofi lungo l’Oglio», terrà la lectio magistralis «Essere all’ascolto»: una riflessione sul primato dell’ascolto e dell’esperienza sonora nella costituzione dell’umano. L’incontro si svolgerà al Palazzo Ferrante e in caso di maltempo, presso l’Oratorio di sant’Apollonio.

FR: Professoressa Guanzini, lei afferma che la nostra cultura europea e occidentale sia segnata dall’egemonia dello sguardo. Può fare degli esempi?

IG: Sin dall’inizio, la cultura, sia filosofica che scientifica, ha privilegiato la teoria. In greco, «theoreo», ovvero «teoria», condivide la stessa radice di «theàomai», che significa «osservare». L’approccio empirico è segnato dal dominio dello sguardo e così la «verità». A tal proposito, per esempio, si pensi alla cosiddetta «luce della ragione». A livello reale e simbolico, dunque, il primato della visione panoramica ha plasmato i modelli della conoscenza e del sapere. Forse, alla base, c’è anche un principio di necessità: rispetto al guardare, l’ascoltare risulta essere più complesso, una dimensione quasi «prismatica».

FR: Eppure, Omero, nell’Iliade e nell’Odissea, prega le muse di cantare le gesta eroiche di Achille e di Ulisse: un narratore implica un ascoltatore, non trova?

IG: Ovviamente, non bisogna approcciarsi alla storia del pensiero in modo manicheo. Anche gli «acusmatici» - i discepoli di Pitagora - non potevano vedere il maestro, ma soltanto udirne la parola, in quanto teneva le sue lezioni nascosto da una tenda. Nonostante ciò, questa dimensione non ha fatto breccia nella metafisica occidentale. Si è evoluta come fiume carsico, che riappare nelle tradizioni orfiche ed esoteriche e nella mistica, ovvero nelle correnti più isteriche del sapere, se così si può dire, ma non in quelle maggioritarie e dominanti che, da Aristotele, giungono alla modernità.

FR: Questa gerarchia dei sensi, per la quale la vista assume un ruolo così egemone, non è causata, in fin dei conti, dal fatto che anche l’azione di ascoltare susciti nella nostra mente una serie di immagini?

IG:Sì, certo: siamo portati a tradurre tutto in immagini e a trasporlo su uno schermo. Tendenza naturale o culturale? Chi lo sa. È però qualcosa che ha a che fare con una sorta di rimozione, come se si volesse neutralizzare l’ascolto. Pensare per visioni significa ridurre la realtà a qualcosa di rappresentabile, oggettivabile e quindi controllabile. Una geometrizzazione del mondo che imprigiona il movimento in qualcosa di statico. Del resto, le orecchie non hanno palpebre.

FR: Lei dice che, sin dall’inizio, siamo «esseri all’ascolto». Perché?

IG:Consideriamo un neonato: quale senso, più di tutti gli altri, lo domina? L’udito. Persino nell’oscurità del grembo materno, l’orecchio di ogni soggetto è già ricettivo, teso verso un universo sonoro: i battiti del cuore della madre, per esempio, la voce di quest’ultima, i rumori esterni e il movimento degli organi. Il confine fra «dentro» e «fuori» è in realtà una soglia estremamente porosa e questo perché l’essere umano è una “cassa di risonanza”: prima di apprendere a parlare e a pensare, impara a vibrare, a reagire e a rispondere a una voce che lo raggiunge, quella dell’altro.

FR: Quindi il «cogito ergo sum» di cartesiana memoria è superato?

IG: La persona umana non è colei che parla e pensa ma colei che entra in contatto relazionale con l’altro e ciò avviene soprattutto attraverso l’esperienza dell’ascolto. Ed essere all’ascolto significa recuperare la dimensione vocazionale dell’«essere chiamati», ovvero della nostra personale realizzazione.

FR: L’ascolto, secondo lei, può farsi balsamo contro una società sempre più dominata dai «reels» e dallo «scrolling»?

IG: Sì, perché riporta l’uomo a una dimensione più lenta, meno superficiale e meno compulsiva. Non per niente, il podcast sta vivendo una sorta di epoca d’oro. In un mondo pieno di schemi e accelerazioni, il podcast è una forma di «nostalgia della voce», quasi un ritorno a una realtà più intima, primordiale, intrauterina. Non solo una novità tecnologica, quindi, ma il sintomo di un bisogno antropologico profondo: l’essere umano non è nato davanti a uno schermo ma dentro a una voce.

FR: In un video, in cui presenta il suo libro «Filosofia della gioia» (Ponte alle Grazie, 2021), lei afferma che la gioia rappresenta una forma di protesta. Ma in una società sempre più dominata da violenza, paura e incertezza, come si fa a provare gioia?

IG: La protesta, spesso, si basa sulla provocazione e mettere in circolazione parole come «gioia» o «tenerezza», ovvero vocaboli «controculturali» (in quanto inadatti al tempo che stiamo vivendo), credo sia una grande forma di provocazione e di resistenza. La gioia, sentimento comunitario, ha a che fare con l’espansione della vita, con ciò che la rende più vitale o, come direbbe Spinoza, «intensificata». Come provarla? Sperimentando incontri e situazioni che rinvigoriscono il nostro senso del vivere e che non ci separino dal desiderio che ci guida, che mai va tradito. A volte, però, non è facile far fronte alla logica dominante, quella della prestazione e dell’ottimizzazione. Ma è anche difficile comprendere cosa davvero ci arricchisce e cosa, al contrario, ci impoverisce.

FR: In un mondo sempre più secolarizzato e fondamentalmente non religioso, quale posto può ancora occupare la teologia?

IG: In un mondo in cui lo spazio per la teologia è sempre più ristretto, il compito della teologia è proprio quello di far sì che questo spazio non scompaia. Come Malevič, con l’opera «Quadrato nero», teneva aperta la questione dell’arte, la teologia, con la stessa forza disperata, deve tenere aperta la questione di Dio, nonostante la contemporaneità, con i suoi saperi, la ignori, la rimuovi o la neghi. La teologia, del resto, è l’unica disciplina, assieme alla letteratura, a interrogarsi ancora a proposito di concetti come «grazia», «perdono» e «amore».

FR: Secondo lei, anche Dio è in ascolto dell’uomo?

IG:Il fatto che qualcuno ancora preghi presuppone che Qualcuno ascolti. Del resto, anche quando si bestemmia, in un certo senso, si pensa che quel Qualcuno ascolti.

FR: Martin Heidegger diceva: «Ormai solo un Dio ci può salvare». Cosa ne pensa?

IG: Credo che Heidegger intendesse dire che nessuno si salva da solo. Ed è vero: come già detto, non siamo esseri autosufficienti, chiusi in noi stessi. La relazione ci precede e ci costituisce. Solo aprendoci alla dimensione dell’altro (e risuonando con lui) riscopriamo il senso autentico della nostra esistenza.

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