Arianna Rozzo, classe 2002, è una cantautrice italiana nata a Caserta, ma cresciuta tra la provincia di Napoli e Bergamo. Ha esordito nel 2021 con il suo singolo «La Teoria del caos» e nel 2024 ha partecipato a Sanremo Giovani con « J’Adore », riuscendo ad arrivare anche tra i semifinalisti. Il suo stile è caratterizzato da un’unione tra pop ed elettronica, con incursioni cantautorali e dialettali, ed affonda le radici nelle origini partenopee di Arianna. Una voce giovane, ma non per questo meno grado di raccontare le sfumature dei sentimenti con una maturità tale da essere selezionata da Vevo tra le «Newcomers 2025», le promesse più interessanti dell’anno.
Martedì 21 aprile, Arianna Rozzo suonerà nel contesto della «Fiera dei Librai» di Bergamo al Chiostro di Santa Marta. In occasione di questo concerto, abbiamo chiacchierato con Arianna per approfondire la sua idea di artista e la sua musica, ma anche per scoprire i suoi progetti futuri.
ES: Prima di tutto, ti andrebbe di raccontarci come è nata la tua passione per la musica?
AR: Sono cresciuta letteralmente immersa nella musica: mia mamma si è diplomata in pianoforte al conservatorio e mi raccontava che, quando ero appena nata, lei continuava a fare lezioni di pianoforte; da una parte mi allattava, mentre dall’altra parte insegnava ai suoi alunni. Quindi ho sempre avuto la musica dentro. E poi – anche se magari non si sente dall’accento – sono originaria di Napoli, quindi sono cresciuta con la canzone partenopea. Tutte queste radici mi hanno accompagnata sin dai primi mesi e i primi anni di vita: canto e ho questa grande passione per la musica da quando ne ho memoria.
ES: Ti sei quindi divisa tra Napoli e Bergamo: l’anima partenopea influenza maggiormente la tua scrittura oppure convive con una componente orobica?
AR: In realtà sono due parti che convivono. Io scrivo canzoni da quando ho sedici anni e ho iniziato componendo canzoni cantautorali che erano prettamente in italiano. Poi ho pensato di tentare un esperimento con il napoletano – quello che è andato a Sanremo Giovani – e, da lì in poi, mi sono resa conto che dire alcuni concetti in dialetto mi permetteva di esprimermi in maniera più spontanea. Anche quando parlo, a volte, mi viene da dire una frase in dialetto, così ho provato a mischiare questo elemento anche nelle mie canzoni. In sintesi, ovviamente, il napoletano è una parte presente nella mia musica, non preponderante ma che si sente.
ES: Sicuramente, in musica, il napoletano ha una fluidità diversa rispetto al bergamasco.
AR: Il bergamasco purtroppo non lo so benissimo; conosco solo qualche parola, ma non l’ho mai imparato abbastanza bene da usarlo.
ES: Se dovessi descriverti come artista o descrivere la tua musica con una sola parola quale sceglieresti?
AR: Direi «sperimentale».
ES: A proposito di sperimentazione: sei stata tra i dodici semifinalisti a Sanremo Giovani nel 2024 e, recentemente, sei stata anche selezionata da Vevo. Cosa significa per te tornare a suonare a Bergamo in un momento così importante della tua carriera?
AR: Mi trovo in un momento in cui fare live e portare fisicamente la mia musica in giro è una priorità. Le esperienze più televisive, digitali, ti danno un certo tipo di visibilità, ma io sono convinta che il pubblico che poi viene ai concerti – la piccola fanbase che si crea – è poi quello che ti fa vivere davvero di musica. Trovo che sia un argomento anche molto attuale: il fatto che quello che succede in televisione, in streaming, per un’artista è importante, ma non ti garantisce di avere poi un futuro da cantante o musicista. Invece il live è proprio una cosa fisica e, per questo, sto spingendo davvero moltissimo su questo aspetto. Farò anche un mini tour al centro-sud quest’estate, però tornare a Bergamo – che è sempre una mia seconda casa – mi fa sempre un piacere immenso.
ES: Riguardo alla parentesi televisiva, che cosa ti ha dato l’esperienza di Sanremo Giovani a livello umano e professionale?
AR: Quando entri in questa tipologia di programmi, che rappresentano la “Serie A”, vedi sia la parte positiva sia la parte un po’ più dura, anche a livello di ritmi e a livello psicologico. Dopo tutto ciò ero sempre più convinta di voler fare questo, perché un’esperienza così forte può avere due conseguenze: o capisci che non è il tuo – perché devi essere sul pezzo 24 ore su 24, con dei ritmi particolari per esempio, passare anche 15 ore chiusa in un camerino, senza sapere quando ti esibirai – oppure, come è successo a me, capisci che, dopo aver fatto quest’esperienza, puoi fare tutto, perché è la tua strada e hai la stoffa per farlo. È stato anche un percorso che ho affrontato insieme al mio manager Fabrizio Frigeni, che mi ha supportata in tutto il percorso.
ES: Per quanto riguarda la tua collaborazione con Netflix (Arianna ha contribuito alla colonna sonora della seconda stagione della serie «Di4ri» nel ruolo di autrice di canzoni come «Brava» e «Odio con odio», ndr), è stato difficile scrivere per una storia non tua?
AR: L’esperienza con Netflix è stata la prima in cui ho lavorato come autrice e mi sono divertita tantissimo. In realtà scrivere pezzi per altri mi viene quasi più semplice: scompare quell’autocritica che è sempre presente quando scrivo un pezzo per me; è come se fosse tutto quanto più facile, come se mi vestissi coi vestiti degli altri e entrassi davvero nella parte. La cosa bella è stata anche la varietà: in alcune occasioni mi mandavano loro una scena su cui avrei dovuto scrivere la canzone di sottofondo, in altre mi mandavano il copione, oppure, in altre ancora, mi davano carta bianca. Mi sono messa alla prova e mi è piaciuto davvero tantissimo, tanto che, attualmente, lavoro anche come autrice per altri progetti. Ha dato via a una sorta di strada parallela, che sicuramente sto continuando con grande piacere.
ES: Invece un pezzo tuo come nasce? Vengono prima le melodie, le immagini o qualcos’altro?
AR: Questa è una cosa molto divertente: io “scrivo” le mie canzoni quando non sto scrivendo veramente, per esempio, quando sono in macchina, sto guidando, sto cucinando o sto andando in università. Quando non sto pensando alle canzoni mi viene un’idea e solitamente mi viene immediatamente la melodia con qualche parola in fake Italian, quindi un testo in italiano, però, con delle parole messe un po’ a caso, che poi il 90% delle volte sono effettivamente le parole che uso nel testo finale. Però mi viene un po’ tutto quanto insieme. L’anno scorso ho partecipato al CET e, durante la mia permanenza lì, ho capito che la melodia è più importante del testo in molte occasioni, quindi, in questo momento, sto cercando anche di sfruttare molto quest’informazione.
ES: E pensi che si percepisca già un cambiamento nell’evoluzione dall’esordio «La teoria del caos» fino all’ultimo singolo «Rip to Me»?
AR: Sì, diciamo che i singoli che ho fatto l’anno scorso sono davvero sperimentali ed escono anche fuori dalla mia comfort zone: sono degli esperimenti che dovevo fare per arrivare a capire che cosa volessi fare attualmente. Quindi, magari, negli ultimi pezzi che ho pubblicato c’è meno melodia e più parte di arrangiamento, ma adesso sto proprio cercando di fare un connubio delle due cose: partire dalla canzone con la melodia, poi aggiungerci il testo e poi lavorare alla produzione, sempre mettendo delle cose un po’ sperimentali.
ES: Il 21 aprile suonerai alla «Fiera dei Librai», quindi la domanda sorge spontanea: se la tua musica fosse un libro, che genere sarebbe?
AR: Questa risposta potrebbe spoilerare un po’ l’album che sto scrivendo, ma sicuramente se la mia musica fosse un libro si collocherebbe vicino al thriller. Però non proprio thriller puro, magari una cosa psicologica.
ES: E secondo te tu sei più una scrittrice che canta o una musicista che racconta?
AR: Bella domanda (ride, ndr). Quando ho iniziato a scrivere a sedici anni, le mie canzoni erano praticamente dei racconti ai quali io aggiungevo la musica. Quindi partivo dal testo, talvolta pienissimo di parole, poi cercavo la melodia: ero decisamente una scrittrice che cantava. Adesso, con tutte quante le esperienze che ho fatto, ritengo che la scrittura e la musica, per me, vadano a braccetto.
ES: Un’ultima domanda invece sull’EP su cui stai lavorando: potresti anticiparci qualcosa sul mood? Sarà più vicino alla freschezza di «J’Ador» oppure all’intimità di «Kintsugi»?
AR: In questo nuovo progetto ci sarà un po’ di tutto. I due elementi preponderanti sono sicuramente la mia anima partenopea e uno stile più elettronico, però sarà un lavoro molto diverso rispetto alle cose che sono uscite. Diciamo che mi sto prendendo del tempo per creare un progetto unico con tanti pezzi che però siano collegati tra di loro. Infatti, in questo momento il mio focus è proprio prendermi anche una pausa dalle pubblicazioni per focalizzarmi sulle canzoni. In generale, sarà un progetto che unisce anche musica disco, elettronica, napoletano, ma che conterrà anche dei pezzi che, pur avendo questi elementi, manterranno anche una certa intimità. Sarà un po’ una sintesi di tutto quello che sono e, per questo, è un progetto che richiede tanto tempo, ma sono molto contenta dei pezzi che stanno uscendo.
Tutte le foto sono state concesse dall’artista
