< Home

Gianluigi Trovesi e la libertà di attraversare la musica

Intervista. Venerdì 7 agosto alle 21 il Maestro inaugura la rassegna «Le 2 Rive del Jazz» a Zorzino di Riva di Solto con «Arie del ’900», insieme al soprano Elena Bertocchi e al pianista Fabio Piazzalunga

Lettura 5 min.
Gianluigi Trovesi

Attraversare la storia della musica senza lasciarsi guidare dai confini dei generi è uno dei tratti più riconoscibili della ricerca di Gianluigi Trovesi. Jazz, musica colta, repertorio popolare, opera, bande, tradizioni europee e improvvisazione convivono da decenni in un percorso artistico che fa della contaminazione uno strumento di indagine. Nelle sue composizioni e nelle sue riletture il passato diventa materia viva, da interrogare e trasformare, capace di dialogare con il presente.Tra i protagonisti più autorevoli del jazz europeo, Trovesi ha costruito negli anni una ricerca che sfugge a ogni definizione univoca. I suoi progetti attraversano secoli di storia musicale, dal repertorio medievale e rinascimentale al Barocco, fino alla musica popolare del Novecento, muovendosi con naturalezza tra scrittura e improvvisazione. Un percorso che affonda le radici nella cultura europea e che, proprio per questo, ha contribuito ad ampliare il linguaggio del jazz, dimostrando come l’improvvisazione possa dialogare con patrimoni musicali molto diversi senza perdere la propria identità.

Questa prospettiva animerà anche «Arie del ’900», il progetto che venerdì 7 agosto alle 21 inaugurerà la presenza della rassegna «Le 2 Rive del Jazz» a Zorzino di Riva di Solto, nel giardino della chiesa dei Santi Ippolito e Cassiano (all’interno della chiesa in caso di maltempo). Insieme al soprano Elena Bertocchi e al pianista Fabio Piazzalunga, il Maestro Trovesi proporrà un itinerario che attraverserà alcune delle pagine più popolari del Novecento musicale: dalle melodie della «Vedova Allegra» di Franz Lehár ai classici della canzone napoletana, dalle commedie musicali di Gorni Kramer fino alle colonne sonore di Ennio Morricone e Nino Rota.

Il progetto nasce dal desiderio di riportare in vita il paesaggio sonoro che accompagnava la quotidianità della prima metà del secolo scorso, quando, nelle località termali e nei luoghi di villeggiatura, la musica costituiva parte integrante dell’esperienza collettiva. Operette, canzoni, musica da film, swing e repertorio classico convivevano senza gerarchie, condividendo la stessa funzione: accompagnare il tempo libero, l’incontro, la socialità. In quel contesto la distinzione tra musica «colta» e «musica leggera», oggi così radicata, appariva molto meno netta di quanto siamo abituati a immaginare. È proprio questo orizzonte culturale che il Maestro Trovesi torna a esplorare: il repertorio storico ritrova valore attraverso un linguaggio contemporaneo, mentre improvvisazione, arrangiamento e libertà interpretativa restituiscono a quelle melodie tutta la loro vitalità. Ci siamo incontrati per parlare del rapporto tra jazz e memoria musicale europea, del significato della contaminazione come pratica creativa e dello sguardo con cui osserva il presente della scena jazzistica italiana.

CD: La sua ricerca musicale ha spesso dimostrato che il jazz può diventare uno strumento per rileggere la memoria musicale europea, più che un linguaggio importato dagli Stati Uniti. È una prospettiva che sente ancora attuale?

GT: La domanda è giusta, è una ricerca che accompagna tutto il mio percorso. Il primo disco che ho inciso era già legato alla musica fiorentina del Trecento, quindi a un repertorio profondamente europeo e ancora oggi continuo a lavorare in quella direzione. Uno degli ultimi lavori, realizzato con il Maestro Stefano Montanari, direttore del Teatro Petruzzelli di Bari, e musicisti specializzati nel repertorio barocco, nasce proprio da questo interesse. Qualche anno fa ho dedicato un progetto alla musica mediterranea, poi ai miti greci insieme al violoncellista Remondini. Sono tutti spunti che mi interessano perché permettono di costruire un racconto. Per spiegare come vedo il jazz uso spesso un’immagine: il delta di un grande fiume, con tanti piccoli isolotti in cui ognuno custodisce qualcosa di interessante. Se pensiamo al fiume Po, dal Monviso fino al delta, pur rimanendo lo stesso, cambiano la vegetazione, gli animali, le atmosfere, i paesaggi. Per me il jazz è questo. È un modo di affrontare la musica. Ci si può spostare da un periodo storico all’altro scegliendo stilemi che diventano interessanti dal punto di vista compositivo. Noi non siamo Stravinskij: noi partiamo da piccoli spunti, li sviluppiamo e raccontiamo delle storie. Anche la parola «jazz» rischia di essere riduttiva. È un po’ come dire «metallo»: dentro ci stanno il mercurio, l’oro e tanti altri materiali diversi. Così il jazz, da quando è nato, ha continuato ad assorbire linguaggi che inizialmente non gli appartenevano. Per questo, sì, preferisco considerarlo un atteggiamento verso la musica, più che un genere.

CD: Nel suo percorso ha attraversato il repertorio colto, la musica popolare, l’opera, la banda, il folklore. Guardando indietro, qual è il filo rosso che lega tutte queste esplorazioni?

GT: Per me il filo rosso è qualcosa di molto personale. Ogni tanto torno perfino a suonare nella banda del mio paese. Non perché quello debba necessariamente servirmi per altri progetti, ma perché fa parte della mia storia. Molto dipende dagli incontri e dalle occasioni. Mi viene sempre in mente Lee Konitz: gli chiesero perché non avesse mai fatto un solo in un disco pop e lui rispose semplicemente che non glielo aveva mai chiesto nessuno. Anch’io spesso parto da un’idea, ma aspetto che qualcuno mi proponga un progetto e allora provo a svilupparla. Mi interessa soprattutto il suono. Continuo a utilizzare strumenti come il clarinetto contralto, che quasi nessuno suona, proprio per il suo colore timbrico. E con gli stessi strumenti mi piace passare dalle villanelle rinascimentali al cabaret berlinese degli anni Venti, fino al jazz degli anni Quaranta. Mi piace attraversare epoche, geografie e linguaggi. Non sono un purista.

CD: E dunque come si mantiene vivo un patrimonio musicale così ricco senza ridurlo a un esercizio di conservazione?

GT: Dipende dai periodi storici. Penso ai musicisti italiani di inizio Novecento e alle generazioni degli anni Ottanta che hanno rivisitato e riscoperto la cultura musicale italiana da Monteverdi in poi. Ogni generazione può tornare a guardare il passato e trovarci qualcosa di nuovo. Mi viene in mente una riflessione di Stravinskij: da una musica si può partire per raccontare altre storie. Vale anche per il cinema. Un regista può decidere oggi di girare un film in bianco e nero richiamando gli anni Trenta. Non è difficile guardare indietro. La vera difficoltà è riuscire a creare qualcosa che interessi le persone di oggi.

CD: Entriamo allora in «Arie del ’900». Da dove nasce questo progetto?

GT: È un progetto nato inizialmente insieme a Gianni Bergamelli (artista e musicista appassionato di jazz scomparso nell’agosto 2025, ndr), al quale oggi è dedicato, e che poi è cresciuto fino a diventare il trio con Elena Bertocchi e Fabio Piazzalunga. L’idea è recuperare un mondo sonoro precedente all’esplosione dell’elettronica. Fino agli anni Cinquanta, almeno dalle nostre parti, non esistevano strumenti amplificati e il modo di ascoltare era completamente diverso. Quando ho iniziato a suonare, tra il 1958 e il 1959, nelle sale da ballo erano ancora “nell’aria” le operette, le canzoni di Bixio, tantissime melodie che facevano parte della vita quotidiana. Contemporaneamente stavano arrivando linguaggi nuovi e, poco dopo, il rock avrebbe cambiato tutto. Ma per un periodo questi mondi convivevano naturalmente.

CD: Nel concerto convivono Lehár, Gorni Kramer, la canzone napoletana, Morricone e Nino Rota. Che cosa tiene insieme repertori così diversi?

GT: La bellezza delle melodie. Pensiamo alle località termali come San Pellegrino o Boario. Io ho suonato per tanti anni a San Pellegrino e la gente passeggiava, beveva l’acqua e ascoltava sinfonie d’opera, operette, canzoni napoletane, musica da film. Tutto conviveva senza che nessuno sentisse il bisogno di dividere rigidamente un genere dall’altro. Con questo progetto proviamo a recuperare proprio quell’atmosfera. È come se prendessimo una tessera di un grande mosaico e la portassimo a Zorzino. Naturalmente non si tratta di una riproposizione filologica, si cerca sempre di creare arrangiamenti nuovi, di animare il materiale originale, di guardarlo da un’altra prospettiva. L’idea è restituire quella musica.

CD: Negli ultimi anni la scena jazz italiana sembra attraversare una nuova stagione di vitalità, con molti giovani musicisti che dialogano con elettronica, canzone d’autore e altri linguaggi. Che cosa la colpisce di questa generazione?

GT: Più che incuriosirmi, mi rende quasi invidioso. Hanno una preparazione straordinaria. Possono studiare jazz nei Conservatori, andare negli Stati Uniti, confrontarsi con musicisti di tutto il mondo. Noi molte cose le abbiamo imparate a orecchio. Quello che invece mi sembra mancare è il terreno dove fare esperienza. Quando ero ragazzo esisteva un vero sottobosco musicale. Si suonava il sabato sera, la domenica pomeriggio e la domenica sera. Significava arrivare facilmente a più di cento concerti in un anno. Era lì che si imparava davvero il mestiere. Oggi trovatemi un giovane musicista che riesca a fare centoventi o centotrenta concerti all’anno. È molto difficile. Sono bravissimi, hanno una preparazione incredibile e strumenti che noi non avevamo, ma la società gli offre meno occasioni per raccontare le loro storie. E questo, forse, è il cambiamento più grande.

Approfondimenti