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Lo smartphone ci fa bene o ci fa male?

Articolo. «Sentirsi. Un’antropologia dello smartphone» di Andrea Balbi e Giuseppe Cerulo parte da un oggetto che crediamo di conoscere benissimo per mostrare quanto poco ci siamo interrogati sul suo significato sociale

Lettura 8 min.
(Foto Shutterstock.com)

Avevo poca ispirazione per questa puntata di «Tecnosofia», così ho fatto quello che faccio quando sono a corto di idee: sono andata in libreria, precisamente nella sezione dedicata ai new media e alla sociologia. Un po’ per indole, un po’ per formazione, l’occhio mi è caduto su «Sentirsi. Un’antropologia dello smartphone», libro di Andrea Balbi e Giuseppe Cerulo, pubblicato lo scorso luglio dalla casa editrice «Il Mulino». Già l’accostamento tra antropologia e smartphone mi ha incuriosita, perché rompe una distinzione che siamo abituati a dare per scontata: da una parte la tecnologia, fredda, funzionale, quasi estranea alla dimensione emotiva. Dall’altra l’essere umano, con le sue relazioni, i suoi bisogni, le sue contraddizioni. Il libro parte proprio da questa dicotomia e prova a smontare la logica secondo cui lo smartphone potrebbe – o dovrebbe – avere solo effetti negativi o positivi.

È una domanda che, a forza di ripeterla, è diventata quasi priva di senso: lo smartphone ci fa bene o ci fa male? Gli autori suggeriscono piuttosto di partire dalle pratiche quotidiane, da quello che facciamo concretamente con questo oggetto e dal modo in cui esso si è inserito nella nostra esperienza. Lo smartphone è contemporaneamente molte cose: permette di raggiungere una persona che si trova a migliaia di chilometri e, nello stesso tempo, ci offre una scusa perfetta per non rivolgere la parola a chi siede accanto a noi. Conserva fotografie e conversazioni che ci consentono di tornare nel passato, ma può anche trasformare ogni esperienza presente in qualcosa da documentare. Ci espone continuamente alla vita sociale e, nello stesso tempo, ci permette di costruire intorno a noi una piccola nicchia privata di attenzione. È questa ambivalenza, più che qualsiasi giudizio morale, a renderlo interessante.

Lo smartphone non distrugge la socialità, la rende più complessa

Una delle intuizioni più stimolanti del volume riguarda proprio il rapporto tra smartphone e socialità. Siamo abituati a pensare che la tecnologia ci abbia progressivamente isolati, come se prima della diffusione capillare dello smartphone esistesse una forma più autentica e compatta di vita collettiva che il piccolo schermo avrebbe progressivamente dissolto. Balbi e Cerulo propongono invece una lettura molto meno nostalgica e molto più sociologica: lo smartphone non elimina la dimensione sociale, ma la rende personale, intermittente, selettiva, profondamente intrecciata alla percezione che ciascuno ha di sé.

Gli individui contemporanei vivono una condizione ambivalente: da una parte hanno bisogno di sentirsi immersi nella vita collettiva, quasi trovassero nella società un’estensione del proprio sé. Dall’altra possono vivere quello stesso coinvolgimento come una forma di costrizione. Vogliamo appartenere e contemporaneamente vogliamo proteggerci dall’appartenenza. Vogliamo essere informati su ciò che accade e, nello stesso momento, rivendichiamo il diritto di sottrarci agli stimoli incessanti che ci offre il mondo. Lo smartphone rende possibile questa contraddizione perché ci consente di modulare continuamente il nostro grado di presenza. Possiamo essere fisicamente in mezzo agli altri e mentalmente altrove, oppure essere lontani da qualcuno e renderlo immediatamente presente attraverso una telefonata. Pensiamo a un autobus, a una metropolitana, a una sala d’attesa: siamo circondati da sconosciuti con i quali condividiamo uno spazio, ma non siamo obbligati a entrare in relazione.

Erving Goffman aveva definito «disattenzione civile» quella forma di comportamento attraverso cui riconosciamo la presenza degli altri senza trasformarla in un invito all’interazione.

Lo smartphone diventa così uno strumento per stare “soli assieme”, un’espressione che gli autori utilizzano per descrivere una condizione nella quale condividiamo lo stesso spazio ma possiamo ritagliarci una porzione individuale di attenzione. La conseguenza è meno banale di quanto sembri: cambia il significato stesso della presenza.

Gli autori parlano dello smartphone come di un «ambasciatore di socialità incorporata»: una definizione efficace per descrivere un oggetto che porta con noi relazioni, contatti e possibilità di interazione che non dipendono più dalla prossimità fisica. La vera rivoluzione, forse, sta proprio nel fatto che non abbiamo più bisogno di essere nello stesso luogo per condividere un tempo . Ma nemmeno dobbiamo essere necessariamente disponibili a chi si trova nello stesso luogo in cui siamo noi. Il risultato non è una società meno sociale. È una società nella quale la socialità è diventata più mobile, più frammentata e, soprattutto, più personalizzata.

Questa personalizzazione riguarda anche il modo in cui viviamo gli avvenimenti collettivi. Attraverso lo smartphone, il sociale entra direttamente nella sfera personale. Una guerra, una crisi politica, una tragedia, una protesta, una scelta legislativa, persino un episodio di cronaca possono arrivare sullo schermo e diventare immediatamente materia di emozione individuale. Non assistiamo soltanto a ciò che accade: siamo continuamente sollecitati a dire come ci fa sentire. È una trasformazione importante, perché produce quello che gli autori definiscono un «sentire personale degli affari collettivi». La società viene percepita attraverso la lente dell’esperienza individuale e gli eventi pubblici vengono continuamente tradotti in categorie private: mi riguarda, mi indigna, mi spaventa, mi commuove, mi offende.

Il confine tra pubblico e privato si assottiglia. La vita collettiva entra nella nostra sfera emotiva e, contemporaneamente, la nostra risposta emotiva viene restituita allo spazio pubblico attraverso i social network. Il telefono diventa così il luogo nel quale il sociale e il personale si incontrano continuamente, senza che sia più facile stabilire dove finisca l’uno e cominci l’altro.

Il passato che ritorna e il presente che diventa immagine

Se lo smartphone ha trasformato il nostro modo di stare con gli altri, ha trasformato anche il nostro modo di stare con noi stessi. È forse questo uno degli aspetti più interessanti del libro. Henri Bergson, riflettendo sulla formazione della personalità, osservava come crescere significhi anche scegliere: l’infanzia contiene molte possibilità ancora indistinte, ma il tempo costringe progressivamente a prendere una direzione, lasciandone altre alle spalle.

La nostra identità è fatta anche di ciò che abbiamo smesso di essere. Per molto tempo questa parte della nostra storia è stata affidata alla memoria, una materia inevitabilmente selettiva e imperfetta. Lo smartphone ha introdotto qualcosa di diverso: la possibilità di conservare una quantità sterminata di tracce della nostra esistenza e di riportarle nel presente.

Le fotografie, i messaggi, i numeri di telefono, le conversazioni, i profili, le playlist, i luoghi visitati non scompaiono necessariamente quando noi smettiamo di frequentarli. Rimangono disponibili. E ciò che rimane disponibile può, prima o poi, tornare a presentarsi. È sufficiente che un’applicazione ci mostri una fotografia di dieci anni fa perché una persona che credevamo appartenesse definitivamente al passato torni, per qualche secondo, nel nostro presente. Le «macerie» di cui parla Bergson, dunque, non sono più necessariamente sepolte nel passato: possono essere archiviate e riattivate.

Lo stesso vale per la fotografia. Scattare una fotografia è diventato talmente naturale che abbiamo quasi dimenticato che ogni fotografia è una scelta. Quando inquadriamo qualcosa, decidiamo che cosa entrerà nell’immagine e che cosa resterà fuori. La realtà, invece, non funziona così: è simultanea, eccedente, piena di dettagli che non controlliamo. Pierre Bourdieu aveva già mostrato quanto questo gesto fosse culturalmente e socialmente costruito: fotografare non significa semplicemente registrare ciò che vediamo, ma applicare criteri, convenzioni e valori a ciò che decidiamo di rendere visibile. Con lo smartphone questa selezione è diventata permanente e quasi istantanea.

Non fotografiamo soltanto ciò che vogliamo ricordare: sempre più spesso fotografiamo mentre stiamo ancora vivendo. La tecnologia introduce una domanda più interessante di quella, ormai logora, sul tempo passato davanti allo schermo. Che cosa succede a un’esperienza quando sappiamo, fin dall’inizio, che possiamo trasformarla in una fotografia? Non è necessario rispondere che fotografare impoverisca l’esperienza. Sarebbe la stessa semplificazione che il libro invita a evitare. Una fotografia può essere memoria, condivisione, affetto, testimonianza; può permetterci di conservare un dettaglio che altrimenti avremmo perso. Ma può anche introdurre una distanza tra noi e ciò che stiamo vivendo, perché nel momento stesso in cui guardiamo qualcosa possiamo già iniziare a guardarlo come immagine.

È proprio questa ambivalenza a rendere lo smartphone un oggetto antropologicamente interessante. Non ci mette semplicemente davanti a una scelta tra vita reale e vita digitale. Ci costringe piuttosto a osservare come le due dimensioni si siano ormai intrecciate.

Lo smartphone , il rassicurante capro espiatorio

È nelle conclusioni del libro che questa ambivalenza trova forse la formulazione più interessante. Gli autori invitano a non chiedersi se lo smartphone faccia bene o faccia male, perché la domanda è già costruita in modo da produrre una risposta troppo semplice. Bisognerebbe invece concentrarsi sull’unicità del rapporto che ciascuno di noi stabilisce con il proprio dispositivo. Gli studi sulla scienza e sulla tecnologia parlano di mutual shaping, cioè di un modellamento reciproco: lo smartphone ci influenza nel vivere quotidiano, contribuisce al modo in cui sentiamo di essere al mondo, amplifica le nostre emozioni e quelle degli altri, ma contemporaneamente noi adattiamo il telefono alle nostre necessità. È un oggetto prodotto in serie che, una volta entrato nella biografia di una persona, acquista una singolarità che nessuna catena industriale aveva previsto.

Ma c’è una parola delle conclusioni del libro che trovo particolarmente significativa, o forse è meglio dire rassicurante. Lo smartphone è diventato rassicurante perché è sempre lì. È facilmente raggiungibile, non richiede particolari competenze, esistono modelli per quasi tutte le tasche e, una volta entrato nelle nostre abitudini, diventa una presenza discreta, anche quando quella discrezione si trasforma in invasione. Ci rassicura perché promette continuamente una soluzione all’incertezza. Non so dove andare? C’è una mappa. Non ricordo qualcosa? Posso cercarlo. Non so come raggiungere qualcuno? Posso chiamarlo. Non so che cosa significhi una parola? Posso scoprirlo in pochi secondi. Sono sola? Posso scrivere a qualcuno. Ho bisogno di una conferma? Posso cercarla. Il telefono sembra dirci, in continuazione, che una soluzione è a portata di mano.

Ed è curioso che proprio questo oggetto, al quale chiediamo una rassicurazione quasi permanente, sia diventato anche uno dei capri espiatori più comodi della nostra quotidianità. Siamo in ritardo perché il telefono si è spento, non troviamo la strada perché non c’è connessione, non riusciamo a dormire perché continuiamo a guardare lo schermo, non rispondiamo perché non avevamo linea. Lo smartphone diventa il destinatario ideale di una quantità di colpe che gli attribuiamo con una facilità quasi automatica.

Il paradosso è che lo stesso oggetto che accusiamo di aver creato il problema viene immediatamente convocato per risolverlo. È una promessa di controllo che non può essere mantenuta fino in fondo, ma alla quale continuiamo volentieri ad affidarci. Forse perché l’incertezza, nella vita quotidiana, è molto più difficile da sopportare di quanto amiamo ammettere. Eppure lo smartphone non è soltanto una questione privata. I nostri rapporti interpersonali passano attraverso il suo schermo, così come le informazioni su ciò che accade nel mondo, la propaganda, la disinformazione, le immagini e le narrazioni attraverso cui costruiamo una percezione della realtà. È uno degli strumenti attraverso cui la società contemporanea prende forma davanti ai nostri occhi. Anche in questo caso, però, non esiste un’esperienza unica. C’è chi percepisce lo smartphone come un’appendice tecnologica che impoverisce i rapporti e favorisce la circolazione di informazioni false. C’è chi lo considera invece uno strumento indispensabile per entrare in relazione con gli altri, talvolta persino l’unico strumento concretamente accessibile per chi vive una disabilità fisica invalidante. Lo stesso oggetto può quindi rappresentare isolamento per qualcuno e possibilità di relazione per qualcun altro.

Ed è proprio per questo che il libro torna all’antropologia. Potremmo pensare che uno smartphone sia troppo nuovo per essere letto attraverso gli strumenti concettuali elaborati dai classici della sociologia e della filosofia. In realtà, gli autori sostengono l’opposto. La novità tecnologica non cancella necessariamente le forme fondamentali dell’esperienza umana. Lo smartphone può cambiare le nostre abitudini, ma continua a lavorare con materiali antichi: la voce, la parola, la scrittura, la comunicazione visiva, il desiderio di guardarsi e di essere guardati, la possibilità di viaggiare, la nostalgia, l’amore, l’odio, la memoria, il bisogno di relazione. Per questo, sottolineano gli autori, i classici continuano a parlarci anche dentro lo smartphone: non perché la tecnologia sia rimasta uguale, ma perché gli esseri umani non hanno smesso di esserlo.

È forse questa la parte più convincente della riflessione di Balbi e Cerulo. Lo smartphone non è un oggetto che si è semplicemente imposto sulla nostra vita dall’esterno. È diventato il luogo nel quale una parte della nostra vita ha trovato una nuova forma. Lo smartphone è umano non perché ci renda più umani, ma perché attraverso di esso passano alcune delle esperienze che più profondamente ci definiscono: comunicare, ricordare, desiderare, orientarci, cercare gli altri e, qualche volta, sottrarci a loro.

La domanda iniziale, allora, resta senza una risposta definitiva: non è lo smartphone, da solo, a farci bene o male. Siamo noi, nel modo in cui lo incorporiamo nella nostra esistenza, a trasformarlo continuamente in qualcosa di diverso.