Cโรจ un equivoco che attraversa quasi ogni dibattito pubblico sui giovani e il lavoro in Italia: lโidea che NEET significhi ยซinattivoยป. Non รจ cosรฌ. NEET โ acronimo inglese per Not in Education, Employment or Training โ indica semplicemente chi non risulta iscritto a un percorso formativo e non รจ classificato come occupato. Ma allโinterno di questa definizione convivono situazioni radicalmente diverse, e la confusione tra NEET e inattivitร รจ precisamente il meccanismo attraverso cui una categoria statistica diventa uno strumento di mistificazione.
Il report ISTAT ยซLivelli di istruzione e ritorni occupazionaliยป, pubblicato il 3 dicembre 2025, lo dice con chiarezza nei dati, anche se raramente chi lo cita ne trae le conseguenze analitiche dovute. In Italia, nel 2024, la quota di giovani tra i 15 e i 29 anni classificati come NEET รจ pari al 15,2 per cento, in calo di 0,9 punti rispetto al 2023, ma ancora significativamente superiore alla media europea dellโ11,1 per cento. Siamo quasi ultimi in Europa, davanti solo alla Romania (19,4 per cento), e molto distanti da Germania (8,7 per cento), Francia (12,5 per cento) e Spagna (12 per cento).
Ma chi sono, davvero, questi giovani? Lo stesso report ISTAT rivela un dato che dovrebbe essere al centro di qualsiasi discussione seria: due terzi dei NEET non sono affatto inattivi nel senso comune del termine. Il 33,6 per cento รจ disoccupato, cioรจ cerca attivamente lavoro, e un ulteriore 32,5 per cento appartiene alle cosiddetteยป forze di lavoro potenzialiยป, ossia persone disponibili a lavorare ma che non soddisfano tutti i criteri tecnici per essere classificate come disoccupate. Solo il restante 33,9 per cento rientra tra gli inattivi che non cercano un impiego e non sono disponibili a lavorare.
Tradotto: su tre NEET, due vogliono lavorare e non ci riescono. Uno solo ha smesso di cercare. Eppure il racconto pubblico dominante li tratta tutti come se appartenessero a questa ultima categoria. In televisione, quando si parla di NEET, si racconta spesso di giovani scoraggiati e spaventati dal mondo che non escono dalle loro camerette. Nelle trasmissioni piรน โconfuseโ si arriva a sovrapporli ai cosiddetti hikikomori, vale a dire le persone che si ritirano volontariamente dalla societร . Tornando ai NEET reali, il quadro si complica ulteriormente guardando la composizione per titolo di studio. I NEET non sono concentrati tra i meno istruiti. Il 55,3 per cento di loro ha un diploma di scuola superiore e lโ11,5 per cento addirittura una laurea . Questo dato smentisce la narrativa secondo cui il fenomeno NEET sarebbe principalmente il frutto di abbandono scolastico o scarsa formazione. Una persona laureata che cerca lavoro da mesi senza successo รจ classificata NEET esattamente come chi ha smesso di studiare a 16 anni e non ha mai cercato un impiego. La categoria appiattisce differenze che sarebbe invece essenziale distinguere.
Il divario territoriale aggiunge unโulteriore dimensione al problema. Nel Mezzogiorno il 73,8 per cento dei NEET si dichiara interessato al lavoro, contro il 56,2 per cento al Nord e il 58,3 per cento al Centro. Sempre il sopracitato rapporto ISTAT ci dice che, nel Sud, un NEET disoccupato su due cerca lavoro da almeno un anno. E che il 52,8 per cento dei NEET disoccupati di lunga durata risiede nelle regioni meridionali. Non si tratta di giovani che hanno rinunciato, bensรฌ di giovani che cercano e non trovano, perchรฉ il tessuto produttivo locale non genera abbastanza opportunitร . O meglio, le genera ma spesso sotto forma di lavoro nero. ร qui che si innesta il nodo dellโeconomia sommersa, che il report ISTAT non tocca direttamente ma che ogni analisi seria del fenomeno NEET meridionale deve considerare. Lโeconomia irregolare in Italia vale tra i 2,9 e i 3,2 milioni di unitร di lavoro a tempo pieno. Circa il 12-13 per cento del totale secondo le stime ISTAT sullโeconomia non osservata. I settori piรน colpiti dallโirregolaritร โ agricoltura, edilizia, ristorazione, lavoro domestico โ sono esattamente quelli in cui i giovani meridionali trovano piรน frequentemente impiego. Una quota di chi appare come NEET nelle statistiche, in quelle aree, lavora giร , ma lo fa senza contratto, senza contributi, senza tutele, e quindi risulta invisibile ai sistemi di rilevazione.
Chiamare ยซinattivoยป chi รจ intrappolato nel lavoro nero equivale a capovolgere la realtร : non รจ il giovane ad essere fuori dal sistema, รจ il sistema ad averlo incluso nel suo lato oscuro. Il report ISTAT conferma anche che il ยปpremio occupazionaleยป dellโistruzione in Italia esiste, ma รจ significativamente piรน basso che nel resto dโEuropa. Nel 2024 il tasso di occupazione dei neo laureati 20-34enni raggiunge il 77,3 per cento, 9,4 punti sotto la media europea dellโ86,7 per cento. Per i neo diplomati la distanza รจ ancora piรน marcata: 60,6 per cento contro il 76,2 per cento in Europa. Nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione dei neo laureati si ferma al 64,6 per cento, contro lโ86,1 per cento del Nord. Un divario di oltre 21 punti non dipende dalla qualitร della formazione, ma dalla debolezza della domanda di lavoro locale.
Tutto questo disegna un quadro in cui il problema non รจ la pigrizia o la passivitร dei giovani italiani. ร il mercato del lavoro formale che non li assorbe abbastanza, concentrato in aree geografiche specifiche, strutturalmente incapace di valorizzare i titoli di studio che il sistema formativo produce. La categoria NEET, nellโuso politico e mediatico che spesso se ne fa, trasforma questo fallimento strutturale in un dato biografico individuale, quasi fosse una fragilitร psicologica del soggetto anzichรฉ il prodotto di un sistema che non funziona.
