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Scuola e alternanza formativa: la rivoluzione mancata contro il mismatch

Articolo. L’ANALISI / 2 - Occorre rompere il tabù dell’integrazione scuola-lavoro per andare oltre un approccio ancora troppo nozionistico e privo di contatti con la realtà del mondo delle imprese. È l’unica via per interrompere la vecchia linearità formazione-lavoro e maturare finalmente competenze e abilità spendibili sul mercato delle professioni

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Quello che ancora non va nell’approccio della scuola

Non solo “sapere”, ma anche “saper fare” e “saper essere”. Questa la chiave per avere successo nel mondo del lavoro, e più in generale nella vita, che dovrebbe essere uno dei compiti principali del sistema educativo e di istruzione. Nella realtà dei fatti, oltre a una diversa attenzione da parte delle imprese, anche il mondo della scuola (soprattutto quello non professionalizzante) sembrerebbe ancora troppo legato a un approccio nozionistico, fatto di tante lezioni frontali e mai nulla di pratico.
Occorre quindi fare un passo in avanti: scendere dalla cattedra e rimboccarsi le maniche per progettare l’alternanza formativa con le imprese. L’obiettivo? Rompere il tabù dell’integrazione scuola-lavoro, un passaggio fondamentale per preparare i giovani alla vita adulta, permettendo loro di maturare competenze e abilità spendibili nei contesti professionali e riducendo il periodo di transizione nel mondo del lavoro che vede l’Italia fanalino di coda in Europa (Dato Eurostat. Italia: 10.5 mesi; media UE: 6.5 mesi).

 

Il paradosso è che per affrontare questi problemi non mancano gli strumenti ma una capacità di progettazione efficace dell’alternanza formativa, di cui soprattutto il mondo della scuola superiore deve farsi carico.
I Percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento (Pcto, ex alternanza scuola-lavoro), introdotti nel 2018 a modifica di quanto previsto dalla riforma della Buona Scuola del 2015, sono in Italia lo strumento principale, e obbligatorio, con cui gli istituti formativi (licei, istituti tecnici e istituti professionali) hanno il compito di progettare, o co-progettare con le imprese, percorsi di alternanza formativa per gli studenti. Come rivelato dalla ricerca di Adapt, i Pcto sono infatti il primo ponte di contatto con il mondo del lavoro per circa il 40% dei giovani considerati nel campione.
Notizia positiva se non fosse che, come emerge dalla lettura dei curriculum vitae dei giovani, in grandissima parte queste esperienze sono caratterizzate da una eccessiva intermittenza, breve durata (in certi casi non si va oltre le due settimane) e un mansionario fin troppo scarno e poco stimolante per credere davvero che siano un mezzo di sviluppo di competenze professionali e trasversali. Un approfondimento si può leggere qui.

Le competenze, prima chiave di volta

Una cartina tornasole del fatto che, come sottolineano alcuni esperti, la costruzione dei percorsi di alternanza formativa viene vista dagli istituti ancora come un onere burocratico imposto dal legislatore o, nel migliore dei casi, come una “parentesi didattica”, non certo di sistema, un po’ alternativa al modo di fare scuola tradizionale. Un approccio che certamente non rende giustizia alle più solenni dichiarazioni contenute nelle linee guida dei Pcto del Ministero, dove si legge che l’istruzione e la formazione sono chiamate a svolgere un ruolo chiave nel processo di cambiamento della società e del mondo economico e lavorativo.

Vien da sé che le competenze trasversali, esplicitate anche nella denominazione scelta (Percorsi per le competenze trasversali…), devono rappresentare la chiave di volta dell’alternanza formativa. All’inglese note anche come soft skills o character skills, queste competenze fanno riferimento alla dimensione caratteriale e personale che si sviluppa nei contesti sociali e di lavoro in cui vivono e operano le persone. Non più ciliegine sulla torta per pochi talenti, ma competenze che sono sempre più fondamentali in tutti gli ambiti professionali.
Già nel 2015 un’indagine di Unioncamere aveva rivelato come nel 78% dei casi gli imprenditori le considerano alla pari delle hard skills, ossia le competenze tecnico-professionali. Il sistema camerale, anche nelle più recenti rilevazioni, ha confermato quanto il saper lavorare in gruppo, il problem solving, il lavorare in autonomia e la flessibilità e l’adattamento siano competenze ormai richieste ad un livello alto per quasi tutte le professioni.

 
 

La posta in gioco è alta. Come emerge da una recente ricerca della Fondazione per la Scuola, il rilancio delle competenze trasversali parte anche dal fronte economico, con gli studi sulla natura e la formazione del capitale umano per affrontare le trasformazioni del lavoro, nonché impostare una prospettiva formativa in grado di insegnare alle persone come leggere e governare i cambiamenti. Una evoluzione che si ripercuote nella necessità di acquisire competenze e comportamenti non di routine e non standard, adottando un forte approccio personalizzato per la formazione della persona.

Una carenza è anche nel ritardo dei docenti

Lo stesso World Economic Forum ha messo in evidenza che tra le competenze più ricercate nel futuro ci saranno il pensiero analitico e critico, la creatività, il problem solving e la resilienza, nonché la capacità di adattarsi a situazioni sempre nuove. Elementi che non si apprendono solo sui libri, ma che necessitano di essere messi alla prova nei contesti reali o simulati, oltre che di costante allenamento.

 

Tuttavia, gli istituti formativi superiori, soggetti promotori dei percorsi di alternanza formativa, che più di tutti dovrebbero aiutare nello sviluppo di queste competenze, siano essi generalisti o professionalizzanti, molto spesso non sembrano essere all’altezza della sfida. Recenti rilevazioni di Unioncamere sul territorio di alcune provincie Lombarde (tra cui Bergamo) hanno infatti messo in evidenza come in molti casi l’anello debole del sistema sia rappresentato dalla poca preparazione dei docenti e dalla difficoltà nel cogliere l’importanza di questi percorsi, mettendo in piedi dei progetti realmente finalizzati allo scopo.

Tirando le somme, la scuola sembra essere impostata su un sistema troppo sequenziale (prima studi poi, forse, lavori), non sempre capace di formare le competenze trasversali facendo buon utilizzo degli strumenti dell’alternanza formativa. In molti casi è lampante una certa disaffezione al lavoro pratico, invece fondamentale per imprimere quelle competenze e quelle attitudini in grado di incidere positivamente sugli esiti professionali dei giovani. Come ben messo in evidenza in una ricerca sul tema dell’alternanza formativa: «È finita l’epoca della linearità tra formazione e lavoro».
Gli istituti devono costruire ponti di contatto con i contesti professionali fin dall’inizio, accrescendo la possibilità dei giovani di costruire attivamente la propria vita lavorativa, munendoli delle competenze (soprattutto trasversali) necessarie per affrontare il lavoro attraverso lo sviluppo integrale della persona.

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