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Bambini dipendenti da smartphone: problemi, prevenzione e rimedi

Articolo. Gli strumenti digitali finiscono in mano a piccoli e piccolissimi. Ma attenzione: è come dare loro delle cesoie o il volante di un’auto. I rischi ci sono, ecco come difendersi

Lettura 4 min.

Insegniamo ai liceali bergamaschi a staccarsi dallo smartphone, ma non ci rendiamo conto che i problemi di dipendenza dagli strumenti digitali nascono molto prima, nella primissima infanzia. Abbiamo fatto una chiacchierata a riguardo con Mark Morbe, psicologo e direttore dell’Istituto di Psicosomatica Integrata di Bergamo e con Matilde Zanchi, referente dell’Associazione nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e cyberbullismo per la città di Bergamo.
Lo diciamo subito: l’alternativa ai device non è il telefonino finto. La tecnologia è così intuitiva che non occorre certo un “allenamento” per imparare a usare lo smartphone. Piuttosto stimolate la fantasia di vostro figlio facendogli costruire uno smartphone di legno. Oppure seguite questi consigli.

Una storia vera

Tra i casi di cui si sono occupati i due psicologi, quello di una bambina di 2 anni e mezzo con forti ritardi nello sviluppo motorio linguistico e relazionale, tali da fare presagire un ritardo mentale. “Quello che è emerso, invece, è un contesto di deprivazione degli stimoli per cui la bambina era molto indietro rispetto alle tappe dello sviluppo – spiega Mark Morbe – La bambina era perennemente connessa al cellulare o alla televisione, anche quando non lo richiedeva, in ottica preventiva. I genitori si sono allarmati con l’ingresso all’asilo, quando il confronto con i pari rendeva evidente il ritardo dello sviluppo. È stato fatto un lavoro con i genitori e la bambina sta migliorando, ma quella dei primi anni di vita è una finestra fondamentale, non sappiamo quindi quanto recupererà”.

Questo caso è un esempio di quanto il problema sia sottovalutato: “Non è l’unico dove vediamo bambini anche molto piccoli con una dipendenza – dice Mark Morbe – Noi lavoriamo spesso con adolescenti, anche nelle scuole, ma stiamo cercando di farlo già alle elementari o prima perché bisogna fare prevenzione”.

I danni non sono solo cognitivi e relazionali, ma anche banalmente legati alla postura: “Piegandoci in avanti, come facciamo guardando lo smartphone, la testa pesa in modo diverso sull’articolazione cervicale rispetto e ci facciamo male alla cervicale, questo produce il cosiddetto ‘Tech neck’ e mal di schiena cronico”.

Matilde Zanchi e Mark Morbe

Piuttosto è meglio la tv

Secondo le raccomandazioni della Società italiana di Pediatria, prima dei 2 anni i bambini non andrebbero proprio sottoposti a schermi. Fra i 2 e i 5 anni il tempo consigliabile è di un’ora, che diventano due fra i 5 anni e gli 8. Non tutti gli strumenti sono uguali: bisogna privilegiare quelli che consentono di mantenere una relazione. Spiega Mark Morbe: “Un conto è vedere Peppa Pig da soli sul tablet o lo smartphone, un conto vederlo in televisione con un adulto a portata di mano, che può condividere quella esperienza e farla oggetto di uno scambio relazionale. Tutto ciò che include la relazione e l’intervento da parte dell’adulto è preferibile”.

Da che età dare smartphone e tablet?

L’età indicata è sui 13 anni, non prima – spiega Mark Morbe – In realtà sappiamo bene che la maggior parte dei bambini lo riceve già come regalo alla Prima comunione. Ma è come dare una Ferrari a un neopatentato: il bambino non ha gli strumenti per gestirlo. Alcuni genitori comprano il cellulare al bambino perché sia raggiungibile, ma gli mettono in mano una responsabilità non adatta alla sua età”. Come se lo facessero ritagliare con delle cesoie da giardino invece che con le forbici dalle punte arrotondate. Senza contare che, nel caso di bambini piccoli, sempre sottoposti al controllo degli adulti a casa o a scuola, non è ipotizzabile immaginare situazioni che rendano necessario l’uso di uno smartphone. “Noi parliamo con bambini e ragazzini che si accorgono di usare troppo lo smartphone e non lo vivono bene, ma si accorgono di non sapere controllare la situazione”, racconta lo psicologo.

E se ce l’hanno tutti?

Cosa fare se quasi tutti i compagni di scuola hanno già il telefonino in quinta elementare? Molti genitori si chiedono se sia giusto “condannare” il proprio figlio a essere diverso. La risposta è sì, soprattutto se il bambino è ancora alle elementari. “Non è retrogrado dire che il cellulare non si può dare: né regalare né prestare – afferma Morbe – Dobbiamo lasciare ai bambini la curiosità e la capacità di tollerare la frustrazione. Lo smartphone satura e dà una risposta a tutto: ansia, felicità, tristezza. Dobbiamo invece insegnare ai bambini a gestire le emozioni”. Parlarne, fra genitori di amici e compagni di scuola, può essere una buona soluzione: magari si possono trovare alleati e qualcuno potrebbe rinunciare a fare un regalo inappropriato.

Un patto per l’utilizzo

Quando si decide di dare lo smartphone al proprio figlio è opportuno fare un patto. Attenzione: è un passaggio da fare prima di affidare il telefono al bambino, e non dopo. “Per cominciare bisogna spiegare la potenza dello strumento, i rischi, i pericoli e le norme di comportamento da seguire – spiega Matilde Zanchi – Bisogna paragonare la vita online alla vita offline: così come non si parla agli sconosciuti per strada non lo si fa online, non si mostrano foto in costume, si è responsabili di quanto si dice e si scrive”. Può anche essere l’occasione per alimentare un dialogo costante con il proprio figlio, spiegando – sempre prima di regalare lo smartphone – che il genitore ogni tanto può avere accesso al telefono del figlio: “Non per un controllo morboso, ma per un monitoraggio generale” commenta l’esperta. Così può instaurarsi un confronto: “Ad esempio, se un genitore si accorge che il figlio o la figlia pubblicano foto sensibili, può essere un’occasione per parlare della scoperta del proprio corpo da parte del preadolescente, e del fatto che non tutto deve essere esposto” conclude Matilde Zanchi.

Installare il Parental contol

Dando il telefono a un preadolescente è opportuno installare un parental control: ne esistono diversi tipi e con diversi gradi di restrittività. “Non credo che quello più rigido sia la soluzione: è come delegare a uno strumento tecnologico la propria funzione genitoriale e calmare così la propria ansia – commenta Matilde Zanchi – È fondamentale che anche questo passaggio sia sempre negoziato”.

Come funziona il parental control? Si installa una App sul telefono del bambino e su quello del genitore. Il parental control dà una panoramica di quanto il bambino utilizza le varie App (è possibile impostare delle restrizioni di tempo). Si possono porre limiti ai contenuti, ad esempio visualizzare i video e i siti sulla base dell’età. Spiega l’esperta: “Esiste YouTube Kids, che permette di non visualizzare video inadatti: questo è particolarmente utile perché il bambino già da piccolissimo impara a interagire con lo smartphone e nel giro di pochi click può finire su contenuti inadeguati senza che il genitore nemmeno se ne accorga”.

Ci sono App differenti per iOs e per Android, alcune gratuite, altre a pagamento. Si possono cercare nel Play Store (Android) o App Store (per chi usa i prodotti Apple) digitando “parental control”. Tra i risultati appariranno molte scelte, come FamilyTime, Spazio Bimbi Parental Control, Kids Zone e molte altre. Alcune sono molto all’avanguardia, come BitDefender: “Fa anche da contrasto al cyber bullismo, lanciando notifiche al genitore in caso di contenuti pericolosi – spiega Matilde Zanchi – Alcune App comportano anche il blocco del telefono se il figlio non risponde al genitore. Molte consentono la geolocalizzazione. Io consiglio di non esagerare, perché potremmo cadere nel problema opposto: il genitore con manie di controllo che non riesce a gestirsi. I filtri sui contenuti sono necessari, il resto no: meglio la trattativa a tu per tu con il figlio e controllare insieme l’uso del telefono. Più condivisione c’è meglio è”.

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