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Come (non) parlare di guerra ai bambini

Articolo. Non è tanto importante cosa diciamo della guerra, ma il come: il bambino nota la qualità emotiva della nostra interazione con lui più che le parole e le spiegazioni. Abbiamo raccolto alcune indicazioni dalla psicologa e psicoterapeuta Gloria Volpato

Lettura 6 min.

«I bambini guardano alla guerra con i nostri occhi», ci avverte la psicologa e psicoterapeuta Gloria Volpato, direttrice del Centro Divenire , Centro di Psicoterapia Umanistica Integrata di Torre Boldone. Per questo, noi per primi dobbiamo metterci in discussione, prima di simulare tranquillità o cercare di rassicurare a suon di “Andrà tutto bene”, per riprendere lo slogan di due anni fa.

«Se non prendiamo atto che l’attrazione per la guerra è una costante della dimensione umana, non ne capiremo l’essenza e quindi sarà difficile spiegare ai più piccoli perché sta accadendo tutto ciò», sostiene Volpato, facendo riferimento al libro «Un terribile amore per la guerra» dello psicologo analista junghiano James Hillman. «Occorre cercare di capire la forza di attrazione che la guerra esercita sugli esseri umani e saper ammettere che la pace non rappresenta una condizione istintiva del genere umano. Rinunciare ad un nemico è difficile quanto chiedere ad un innamorato di rinunciare ad ossessionarsi per l’amato. Come in amore, la condizione belligerante crea eccitazione e porta nuova energia: quando combattiamo ci sentiamo vivi perché la guerra ci dà uno scopo, ci dà una ragione di vivere».

Gloria Volpato

Per capire la guerra possiamo rifarci proprio al mito di Ares e Afrodite. Perché il dio della guerra e la dea della bellezza e dell’amore sono così attratti l’uno dell’altra? «Perché la loro unione sprigiona forze incomprensibili che insieme creano un caos emotivo trascinante e incontrollabile. Ecco perché le guerre, sia sul piano personale che su quello geopolitico, possono rappresentare tentativi risolutivi e inconsapevoli per far fronte a stati depressivi, a vuoti di senso o esperienze di delusione».

Mettere fuori da noi ciò che al nostro interno non vogliamo accettare è una strategia messa in atto sia nel piccolo delle nostre vite personali che nel grande degli equilibri geo-politici. In questo modo, l’attenzione si sposta dal dentro al fuori, dai problemi politici interni a quelli esterni.

La tragedia fa parte della vita

Ma allora, cosa dire ai bambini? «I genitori, come successo con il Covid, sembrano impreparati perché la cultura disneyana dell’happy-end a tutti i costi ha rovinato l’Occidente: la tragedia fa parte della nostra vita ed è una nostra responsabilità educativa insegnare ad attraversare le incertezze della vita a partire dall’impermanenza delle cose. Tutto è cambiamento, nulla dura per sempre e sapersi adattare alle situazioni, come insegna Darwin, è ciò che dà una maggiore probabilità di sopravvivere».

Non è questo in fondo l’insegnamento delle fiabe che leggiamo ai nostri figli? «Tutte raccontano dei lati bestiali e disumani che le persone possono mostrare, comprese le più significative come i genitori. E tutte dimostrano come saperci fare i conti significa scoprire i propri talenti e le proprie risorse».

«C’è una storia che leggo spesso a mio figlio, si chiama “La Tempesta” di Claude Ponti e Florence Seyvos. Racconta di come possa arrivare un vento così forte da distruggere la casa e quando tutta la famiglia si ritrova nel letto a navigare come unico spazio della casa sopravvissuto al cataclisma il bambino chiede alla madre: “e ora cosa si fa”, la madre risponde “viaggiamo”. Ecco ricordiamoci che siamo in vita per fare esperienza, e che la guerra è un’esperienza che fanno ancora troppe persone nel mondo. La guerra è una realtà ancora molto frequente e questo dato non si può negare».

Non anticipare i bisogni del bambino

«L’errore che vedo fare più frequentemente è quello di anticipare il bambino e le sue domande. Bisogna invece basarsi su quello che lui ci porta, incuriosirci di quello che sa, chiedere a lui e aspettare le sue domande (se ci sono). Insomma: occuparsi prima di preoccuparsi».

La realtà del bambino è basata sulla relazione: «Non sono così convinta che i bambini si sentano minacciati dalla guerra, lo sono nella misura in cui lo sono gli adulti: i bambini leggono la realtà attraverso i nostri filtri. Noto piuttosto che gli adulti si interessino a “cosa dire ai bambini” come forma malcelata di raccontare la loro paura di non essere all’altezza del compito. Quindi cerchiamo di non proiettare su di loro le nostre paure e abbiamo il coraggio di parlarne noi in prima persona. Diciamolo noi a noi stessi per primi che il futuro ci fa paura e che abbiamo bisogno di sviluppare risorse al nostro interno per digerire questi scenari».

Insegnare la differenza fra guerra e conflitto

«Guerra e conflitto non sono sinonimi, per quanto la comunicazione oggi li usi come tali. Nella guerra c’è violenza, nel conflitto no. Violento non è colui che litiga sempre, ma colui che non sa litigare», ha scritto il pedagogista Daniele Novara, che nel campo è un’istituzione, avendo anche fondato il Centro PsicoPedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti .

La guerra ha a che fare con la violenza e la sopravvivenza, mentre il conflitto attiene all’area delle relazioni e dei punti di vista. È importante, per i bambini ma anche per gli adulti, non evitare di litigare, ma imparare a litigare bene, proprio per evitare la violenza. «Proprio per questo, il successo non è mai il trionfo di una parte sola, ma una sintesi delle istanze di entrambi», conclude Volpato.

Osservare e vigilare

«Fino agli 8 anni, se il bambino non chiede niente evitiamo il discorso, semmai attiviamo l’osservazione: nei giochi cambia qualcosa? Mette in scena la guerra o dei personaggi dell’attualità di cui ha sentito parlare?».
Gli adulti devono mantenere un atteggiamento leggero, ma curioso, con domande gentili e delicate, senza preconcetti: «Se un bambino parla di Putin, non è detto che ne sia spaventato. Ascoltiamo cosa ha da dirci e interveniamo sul suo vissuto, che è molto più probabile che riguardi qualcosa che sta succedendo tra noi e loro che tra lui e il mondo fuori. Se il bambino ci vede spaventati, ascolta discorsi legati alla guerra e ci vede preoccupati è chiaro che possa dirci di essere spaventato per la guerra. In realtà intende dire che è spaventato perché vede gli adulti più tesi e magari meno disponibili e sorridenti».

Con i bambini e i preadolescenti, che studiano la storia e più facile che ne parlano a scuola, possiamo entrare di più nel merito dei contenuti. «Le spiegazioni che diamo devono rispondere alle loro domande, avendo anche il coraggio di dire: “non so, non sono abbastanza informato, questa cosa mi spaventa”. Incuriosiamoci dei loro punti di vista, della loro visione delle cose. Apprendiamo da loro e cogliamo l’occasione per parlare di ciò che abita il loro mondo, come la paura di essere di nuovo rinchiusi e di dover rinunciare alle relazioni o a internet se ci dovesse essere una crisi energetica».

E a scuola?

C’è un piano didattico, che diventa tanto più importante con il crescere dell’età degli studenti, con cui si potranno trattare i contesti storici e geopolitici, ma c’è anche qui un piano di relazione.

«Anche a scuola lavorerei sulla capacità di comunicare e mediare, magari mettendo in scena la guerra in un contesto psicodrammatico, per tradurla in un linguaggio e apprendere la pace. Gli adolescenti possono essere coinvolti in esperienze concrete, come dare una mano con le raccolte per i rifugiati e i profughi. A questa età è importante tradurre su un piano esperienziale, non restare nell’astratto e nel teorico: se fossi un diplomatico come tenteresti una mediazione? Quale esperienza di guerra avete avuto nella vostra vita? Quali strumenti possiamo mettere in campo quando ci sentiamo delle vittime?».

No alla pornografia della guerra

«Le immagini di guerra, come la pornografia, attivano un’eccitazione esagerata nei piccoli. Non sapendo gestirla, questa emozione si tramuta in angoscia. È una esperienza corporea che diventa traumatica perché il sistema nervoso immaturo del bambino non sa gestire questo tipo di attivazione che da adulto potrà ritenere normale».

Se un bambino si imbatte “per sbaglio” in immagini crude – può capitare a casa, ma anche altrove – deve essere il genitore ad accompagnarlo nella narrativa, senza semplicemente “strapparlo via”: «Quello che un bambino vede è sempre contestualizzato nel suo “qui e ora”. Se ci accorgiamo che un bambino rimane impietrito mentre scorrono, magari sulla tv silenziata del bar, immagini di guerra, da genitore devo cercare di comprendere che cosa sta succedendo. Chiederò al bambino: “Cosa stai guardando? Cosa hai notato?” Dobbiamo entrare nella loro narrativa e farli parlare dell’idea che si stanno facendo di ciò che vedono senza descrivere noi con le nostre parole. Se il bambino dice: “è un bambino in braccio alla mamma che piange”, noi non aggiungeremo particolari o riferimenti alla guerra, piuttosto chiederemo “come ti fa sentire questo?”. Il bambino potrebbe rispondere “è triste” e noi potremmo a quel punto offrire un semplice abbraccio».

Strumenti come il disegno possono essere molti utili. «“Vieni, facciamo un disegno di quello che ti ha turbato, ti va?”. Mentre disegna con noi accanto, il bambino può aggiungere altri dettagli e trovare una via riparativa alla situazione, come ad esempio disegnare un animale che arriva a consolarlo. Ciò che resterà impresso al bambino sarà anche la nostra disponibilità all’ascolto empatico: non sottovalutiamo la forza della qualità della nostra presenza».

Attenzione ai contesti di sofferenza

Quanto detto vale per i bambini in situazioni familiari e personali abbastanza serene. Diverso se il bambino ha già vissuto situazioni traumatiche, come ad esempio avere perso i nonni per Covid, o se la famiglia sta passando un momento difficile a causa di malattie o problematiche economiche.

Questo clima di paura potrebbe riattivare le esperienze traumatiche pregresse rivelando il fatto che non sono state ancora elaborate. «In questo caso, il bambino potrebbe evidenziare comportamenti insoliti come rituali per rassicurarsi o difficoltà ad addormentarsi». Perciò, è bene non sottovalutare questi segnali e richiedere un intervento più specialistico.

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