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Maternità: fare un figlio nel tempo del Covid non è un’impresa

Articolo. Ho affrontato la mia seconda gravidanza nell’anno della pandemia. Mia figlia è nata in piena “zona rossa”, Ecco com’è andata. Un altro episodio, di stretta attualità, della serie dedicata al diventare madri

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Acominciare è stata una vecchietta, mentre eravamo in fila dal salumiere. Mi guarda il pancione: “Eh, complimenti per il coraggio… Di questi tempi”. Mi volto, non sapendo che espressione adottare da sotto la mascherina. “Ma almeno è una cosa bella”, ha la bontà di aggiungere. “Ah, grazie grazie”, mi affretto a rispondere.

Mi sono presto accorta che la vecchietta non era sola: sui social, specie nelle pagine che parlano di maternità, c’è un certo dibattito sul fatto se sia il caso o meno di procreare in periodo di Covid. C’è chi scrive: “Sarà dura, durissima, ma ne varrà la pena”, ma anche chi: “È un grave atto di irresponsabilità, con gli ospedali pieni e una crisi economica alle porte”. Non manca la variante ecologica: “Dopo il virus, la catastrofe ambientale. Se fai figli sei complice dello sfruttamento delle risorse del pianeta”.

La paura del futuro

Leggo i vari pareri tra il divertito e il basito, cercando di ricordarmi che online tutti danno voce alla loro parte più estremista e frustrata (anch’io, pur avendo capito il meccanismo). Mi sento un’eroina? No. Un’irresponsabile? Nemmeno. Ma, per una volta nella vita, mi sento investita da una certa carica moralizzatrice: l’umanità ha fatto figli nelle condizioni più disparate e disperate. Senza assistenza medica, in tempi di carestia (vera), guerra, pestilenza, inondazioni, bombardamenti, minaccia nucleare. Perché il Covid dovrebbe essere peggio? Fino a non tanto tempo fa fare un figlio equivaleva a rischiare seriamente la vita, e si metteva in conto di vedere un certo numero di bambini morire in tenera età. Eppure figli se ne facevano, era scontato, non una scelta.

Io sono certamente felice di avere potuto scegliere, ma lo stesso mi chiedo: quando, esattamente, avere un bambino è diventato un’impresa titanica, un lusso da concedersi o meno, una decisione da ponderare ben oltre la maturità, un impegno economico pari al leasing di un’auto di lusso? Quando ci è venuta questa dannata paura per il futuro?

A cosa diamo importanza?

In questo contesto, la pandemia ha aggiunto un peso in più, ma non credo possa essere una causa diretta nello scegliere o meno di avere un bambino. Come per tanti altri aspetti della nostra vita, sia pubblica sia privata, il Covid ha funzionato come un rivelatore delle nostre priorità.

A cosa diamo veramente importanza? Al lavoro, moltissimo. Ai regali di Natale e al consumo in genere, quasi altrettanto. All’istruzione, poco. Al futuro? Pochissimo, meglio non pensarci. Allo sport? Solo se genera profitto. Alla cultura? Non pervenuta. Nella primavera del primo lockdown era possibile uscire per fare passeggiare i cani, ma non i bambini. Non è anche questo un indice, indiscutibile, delle priorità che ci diamo come società?

Nel 2019, secondo i dati Istat, siamo a 1,27 figli per donna. Sono curiosa di vedere le statistiche del 2020 e del 2021. Gli italiani sono sempre più vecchi, e questo si riflette inevitabilmente sul dibattito pubblico e sulle scelte politiche. Se le percentuali di bambini e anziani fossero invertite si parlerebbe meno di pensioni ed Rsa e più di servizi per le famiglie e asili nido a prezzi calmierati. Ma non è così: fare figli è una pratica sempre più arcaica e bizzarra e i bambini entrano solo marginalmente nel discorso pubblico.

Gravidanza e parto in pandemia

I reparti di maternità non hanno mai smesso di funzionare, e – dopo i primi tremendi mesi della pandemia – hanno trovato un modo accettabile di convivere con il virus. Esattamente come abbiamo fatto noi con tutti gli altri aspetti delle nostre vite. Non ho mai dovuto saltare una visita di controllo dalla ginecologa. Ho fatto tutti gli esami necessari, con la priorità riservata alle donne incinte, senza fare code. L’assistenza al parto è assolutamente garantita. Dopo la nascita, la bambina è sempre stata in camera con me, così come il neonato della mia compagna di stanza.

Come da prassi, ho fatto il mio primo tampone Covid poche ore prima del parto: se fossi risultata positiva avrei dovuto essere ricoverata nel reparto dedicato all’ospedale Papa Giovanni. Per fortuna, non è stato così. Sgombriamo il campo da ogni tipo di terrorismo psicologico: non è che in attesa del risultato del tampone la partoriente non sia seguita. Il parto procede secondo natura e con l’assistenza necessaria. I tamponi delle gravide hanno assoluta priorità e quando arrivano i risultati si procede di conseguenza.

I padri possono assistere al parto, ma solo a travaglio attivo, e rimanere nelle due ore successive. Non ho potuto ricevere visite in ospedale, tranne mio marito, un’ora al giorno. Per quanto io sia un’amante della socialità – e avrei tanto voluto che venisse a trovarmi mio figlio di tre anni – non mi è sembrata una richiesta eccessiva. Certo, l’atmosfera alla nascita del mio primo figlio (pre Covid) era migliore: mi è mancato l’acquario con tutte le cullette dei neonati, alzarsi dal letto senza mettere la mascherina, i parenti, gli amici e l’allegria. Ma, a fronte di ciò che è successo nell’ultimo anno, non mi è sembrato un grandissimo sacrificio. Alcuni aspetti dell’assistenza alla maternità sono anche più curati del solito: visto che l’accesso ai consultori è limitato (credo sia necessario prendere appuntamento) ho ricevuto una chiamata dall’ostetrica nei primi giorni dopo le dimissioni dall’ospedale e avrei potuto richiedere gratuitamente una visita domiciliare.

La cosa migliore che mi potesse capitare

Da un punto di vista più strettamente personale, essere incinta e avere un figlio in questo periodo è stata la cosa migliore che mi potesse capitare. Lo dico da libera professionista, per fortuna in un settore non dei più colpiti dalla crisi, ma comunque senza nessuna delle garanzie riservate alle dipendenti.

Tra i vantaggi: avere la possibilità di lavorare da casa, non dovere partecipare a eventi pubblici, non preoccuparsi dei colori delle Regioni (giallo, rosso, arancione: uscivo comunque pochissimo), l’uso massiccio di Skype, Zoom e Meet al posto di riunioni dal vivo e trasferte, il definitivo sdoganamento dei pantaloni con l’elastico come accettabile tenuta da lavoro. Non dovere rinunciare – per stanchezza, malessere o precauzione – a nessuna occasione sociale, perché tanto non esistono occasioni sociali. In più, il pensiero positivo di stare portando a termine un obiettivo importante, mentre tutto il mondo è costretto a rallentare.

È facile parlare così perché è andato tutto bene. Se avessi ricevuto una brutta notizia dalla ginecologa e mio marito non fosse stato presente (inizialmente non era previsto che si potesse essere la presenza del padre durante le visite), se avessi dovuto partorire sola, se fossi stata positiva… Ma sono “se” che si possono applicare a qualsiasi altro aspetto della gravidanza e del parto, che hanno sempre dei margini di imprevedibilità. Ogni nuovo nato è una scommessa, senza paracadute, sul futuro. Non è il Covid a cambiare le carte in tavola.

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