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Scuola: l’ultima campanella (e le incognite di settembre)

Articolo. Senza countdown e grida festose – ma non senza emozione – si è concluso questo strano anno scolastico, che ha messo alla prova docenti, alunni e genitori. Ora chiedono tutti di arrivare all’inizio del nuovo anno scolastico con un piano, per potere rientrare finalmente in classe. Il parere di Ilaria Castelli, professoressa di Psicologia dello sviluppo all’Università di Bergamo

Lettura 3 min.

L’ultima campanella è suonata a fine febbraio, per alcuni venerdì 21 per altri sabato 22. Solo che nessuno sapeva fosse l’ultima. La scuola è finita allora. Tutto ciò che c’è stato dopo – a volte anche lodevole e utile – non è stato scuola, ma un’altra cosa. Un esperimento, un tentativo di sopravvivere, portato avanti con enorme fatica di tutti, che si chiude con più sollievo che entusiasmo.

La mancanza di un rito di passaggio

Chiudere l’anno in questo modo è particolarmente triste per gli alunni alla fine di un ciclo scolastico, che sia la quinta elementare o la terza media.
La chiusura di un ciclo scolastico è un passaggio già di per sé delicato nella normalità”, spiega Ilaria Castelli, professoressa di Psicologia dello sviluppo e dell’educazione all’Università di Bergamo. “Mi sarebbe piaciuto che si fosse trovato il modo per farlo anche ora, in concomitanza con la fine della scuola. Bambini e ragazzi sentono la mancanza di un rito di passaggio: molte insegnanti si sono attivate per gestire un momento di saluto finale, realizzando collage di foto, o video, o materiali degli alunni, pur di accompagnarli in questo momento significativo”.

Cosa succederà a settembre?

Ancora si sa poco della scuola a settembre: si parla di plexigass, mascherine, distanziamento, possibile proseguimento della Dad (l’acronimo che tutti hanno cominciato a usare per indicare la didattica a distanza). “Stiamo tutti patendo questa situazione di incertezza, ma dobbiamo conviverci. Tollerare l’incertezza è faticoso, perché richiede di gestire le emozioni a essa connesse, come ansia e paura”, sempre secondo Castelli, che più che sul plexigass punterebbe a una riorganizzazione della scuola: “A settembre, le sezioni dovranno essere ridotte, bisognerà pensare a numeri più piccoli. Anche l’aspetto dell’ambiente conta molto: i Paesi nordici da tempo sono avanti sull’uso degli spazi esterni. Dovremmo prendere spunto e supportare attività all’aperto. Rimane il fatto che i bambini più piccoli cercano la coccola e la rassicurazione dell’insegnante, anche e soprattutto attraverso il contatto fisico. Siamo esseri relazionali”.

E l’ipotesi di cominciare la scuola Primaria a 6 anni, indossando la mascherina tutto il giorno? “ Mascherina e distanziamento sociale vanno spiegati non come una costrizione, ma come opportunità per aiutarsi a vicenda. Certo, richiedono una capacità di autocontrollo che è difficile pretendere prima dei 9-10 anni”, spiega l’esperta.

Il supporto dell’Università di Bergamo

A fare da sostegno alla ripartenza di settembre, c’è una bella iniziativa del Centro di Ateneo per la Qualità dell’insegnamento, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo.

Tornare a scuola dopo il Covid-19: riflessioni e suggerimenti” è una programmazione di corsi di formazione specifici e gratuiti per docenti di diversi ordini scolastici (qui il programma, qui il link per l’iscrizione gratuita), che vanno dalla rielaborazione del lutto, alla letteratura della resilienza, al come progettare l’attività motoria rispettando il distanziamento. Sempre a supporto di dirigenti scolastici e di insegnanti, è possibile chiedere una consulenza gratuita e online prenotandosi telefonicamente (035.205.2992, il martedì e il giovedì dalle ore 14 alle ore 18) o via email all’indirizzo scuola.cqia@unibg.it.

Quando avverrà, il rientro a scuola non potrà configurarsi come semplice ripresa delle attività didattiche in presenza, ma dovrà prefigurare spazi e modi, adeguati alle varie fasce di età, per affrontare sia l’esperienza vissuta nei mesi di sospensione sia il ritorno a una normalità che sarà necessariamente differente da prima”, aggiunge Ilaria Castelli, che ha ideato il progetto con Giuseppe Bertagna, professore di Pedagogia generale e sociale, e direttore del Centro di Ateneo per la Qualità dell’insegnamento dell’Università di Bergamo.
Abbiamo pensato alle difficoltà che le scuole hanno vissuto, dall’infanzia alle superiori. Vogliamo offrire un aiuto basandoci sulle competenze educative nostre e di colleghi del nostro Dipartimento”.

La dimensione sociale

Se gli adulti, come abbiamo visto, hanno recuperato in gran parte la loro socialità questo non è accaduto per i bambini, che nemmeno possono ritrovarsi all’aperto su uno scivolo o un’altalena.
È inutile fingere che non sia un problema: “Il contatto con i pari è fondamentale per lo sviluppo e il percorso di crescita e apprendimento. Uno dei temi sollevati dalle associazioni di insegnanti e genitori è che stiamo privando i bambini della dimensione sociale. Una riapertura graduale, in sicurezza, sarebbe stata importante per ridare la dimensione della socialità”, commenta Ilaria Castelli.

Ilaria Castelli ha anche due figli, di 7 e 10 anni: “Quando i bambini si lamentano di quello che hanno perso, come la festa alla fine della scuola, cerco di contenere le loro emozioni, spiegando che tutti abbiamo fatto delle rinunce, per un motivo giusto, il bene di tutti”.

Riprendere il filo

A settembre si ritorna in classe (speriamo) dopo sette mesi. Come riprendere il filo? “Tanto farà quello che c’è stato nei mesi precedenti, se con la Dad si è mantenuto un contatto innanzitutto sul piano relazionale. I ragazzi più grandi sono stati avvantaggiati, le scuole erano già più attrezzate. Invece, nelle scuole Primarie e dell’Infanzia non c’è stata uniformità di tempi e modi: chi si è attivato solo mesi dopo lo stop delle lezioni dal vivo, chi si è limitato per lo più a mandare compiti via WhatsApp o per email, chi ha avviato tempestivamente lezioni a distanza in gruppetti e con supporti specifici”.

Una grande differenza la fa anche la situazione degli alunni in classe, bisogna sapere chi è stato colpito più da vicino, perché magari ha perso una persona cara. Come fare emergere il lutto? Se il bambino se la sente, si potrebbe condividere nel gruppo classe l’esperienza, creando un ‘Momento del cerchio’, come si fa, in piccolo, il lunedì per iniziare la settimana o dopo le vacanze per riprendere il filo. Ovviamente non si possono obbligare gli studenti a raccontare la loro esperienza, ma è comunque importante aprire uno spazio di comunicazione per dare loro questa possibilità. Sta all’insegnante gestire questo momento a seconda della conoscenza dell’alunno, della sua età, del gruppo classe: è molto delicato, ma sarebbe pericoloso fare finta di nulla”, consiglia la psicologa.

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