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In sella a un motorino per portare una pizza o un hamburger durante il lockdown

Intervista. Le strade deserte, il silenzio per le vie, il buio che scendeva presto e consegnava un’immagine surreale di Bergamo e della sua provincia. Dentro questo scenario durante l’isolamento si muovevano in pochi. E tra loro c’erano i pony, i ragazzi del food delivery come Michele e Andrea

Lettura 4 min.

Fra le categorie che durante il lockdown non hanno smesso di lavorare ci sono anche i pony, cioè i ragazzi che con il motorino consegnano pizze e panini. A cavallo degli scooter non si sono mai fermati, hanno continuato la loro attività e sono stati riscoperti da tutti, quale elemento più che essenziale della vita cittadina.

In un momento in cui tutto si è ribaltato, ordinare la cena a domicilio sembrava un gesto di normalità che tutti potevano ancora concedersi. E ciò non sarebbe stato possibile senza figure come Michele Bresciani, 28 anni pony burger di Edoné, e Andrea Nava, 24 anni pony pizza per la pizzeria Enjoy di via Baioni. Ci siamo fatti raccontare la loro esperienza.

AS: Cosa è cambiato nel fare le consegne a domicilio prima e dopo la pandemia?

MB: Difficile spiegare il clima surreale in cui mi sono trovato a lavorare nelle scorse settimane a partire dal silenzio e dalle strade vuote, la calma, interrotta troppo spesso dal rumore delle ambulanze e dagli elicotteri del pronto intervento. Quelle poche persone che ci si trova davanti per strada con indosso mascherine e guanti. Tutto è cambiato. L’attenzione alla propria igiene, non che prima non ci fosse, ora però ti domandi “Sono malato?”, “Rischio di contagiare qualcuno?”. Purtroppo domande che rimangono senza una risposta, si impara a lavorare con questo macigno sullo stomaco e si cerca di mantenere sempre la guardia alta e tutte le misure di precauzione necessarie.

AN: Innanzitutto già attorno al 20 febbraio abbiamo chiuso al pubblico la pizzeria per effettuare solo le consegne a domicilio. Eravamo attrezzati con un pony in più in caso di necessità per poter assicurare tutte le consegne. Sicuramente abbiamo notato molta meno gente in giro e non mi scordo il fiorire di posti di blocco, camionette dei militari e ambulanze che circolavano a qualsiasi ora. Poi sono arrivati i dispositivi di sicurezza personali. I primi giorni avevamo una mascherina professionale molto ingombrante e i guanti. Avremmo dovuto mettere anche gli occhiali, ma ci siamo resi conto subito che con il casco diventava tutto insostenibile. Questa maschera ha un filtro molto vistoso e non mancavano le battute da parte dei clienti. Capivo che darmi del Ghostbuster era, anche per loro, un modo per sdrammatizzare. Poi il continuo cambio di guanti, più volte a sera, l’igienizzante, il tenersi distanti anche fra colleghi e tornare a casa e lavarsi ancora una volta, pensando ai propri familiari e alla voglia di evitargli tutti i pericoli possibili.

AS: Se dovessi descrivere un tratto comune nelle persone che ricevevano le consegne in queste settimane di lockdown quale evidenzieresti?

MB: Difficile trovare un solo tratto comune. Sicuramente mi sono trovato a consegnare a molte famiglie con bambini piccoli o abbastanza grandi da divorare uno dei nostri panini. Dopo una lunga giornata di lavoro passata in ufficio o a casa con la prole, la sera ce ne sono poche di forze per cucinare; anche solo chi semplicemente lavora da casa. Ecco un tratto comune tra tutti i nostri clienti può essere quello del voler staccare, anche solo per un momento, la spina. Quel momento di pace subito dopo aver chiamato, potersi rilassare e semplicemente aspettare che arriviamo da te.

AN: Io ho sempre avuto l’abitudine di parlare con i clienti; alcuni riconoscono la mia voce già dal citofono e sono sempre stati abituati a farmi salire in casa. Ora mi fermo alla porta di ingresso, sempre rispettando la distanza di sicurezza e anche loro si affacciano alla porta con guanti e mascherine. Altri mi lasciano i soldi sotto lo zerbino, io li ritiro e lascio le pizze che loro prendono solo dopo che me ne sono andato, oppure mi chiedono di appoggiarla al muretto e altre accortezze. Ovviamente sono richieste che ti colpiscono la prima volta che le senti, ma capisci. Puoi comprendere la preoccupazione o la paura. Se per caso non avevano la mascherina in casa erano molto preoccupati e lo capivi. Non ci sono mai rimasto male per questi comportamenti, sono state giornate difficili per tutti.

Bergamo di sera deserta

AS: In queste settimane ti sei sentito più utile?

MB: Non ne farei una questione di utilità, ho fatto una scelta consapevole di dare una mano al progetto Pony Burger che ho visto nascere e a cui tengo, tengo ai nostri clienti affezionati e soprattutto ai miei colleghi senza cui non sarei riuscito ad andare avanti. Ci siamo sorretti a vicenda e abbiamo continuato a lavorare col sorriso anche se non c’era nulla per cui rallegrarsi se non l’un l’altro.

AN: Sì, sono stato orgoglioso del mio lavoro. È stato bello perché un semplice pony pizza è diventato importante per garantire quel minimo di gioia che serviva. In una di quelle sere mi è capitato di essere fermato da una pattuglia e la poliziotta mi ha detto: “Per fortuna che ci siete voi che portate il cibo a casa della gente come me, che quando arriva a casa stanca la sera non ha più la forza di cucinare”.

AS: Hai mai avuto paura?

MB: Tutti abbiamo avuto paura. Io sì personalmente. C’è chi lo dice e chi mente. Solo gli stupidi non hanno paura. Chi per sé stesso chi per i propri familiari, conoscenti, amici e la paura di poter essere tu stesso a contagiarli. Collegandomi alla domanda precedente se, anche solo per un momento, potevo alleviare la pressione altrui dettata dal momento con una cosa semplice come portare un panino dei nostri, allora volevo farlo.

AN: All’inizio, a fine febbraio, snobbavo il problema. Poi piano piano si è fatto sempre più vicino e la paura sì, è arrivata, ma sono rimasto convinto nel voler continuare a lavorare anche se potevo tirarmi indietro. Il mio titolare Marco Rota su questo era stato chiaro, se non me la fossi sentita sarei potuto restare a casa senza problemi. Anche i miei genitori erano preoccupati all’inizio, è stata una cosa talmente nuova e imprevedibile che nessuno poteva non avere timori. In tutto questo periodo continuano a tornarmi in mente le parole di mio nonno, che è nato nel ’42 e dice che nemmeno lui si aspettava di vivere una cosa del genere.

AS: Credi che questa situazione ed il prolungarsi delle misure di sicurezza cambierà il tuo lavoro per sempre?

MB: Bella domanda! Sicuramente per quanto riguarda il servizio d’asporto assolutamente sì. Non sappiamo ancora per quanto durerà la curva dei contagi e quali sono le tempistiche per un vaccino – che se dovesse arrivare non coprirà tutta la popolazione ma solo le persone più a rischio. Spero che in quest’ottica vengano presi in considerazione i tantissimi ragazzi di questo settore, che entrano a contatto con clienti differenti tutti i giorni e non tutti ti aprono la porta muniti di guanti o ancor peggio di mascherina. Vedremo un sempre maggior aumento di servizi di delivery e sarà un ambito da mettere in sicurezza da subito.

AN: Sicuramente nel rapporto con i clienti. Con alcuni c’è sempre stato solo lo scambio pizza-contanti, senza convenevoli, ma con altri si sono sempre fatte due parole. Anche in questi giorni ho consegnato pizze in case che hanno avuto lutti o dove le persone mi confidavano di essersi ammalate. Quella confidenza data dallo scambio di battute credo sarà sempre più rada.

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