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Dobbiamo rinascere. E l’arte ci può ispirare

Articolo. Da Magritte a Bill Viola, la rinascita non appartiene solo alla Primavera del Botticelli. Ma è un segno del tempo che ci aspetta, simile “a conchiglie dentro le quali risuona il vasto mare dell’infinità”

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Bill Viola, “Emergence”, 2002

In questi tempi oscuri, la dimenticata parola “rinascita” sembra essere tornata alla ribalta. Ho provato a immaginare come l’arte l’abbia raccontata, ma cominciare a sciorinare un bigino scontato che parlasse di Rinascimento e di primavere botticelliane mi pareva non rendesse giustizia a una parola che, come tutte le parole altamente poetiche, racchiude mille potenzialità.

Non tutti i lemmi infatti sono chiusi e definiscono una cosa sola, alcuni sono capaci di aprire a un’infinita varietà di senso, emozioni, evocazioni. “Rinascita” mi pare una di quelle parole viventi che, come scriveva il teologo e filosofo tedesco Karl Rahner, “lasciano trasparire la infinita gamma della realtà, simili a conchiglie dentro le quali risuona il vasto mare dell’infinità. Sono esse che ci illuminano e non noi a illuminarle”. Parole oscure, primigenie, piene di mistero, poetiche insomma. Da questa idea sono emerse altre immagini nella mia mente associate alla “Rinascita”.

Bill Viola, “Emergence”, 2002

Bill Viola, “Emergence”, 2002rinascita

Viola è un grande narratore del tempo, un tempo rallentato e circolare in cui vita, morte e rinascita si rincorrono continuamente attraverso l’eterna relazione dell’uomo con le grandi energie della natura, come l’acqua, il fuoco, la luce, il buio. Nel video intitolato “Emersione” – ispirato all’affresco del Cristo in pietà di Masolino da Panicale del Museo della Collegiata di Empoli – da un sepolcro / fonte battesimale riemerge piano piano il corpo eburneo di un uomo, l’acqua è allo stesso tempo simbolo di morte e liquido amniotico. Due donne lo sostengono, lo depongono per terra, lo coprono con un telo e infine lo abbracciano. Inizio e fine della vita sono una cosa sola.

Vanessa Beecroft, “White Madonna with Twins”, 2006

Vanessa Beecroft, “White Madonna with Twinsrinascita”, 2006

Una delle iconografie più affascinanti dell’arte sacra di tutti i tempi, la Madonna del Latte, viene accompagnata dall’artista al di là di ogni confine genetico, culturale, geografico: Vanessa si cala nei candidi panni di una Madre Natura dai capelli rossi che protegge (l’orlo della veste ha l’orlo bruciato) e nutre tutti i suoi figli senza alcuna distinzione. L’immagine è parte del progetto VB South Sudan, un viaggio in Sudan in cui l’artista incontra i piccoli orfani Madit e Mongor.

René Magritte, “Clairvoyance”, 1936

René Magritte, “Clairvoyance”, 1936

Che l’uovo sia simbolo universale di vita e di rinascita è cosa nota. Ma la “Chiaroveggenza” di Magritte ci porta oltre. Il pittore si autoritrae mentre dipinge un uccello dalle ali spiegate guardando un uovo. C’è tutto il presente che raccoglie il passato e ha già in nuce il futuro.

Il pianista di Yarmouk

Le immagini (e le note) di Aeham Ahmad che suona il pianoforte tra le macerie del suo quartiere bombardato, il campo profughi palestinese di Yarmouk vicino a Damasco, sono diventate icone della guerra in Siria ma anche visione inestinguibile di un mondo che può rinascere dalla distruzione. E poi, come l’uomo racconta in prima persona nel libro “Il pianista di Yarmouk” (La Nave di Teseo, 2018), hanno incendiato il suo pianoforte, ucciso la bimba che lo stava ascoltando e per lui non c’è stata altra possibilità che la fuga, la drammatica traversata del Mediterraneo, fino a una nuova vita in Germania. Le musiche che oggi Aeham suona nelle più prestigiose sale concerti di tutto il mondo per molto tempo sono state parole disegnate nell’aria dedicate alla sua famiglia rimasta in Siria. Quella famiglia che solo pochi mesi fa, finalmente, lo ha raggiunto. Una storia fatta di note di resistenza, di fede e di rinascita.

Matthias Grünewald, “Altare di Isenheim – La Resurrezione”, 1512-1516

Matthias Grünewald, “Altare di Isenheim – La Resurrezione”, 1512-1516

Dopo aver rappresentato il corpo del Cristo crocefisso crivellato dai segni della tortura, mani e piedi contratti dagli spasmi, un’atroce corona di spine sul capo, Grünewald mette in scena una luce sfolgorante che squarcia l’oscurità della notte per trasfigurare il corpo fisico in un Corpo-Sole senza gravità, resuscitato e glorioso, che è certezza di salvezza e di una nuova vita.

Van Gogh, “Ramo di mandorlo fiorito”, 1890

Van Gogh, “Ramo di mandorlo fiorito”, 1890

La promessa di primavera di un cielo terso di un turchese abbagliante e pochi rami di un mandorlo in fiore punteggiati di candidi boccioli, racchiudono uno dei rari momenti di felicità del pittore. Un insolito inno alla rinascita in una vita e una pittura di tormenti, pensato come regalo per l’amato fratello Theo e per il suo figlioletto appena nato, che porta nome dello zio, Vincent Willem. In questo dipinto la primavera si porta via l’ultimo inverno del pittore, che morirà il 29 luglio del 1890.

La lezione del Kintsugi

A tutti coloro che si vergognano di portare i segni del dolore e che vivono la mancanza come una perdita incolmabile, l’antica arte giapponese del Kintsugi (unione dei termini kin, oro e tsugi, riparare), insegna che la fragilità è una ricchezza e un punto di forza. Nato oltre sei secoli fa per riparare tazze usate per la cerimonia del tè, il Kintsugi trasforma gli oggetti danneggiati in preziose opere d’arte. Ricompone i frammenti e invece di mascherare le cicatrici le esibisce, ripassandole con lacca urishi, a base di polvere d’oro.

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