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Non solo in città: santi nordici e magie del legno in Valle Brembana

Articolo. Ma è vero che gli eventi da non perdere sono solo quelli organizzati nel capoluogo? Non sempre. Fra Bretto e Camerata Cornello, una proposta per combattere l’urbanocentrismo

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Si sbandiera in ogni occasione che l’Italia è il Paese “dei mille campanili”, sulle copertine si fa un gran parlare di turismo – possibilmente slow ed ecosostenibile – alla riscoperta del territorio e il termine local è diventato un must per tutte le stagioni: caccia a prodotti locali, artigiani locali, folklore locale. Insomma per vivere un’esperienza autentica devi vivere like a local (“come la gente del posto”).

Di fatto però il modello urbanocentrico è duro a morire, perlomeno in fatto di arte e cultura. E noi non facciamo eccezione: le cose da vedere sono concentrate in città; gli eventi da non perdere sono quelli organizzati in città. E così mentre il territorio va alla città, il viaggio è meno frequente nel senso contrario. Il termine “provincia” è spesso ancora avviluppato da una sensazione di marginalità. Insomma il ritorno al territorio è ancora più uno slogan che un vero fenomeno sociale.

Casa Rovelli a Cusio

Eppure è proprio nel territorio che si annidano piccole, grandi scoperte e che le mete sorprendenti si moltiplicano. Spesso, tra l’altro, in una preservata rispondenza tra natura e cultura che è impagabile. Tra i tanti percorsi possibili ne abbiamo scelto uno esemplare, che si inoltra in Valle Brembana, in luoghi appartati dagli itinerari consolidati.

La chiesina del Bretto, secondo regno dei Tasso

Raggiungiamo il borgo di Bretto, due gruppi di case circondate da prati e boschi nel comune di Camerata Cornello. Al centro, la chiesina di San Ludovico di Tolosa, pressoché sconosciuta ai turisti urbani, anche di prossimità (aperta tutti i martedì pomeriggio del mese di luglio o contattando il Polo culturale Mercatorum e Priula, info@mercatorumpriula.eu).

È qui che abitano Santi e Cristi con gli occhi azzurri come il ghiaccio, a svelare che i Tasso non furono solo quelli di Cornello. La chiesina ha infatti legato la sua storia ai Tasso di Bretto, un ramo della famiglia che nel Trecento si stacca dal ceppo originario del Cornello e si stabilisce nella piccola contrada, dando origine a una dinastia che si specializzò nella gestione dei collegamenti postali tra Venezia e Roma, e tra Venezia e Bergamo, arrivando ad acquisire nel Settecento il titolo nobiliare di conti del Monte Tasso.

Quando si dice una sorpresa: le piccole dimensioni e l’architettura semplice della chiesa, infatti, non lasciano sospettare la ricchezza dell’interno, tutto rivestito di una pelle di affreschi di inizio Cinquecento, riconducibili alla cerchia di un pittore della Valle Averara, ma ben noto anche a Bergamo, Jacopino Scipioni.

Passo passo alle pareti del presbiterio si srotolano i racconti della Crocefissione e il trono di grazia (la Trinità con il Padre Eterno in trono che regge il Cristo in croce), mentre sulla volta si accende un Cristo apocalittico dalla fisionomia quasi nordica, con i capelli biondi e gli occhi sgranati di un celeste cristallino. Tutto intorno, una galleria di Santi e Madonne col Bambino, a raccogliere le preghiere dei devoti committenti. All’esterno della chiesa, infine, sono visibili gli stemmi tassiani, caratterizzati dal tasso, dal corno, dall’aquila e dalla torre, che richiama il casato tedesco dei Thurn und Taxis.

Le magie nel legno dei Rovelli

Da cosa nasce cosa e le opportunità si moltiplicano. Un salto alla vicina parrocchiale di Camerata Cornello e gli stalli lignei del coro aprono a un nuovo, insospettabile percorso nell’universo della tarsia lignea in Val Brembana. Nella parlata locale erano definiti marengù, ma davvero sarebbe riduttivo descrivere come una semplice falegnameria la bottega nella quale la dinastia dei Rovelli per un secolo e mezzo si tramandò di generazione in generazione la perizia di una raffinata arte dell’intarsio ligneo. Originaria di Cusio, la famiglia dei Rovelli è un punto di eccellenza nella schiera di piccole “officine lignarie” che generarono di fatto in Valle Brembana una scuola di lavorazione del legno attiva fino alla metà del secolo scorso.

Siamo nell’ambito di quella che troppo superficialmente viene liquidata come “arte minore”: “Un vero esercito di manufatti perlopiù minuti e di uso quotidiano – scrive Emanuela Daffra non nobilitati dalla reverenza della devozione, sprofondati nell’anonimato, che per il convergere di questi due elementi, paternità non illustre e utilità quasi domestica, sono stati trattati con sufficienza e confidenza, sono spesso stati fatti oggetto di interventi di manutenzione eccessivi se non sbagliati del tutto, sono stati rinnovati o smontati e infine venduti senza eccessivi scrupoli”.

Eppure l’arte dell’intarsio, fondata su una solida conoscenza dei vari tipi di legno, trova nella dinastia dei Rovelli una delle massime espressioni locali. I Rovelli furono abili intarsiatori, profondi conoscitori dei materiali e delle loro lavorazioni: l’abete per le parti strutturali, il noce per le parti a vista e gli intagli, l’acero per gli intarsi e la radica di noce per le specchiature. Le loro opere, soprattutto, mettono in scena un repertorio decorativo fantasioso ma semplice, economico e facilmente ripetibile, ma non privo di eleganza e capacità inventiva, fatto di tralci stilizzati, animali (uccelli, cervi, leoni e delfini), figurine di santi, scene della Sacra Scrittura, decorazioni giocate sulla policromia ottenuta anche utilizzando pigmenti, come il verde, per colorare le essenze lignee.

Lontani dai rutilanti cambiamenti imposti dalla moda e dal gusto, i Rovelli hanno finito per creare un proprio “marchio di fabbrica”, immediatamente riconoscibile, e familiare e rassicurante per schiere di parroci e fedeli e famiglie benestanti.

Nella loro bottega si lavorava indefessamente, e spesso facendo i conti con uno scarso ritorno economico, per produrre arte da chiesa e arte da casa che certamente hanno una qualità che li distingue dai manufatti meramente artigianali. Da Cusio a Valtorta, da Mezzoldo ad Averara, da Ornica a Santa Brigida, arredarono gli edifici di culto di armadi, porte di sacrestia, predelle d’altare, banchi, stalli del coro, sedie, inginocchiatoi, cornici, cataletti, scranni, credenzoni, croci, portine di tabernacoli, pulpiti. Ma ci sono anche le commissioni per case private, come cassapanche, letti e cassettoni. Molte opere, raccolte da persone della Valle, furono vendute a Firenze e da lì addirittura in America.

La bottega dei Rovelli si eclissò alla fine del Settecento ma formò alla sua scuola diversi allievi tra i quali i Regazzoni di Santa Brigida, che tramandarono l’arte dell’intarsio fino alla fine del secolo scorso. Nel Novecento, tuttavia, gli intagliatori bergamaschi andarono via via scomparendo, cedendo il posto a quelli della Val Gardena, in particolare di Ortisei.

Per saperne di più

Tarcisio Bottani, Walter Milesi, Marco Verdina, “Storia di un restauro. La chiesa di San Ludovico al Bretto” (Ed. Corponove).

Gabriele Medolago, Roberto Boffelli e Giacomo Calvi, “I Rovelli di Cusio e l’arte dell’intarsio e della tarsia lignea in Val Brembana (secoli XVI-XX)” (Ed. Corponove).

(le foto relative al Bretto sono di Tarcisio Bottani e Stefano Bombardieri)

Sito Val Brembana Web

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